I cattolici e il Partito democratico

Socialismo


Intervista a Savino Pezzotta

PEZZOTTA: IL PARTITO DEMOCRATICO?
NON C’È POSTO PER NOI CATTOLICI



Se persino Pezzotta lo dice, allora é proprio vero…

L’inizio, come si dice, è tutto un programma, «di certo bisogna riconoscere a Rosy Bindi di averci provato». Savino Pezzotta è un bergamasco tenace e diretto, non usa l’ironia per eludere le domande. Si parla di famiglia e della conferenza governativa di Firenze, e da lì alle prospettive politiche dei cattolici il passo non è poi così lungo. Difatti il portavoce del «Family Day», tutto considerato, non le manda a dire: «Guardo con preoccupazione alla fine, nel Partito democratico, della cultura del cattolicesimo democratico di matrice sturziana e degasperiana. Non per tirare in ballo Gramsci, ma l’esigenza che in Italia ci sia una presenza organizzata dei cattolici in politica esiste eccome. Lo dico così, senza volermi contrapporre a nessuno. Come si esprimerà non lo so ancora. Ma di certo è una necessità che si avverte fra la gente. E mi pare proprio che il Partito democratico, per come si sta costituendo, non dia una risposta».

Perché dice che il ministro della Famiglia, a Firenze, «ci ha provato»?

«Abbia pazienza: Prodi ha detto una cosa, Padoa- Schioppa un’altra, Visco un’altra ancora, alcuni ministri manco c’erano. Problema: che farà il governo domani? Spero che Rosy riesca a metterli d’accordo…».

Prodi ha assicurato che i due terzi del «tesoretto» andranno alle famiglie…

«Bene, io stesso avevo chiesto si destinasse a loro. E sarebbe accettabile se i due terzi, in effetti, lo fossero».

E non è così?

«Ahimè, no. Si parla di politiche sociali che certo hanno influenze sulle famiglie, ma non sono interventi specifici sul tema. È un po’ come quando, da sindacalista, distinguevo tra spesa assistenziale e previdenziale. Tra emergenza e prospettive. Il governo deve saper distinguere e avere il coraggio di scegliere».

In che senso?

«La famiglia è un’altra cosa. Certo i poveri vanno aiutati e subito, si figuri! Se Prodi dice che vuole farlo sono contentissimo, del resto ricordo bene l’allarme lanciato dall’arcivescovo Bagnasco sulla povertà. Ma sono due piani diversi: è un tema che terrei distinto dalle politiche familiari, le quali hanno bisogno di continuità nel tempo, anche oltre il “tesoretto”. E pure le famiglie vanno aiutate da subito, ne va del futuro del Paese».

Sì, ma come si fa?

«Con buona pace degli “altolà” di Padoa-Schioppa, il governo dovrebbe definire nel Dpef e in Finanziaria tre priorità: debito pubblico, famiglie e contrasto alla povertà. Punto. Parliamoci chiaro: l’Italia destina alle famiglie l’uno per cento del pil, la metà della media europea, un terzo di Francia e Germania, un quarto dei Paesi scandinavi. È troppo chiedere che si arrivi almeno al livello dell’Europa? Quanto agli altri, interessi e corporazioni varie, si mettano in fila».

La Cdl ha parlato di spot elettorale.

«Non so se fosse uno spot e non è un problema mio. Io aspetto il 7 gennaio 2008 per vedere se, nella Finanziaria, alle parole corrisponderanno i fatti».

Qualcosa che ha apprezzato di Firenze?

«La proposta del ministro Bindi di creare un tavolo bipartisan per garantire continuità alle politiche familiari. È un’idea di sostanza, un metodo che dovrebbe coinvolgere anche le associazioni familiari e andrebbe allargato alle questioni eticamente sensibili. La vita non può essere un compito del governo, il parlamentare deve poter riconquistare la sua libertà. Questo è stato l’errore sui Dico. E per questo ho trovato sorprendenti gli interventi di Pollastrini e Amato».

Sorprendenti?

«Sui Dico o il testamento biologico la loro intransigenza è inconcepibile. Un po’ di prudenza, andiamo: perché affermare cose che turbano la nostra coscienza? Significa non aver capito niente di quanto è successo al Family Day. Non vedere che c’è un popolo che ha detto: fate altre cose. Piero Fassino e, ogni tanto, Rosy Bindi lo hanno compreso».

C’è chi dice: con i principi «non negoziabili» addio democrazia.

«E perché? Per un laico democratico la libertà o la giustizia sono forse principi negoziabili? Se uno mette in discussione i miei principi mi oppongo e poi si vede, no? No: non si vuole che parliamo! E poi faccio una battaglia laica, mica chiedo di sposarsi in Chiesa».

Già, ma a chi nel centrosinistra cerca un dialogo come risponde?

«C’è chi ha scelto di convivere? Per carità. Non li obbligo ad andare in Comune né in Chiesa. E so che hanno dei bisogni da risolvere sul piano della loro scelta individuale: attraverso il diritto comune, il codice civile. Tutto qui. Ma la questione di fondo è un’altra».

Quale?

«La visione antropologica. C’è chi ritiene non si debba destrutturare la società ma mantenere come punto costitutivo la famiglia e chi invece ha un’idea di società individualista e libertaria. Due visioni del mondo difficilmente conciliabili».

Eppure conciliare quelle visioni sarebbe l’ambizione del Partito democratico, no?

«Io non so se ce la fanno. Ho già detto che non entrerò nel Pd e sto a vedere che succede. Mi siedo sulla riva del fiume. Per carità, i miei amici popolari possono rischiare…».
E ai «teodem» che direbbe?

«Li invito ad assumere la virtù della prudenza. È meglio prendersi un po’ di tempo in più e fare le cose per bene».
Ma non sta andando troppo per le lunghe?

«Mah, io avrei pensato al Pd come a un “partito area”, un contenitore nel quale le diverse tradizioni politiche avessero potuto mantenere la loro identità e autonomia. Forme organizzate che si associano. Un luogo che garantisse alla mia cultura di vivere. Ma non è avvenuto».
Quindi?

«Mi batto per i miei valori, per una cultura che in Italia deve mantenere la capacità di esistere. Perché devo annullarmi, scomparire?».

Addio bipolarismo?

«Ma no, semmai sono per un bipolarismo mite. Non dico questo contro nessuno. Nel sindacato ho sempre vissuto un rapporto sereno con i comunisti. Si può vivere anche nella diversità. Certo, bisogna semplificare il quadro politico, ma il pluralismo non è in contasto con il bipolarismo».

In un convegno su don Mazzolari ha detto a Veltroni: non mettetelo nel Pantheon.

«Il Pantheon è l’inizio del declino dell’impero. Quando non si riusciva più a governare hanno messo là tutti gli dèi perché in realtà ce n’era uno solo: l’imperatore. Per questo detesto il sincretismo».

Parlava del «popolo» del Family Day…

«Sono sommerso da e-mail che ci incitano ad andare avanti».

E ora?

«Non è che ce ne torniamo a casa. Ci sono altre questioni eticamente sensibili: il testamento biologico, per dire. Questa è la svolta del Family Day: il mondo cattolico non è più solo un serbatoio di voti, ma una soggettività che può mettere in campo i propri valori».


di Gian Guido Vecchi

Corriere della Sera 28 maggio 2007