I dollari di Chiasso: mille ipotesi e molti dubbi…

La cappa ideologica

I 134,5 miliardi di dollari sequestrati a Chiasso,
tra silenzio e disinformazione

Né le autorità italiane, né quelle americane hanno detto ufficialmente se sono veri o falsi. Un portavoce del Tesoro Usa li definisce falsi, ma ammette di averli visti solo su internet, mentre la Guardia di finanza italiana dice che sono praticamente indistinguibili. L’interesse della Fed e della Banca del Giappone a negarne l’autenticità…

Milano (AsiaNews) – Il sequestro dei 134,5 miliardi dollari in titoli americani è stato effettuato dalla Guardia di Finanza (GdF) il 3 giugno scorso. Nei giorni immediatamente successivi la vicenda aveva fatto titoli cubitali sui quotidiani italiani e ne avevano diffusamente riferito le maggiori reti televisive nazionali. AsiaNews non è un organo d’informazione economica, ma un’agenzia di stampa missionaria. Ne ha iniziato a riferire pochi giorni dopo (l’8 giugno) notando che stranamente le fonti estere avevano del tutto ignorato una notizia di tale portata in cui erano e sono notevoli implicazioni sociali ed economiche per l’Asia (e per il resto del mondo) sia se i titoli sono autentici che contraffatti. Dal primo lancio è stato perciò messo sempre in luce che in mezzo alle mille ipotesi possibili, l’unica certezza era proprio il mutismo dei maggiori quotidiani e delle catene televisive oltre che il silenzio delle autorità e delle fonti ufficiali.
A tutt’oggi il comunicato della GdF del 4/6/2009, il giorno successivo al sequestro, è l’unico documento ufficiale disponibile. L’unico elemento in più finora accertato viene da agenzie giapponesi che citano fonti consolari nipponiche: i due asiatici con passaporto giapponese identificati a Ponte Chiasso (Italia) e diretti a Chiasso sono effettivamente giapponesi, uno della prefettura di Kanagawa, nel Giappone centrale, ed uno della prefettura di Fukuoka, nel Giappone occidentale. L’altro elemento certo è che i due giapponesi dopo essere stati identificati sono stati rilasciati. Se la GdF avesse avuto elementi per ritenere che i titoli erano contraffatti (anche per un valore molto, molto inferiore) era tenuta ad arrestare i due giapponesi. In caso contrario, l’ufficiale della GdF poteva lui stesso essere incriminato. Il rilascio dei due giapponesi non può aver avuto perciò luogo senza che la GdF avesse raggiunto la convinzione che i titoli erano autentici. In tal caso un arresto sarebbe stato illegittimo perché la mancata dichiarazione valutaria non è un reato penale, ma comporta una “semplice” ammenda amministrativa, il 40 % del valore eccedente i € 10.000 di franchigia. Questa ipotesi ha una sola possibile eccezione, il rilascio dei due responsabili, senza emissione del verbale d’ammenda, per un preciso ordine del governo, determinato da ragioni di interesse nazionale. Né dalla GdF né da alcun organo amministrativo italiano è state rilasciato alcun commento, non si dispone di dichiarazioni ufficiali, né in un senso né in un altro. Non si sa nemmeno se il verbale d’ammenda è stato emesso (perché ciò significherebbe che la GdF ritiene i titoli autentici).
AsiaNews allora, non può che registrare quanto segue:
La prima informativa di una grande agenzia stampa internazionale, la Bloomberg, è del 12 giugno e contiene un particolare bizzarro. Si afferma che, tra quelli confiscati, ci sarebbero anche titoli con una strana data d’emissione, il 1934. Di ciò non si trova traccia nel comunicato stampa diffuso dalla GdF. A posteriori si può arguire che questo dettaglio svela verso quale esito potrebbe essere pilotata la vicenda: i titoli sono “falsi”. Viceversa i Kennedy Bond da un miliardo di dollari ciascuno, di cui si parla nel comunicato della GdF del 4 giugno, sono titoli reali effettivamente emessi dal Tesoro USA meno di dieci anni fa (ovviamente non si sa se quelli trasportati dai due giapponesi siano Kennedy Bond autentici o no).
A tutt’ora non sono stati ufficialmente forniti dettagli dell’identità dei due giapponesi. Visto il valore dei titoli sequestrati, è comprensibile, ma rimane inusuale.
Dopo due settimane dal sequestro un lancio della Bloomberg il 18/6, riporta le affermazioni del portavoce del Tesoro americano, Stephen Meyerhardt: (“sono chiaramente falsi”). In una diversa intervista, Meyerhardt afferma di non aver visto le obbligazioni se non da una foto su internet. In due settimane, dopo che erano stati subito allertati i servizi sia italiani che americani, nessuno del Tesoro americano si è precipitato in Italia per verificare i titoli e l’analisi è talmente semplice che basta una foto presa da internet. Subito dopo il sequestro, la GdF aveva dichiarato che se si trattava di contraffazione, i falsi erano praticamente indistinguibili dai titoli autentici. A Meyerhardt invece è bastata una foto su internet. Se ne deduce che o alla GdF non ci sono altro che degli incompetenti – ed è davvero poco probabile – o la dichiarazione di Meyerhardt lascia spazio a molti dubbi.
In mancanza di comunicati ufficiali, il comandante della GdF di Como ha fornito in esclusiva ad un’agenzia le sue personali opinioni, non quelle ufficiali della GdF, che così non vi è formalmente implicata. Secondo quanto riportato da tale fonte, sulla questione dell’autenticità dei titoli il col. Mecarelli prudentemente si è limitato ad affermare che la GdF attende “i colleghi americani che devono fare la perizia sui bond per stabilirne l\’autenticità o la falsità”. Anche il fatto che dopo due settimane non sia arrivato in Italia un gruppo di esperti americani di contraffazione di titoli lascia spazio a molti dubbi: in fondo si tratta di 134,5 miliardi di dollari.
Un’ultima perla la fornisce il Financial Times, quotidiano spesso definito “autorevole”. Secondo il giornale, la vicenda dei 134,5 miliardi di dollari falsi (senza virgolette, il che significa che la contraffazione è già stata appurata, mentre così non è) sarebbe attribuibile alla mafia siciliana. Purtroppo però non fornisce alcun elemento che possa collegare i titoli sequestrati alla mafia siciliana.
Da fonti riservate, la cui attendibilità AsiaNews non può verificare, si afferma che uno dei due giapponesi fermati a Chiasso e poi rilasciati sarebbe Tuneo Yamauchi, cognato di Toshiro Muto, fino a poco fa vice-governatore della Banca del Giappone. Tale circostanza in sé non comporterebbe necessariamente che i titoli siano autentici. Da altre fonti si apprende invece che le autorità italiane considerino i titoli autentici e si rifiuterebbero di prestarsi al gioco della Fed, che senza esaminarli, li ha dichiarati falsi via internet. La Fed ha tutto l’interesse a sostenere la Banca del Giappone nel rientrare in possesso dei titoli evitando il pagamento della penale prevista dalla legge italiana. La Fed, infatti, sta avendo difficoltà a collocare i propri titoli sul mercato ed i nipponici sono tra i maggiori possibili acquirenti. Al contempo, il governo Berlusconi, che pur gode di un forte consenso popolare ed elettorale, potrebbe trovarsi in gravi difficoltà se venisse dimostrato che, nel caso i titoli siano autentici, non riesce a far applicare la legge italiana in territorio italiano.
AsiaNews 23/06/2009 10:23