I patetici sforzi degli scientisti che non si arrendono davanti…alla realtà

Vita: politiche di bioetica

Lettera aperta a Flamigni, che spera ancora di rifare la legge 40


di Nicoletta Tiliacos – (C) IL FOGLIO – 7 novembre 2006


Gentile professor Flamigni, sull’Unità di ieri lei ha esortato i nemici della legge 40 sulla procreazione assistita a non preoccuparsi per la bocciatura inflitta dalla Corte costituzionale al ricorso contro la norma che vieta la diagnosi preimpianto. La Consulta, scrive, ha deciso sulla forma e non nel merito.

Il rigetto del ricorso di una coppia portatrice di beta-talassemia, che aveva chiesto di poter selezionare gli embrioni per garantirsi la nascita di un figlio indenne dalla malattia, non chiude quindi la porta a futuri pronunciamenti. Anche perché, lei aggiunge, “il referendum sulla legge 40 non è stato perduto, come continuano a sostenere molti uomini politici sapendo di mentire”, ma “il problema è stato semplicemente rinviato”.

Dispiace, caro professore, che un uomo di scienza come lei non ami prendere atto della realtà. Il non raggiungimento del quorum, che di quel referendum è stata la sonante caratteristica, significa che il referendum ha perduto. Ma forse è più confortevole attribuire la sconfitta all’oppio cattolico che ha inebetito il popolo disinformato, piuttosto che a una laica e ragionevole diffidenza nei confronti delle seducenti promesse della tecnoscienza.


Quella del figlio a ogni costo (per esempio a costo di continuare a riempire i congelatori di esseri umani allo stato embrionale, per garantirsi una buona scorta per molti tentativi) alla stragrande maggioranza degli italiani, le piaccia o no, non è parsa una buona bandiera. Vorremmo dirle anche che non ha senso mettere sullo stesso piano, come lei fa, la facoltà di scartare in vitro vite umane create ad hoc, per rispondere a un desiderio, e la possibilità di eseguire l’amniocentesi su un feto. […]

E poi, gentile professore, da uno scienziato come lei ci saremmo aspettati qualche informazione sulle tecniche che non chiedono sacrifici di embrioni ma che, per esempio, a partire dall’esame dell’ovocita, sono in grado di intervenire prima del concepimento in vitro. Per la talassemia, come lei saprà, questa tecnica già esiste. Prende in considerazione il globulo primario, un corpuscolo associato all’ovocita che può essere in tutta sicurezza analizzato prima della fecondazione.


Ma nemmeno noi vogliamo infierire con le tecnicalità, anche se, ne sarà convinto anche lei, in materia di fabbricazione della vita sono proprio certe tecnicalità che fanno la differenza. Conosciamo la sua sincerità, quella che le ha fatto confessare in “Avere un bambino” (Mondadori): “Noi non riusciamo a capire come un uovo fecondato si sviluppi in un embrione e questo in un feto… ignoriamo tutto su fatti apparentemente elementari, come la crescita delle dita di una mano”. Grazie a questo atteggiamento di rara franchezza, lei sabato ha dichiarato al Corriere, a commento della notizia che in Spagna è nato un bambino da un embrione congelato da tredici anni, che “non dovremmo sorprenderci di nascite dopo tempi di congelamento ancora più lunghi”.


Anche lei, e ce ne rallegriamo, boccia così l’idea di una scadenza degli embrioni congelati stabilita per legge, magari “come gli inglesi che dopo cinque anni di permanenza nel congelatore li distruggono”. Salvo concludere che “a questo punto è più dignitoso utilizzarli per la ricerca”. Il problema, caro professore, è tutto qui: a lei quella vita umana così tenace da resistere al freddo dal 1993 non fa venire in mente che ogni essere umano allo stato embrionale chiuso in un freezer meriti di essere salvato. A noi, sì.