I celentani che applaudirono l’arresto di Guareschi

La cappa ideologica

Un cattolico anticomunista «con i baffi»
in carcere per satira


Non fa male ricordare in questi giorni che in Italia, da oltre mezzo secolo a questa parte, l’unico giornalista e umorista finito in galera è stato un «uomo di destra»: Giovannino Guareschi. Che fosse «un reazionario» lo diceva egli stesso, anche se la sua era una «destra» né fascista né filocapitalista, ma legata ai valori tradizionali…

Guareschi contestò – in largo anticipo sui tempi – certe brutture della modernità, l’ingegneria genetica, l’aborto, perfino la nuova edilizia: il progresso, diceva, ci ha portato il cesso in casa. In questo, guarda i casi della vita, era molto simile a Celentano. Ma lui sì che per una vignetta e un articolo su un giornale satirico (il suo “Candido”) fu preso a bastonate: prima con venti mesi di galera, poi con un’emarginazione che durò fino alla sua morte.
Fa ridere sentire artisti, comici o giornalisti di sinistra che lamentano di essere stati emarginati dalla tv democristiana di Bernabei: in quella tv, e in quella successiva ancor di più, attori comici registi giornalisti critici eccetera eccetera di sinistra hanno avuto non solo spazio, ma a un certo punto anche un’indiscutibile egemonia, ancora più evidente nel mondo del cinema, del teatro, della musica, del giornalismo stampato e della scuola. In tutto quel mondo, invece, Guareschi è stato bandito per decenni. E non si dica che, rispetto a un Dario Fo o ad altri, fosse meno dotato.
Uomo dall’eccezionale capacità di fare le cose più diverse, Guareschi prima della guerra aveva contribuito al successo del “Bertoldo”, poi aveva fondato “Candido”, aveva scritto racconti e romanzi, inventato Don Camillo e Peppone, contribuito in modo determinante con le sue vignette sui comunisti “trinariciuti” e con i suoi manifesti («In cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no») alla vittoria della Dc nel 1948. Eppure fu proprio la Dc a impallinarlo.
Nel 1954 Guareschi scrisse su “Candido” che durante la guerra Alcide De Gasperi aveva chiesto agli angloamericani di bombardare l’acquedotto di Roma al fine di esasperare la popolazione e spingerla a ribellarsi agli invasori tedeschi. A sostegno della notizia, Guareschi pubblicò una lettera manoscritta da De Gasperi su carta intestata della segreteria di Stato vaticana. Lettera falsa, si è detto poi. Può darsi. Ma va precisato che al processo, nonostante la richiesta dell’imputato, non fu mai eseguita una perizia calligrafica, e i giudici si rifiutarono di ascoltare i testimoni della difesa.
È una leggenda – alimentata purtroppo anche da Montanelli – il presunto pentimento di Guareschi, che avrebbe, sia pur in privato, riconosciuto l’errore. Non è vero, Guareschi è sempre rimasto convinto che la lettera fosse autentica; i figli Alberto e Carlotta lo possono testimoniare. Comunque Guareschi fu condannato per diffamazione (non per falso) a un anno di galera, al quale si sommò una precedente condanna a otto mesi per una vignetta sul presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Guareschi scontò più di quattrocento giorni di duro carcere a Parma, e il resto con una sorta di arresti domiciliari.
Nessuno mosse un dito per difenderlo, anzi.
Per dire il clima: su “Azione giovanile”, organo ufficiale della Gioventù italiana di Azione cattolica, uscì questo titolo a otto colonne: “Guareschi ovvero lo scarafaggio”. Sotto il titolo la foto di uno scarafaggio morto sul palmo di una mano e questa didascalia, redatta da quei giovani cattolici: «Quando certi individui ti danno la mano ti succede di provare un senso di ribrezzo». La logica dell’attacco era cristallina: Guareschi, per quel giornale, era «falso e disonesto anche e soprattutto se i documenti fossero veri: perché il vero scopo di Guareschi è di gettare discredito su una parte di cattolici, quella che fermamente è rimasta antifascista e democratica».
Giovannino non si riprese mai più del tutto. Dovette lasciare “Candido”, e faticava a trovare qualcuno che gli pubblicasse i racconti.
Morì d’infarto, a soli 60 anni, il 22 luglio 1968.
Ai funerali si videro solo pochi amici: tra i giornalisti, Nino Nutrizio ed Enzo Biagi; dei vip, un solo nome, un figlio della stessa terra: Enzo Ferrari.
L’Unità titolò: “Malinconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto”.
Un’altra notissima testata cattolica, il settimanale “Il Nostro Tempo” (della curia di Torino), titolò: “Guareschi diede voce all’italiano mediocre”. L’articolo, firmato da Edilio Antonelli, cominciava così: «Era un uomo finito»; e finiva così: «Fu in definitiva un corruttore».
Su l’Avvenire d’Italia don Lorenzo Bedeschi sentenziò la mediocrità dell’opera di Guareschi con questa poco profetica affermazione: «Peppone e don Camillo sono premorti al loro autore».
Il tempo è stato galantuomo, i libri di Guareschi sono ancora tradotti e venduti – a milioni di copie – in tutto il mondo, a dimostrazione di un talento che solo la censura, quella della manette e quella dell’emarginazione, potè cercare di soffocare.


TORNA GIOVANNINO L’ultimo libro di Guareschi “Chico e altri racconti” (Rizzoli, 22 euro) che raccoglie 33 storie di bambini e un fumetto inedito dello scrittore emiliano.


di MICHELE BRAMBILLA


Libero 30 ottobre 2005