Guareschi e la «modernità deviata»… Una foto inedita.

Dal mondo

“Don Camillo e Don Chichì”


QUEGLI INSOLITI DUE


Una storia non compiuta… perchè ancora tremendamente attuale.


Oltre all’introduzione interessantissima del libro “Don Camillo e don Chichì è anche possibile vedere un fotogramma preso dal film (incompiuto) «Don Camillo e i giovani d’oggi». Non quello del 1972, ma quello del 1970. Girato nel luglio e agosto di quell’anno. A riprese quasi ultimate Fernandel stette male e, a Parma, gli fu diagnosticato un tumore che lo porterà a lasciare questa terra pochi mesi dopo, il 26 febbraio 1971. Nella foto si vedono il «don Chichì post-conciliare» e don Camillo-Fernandel che, ignaro, sta già vivendo la sua «passione»…





Sono invecchiati, quei due. Don Camillo, addirittura, pare non rendersi conto di vivere nel 1966, ma si riferisce a un calendario fermo al 1666. Glielo rinfaccia un pretino saccente, spedito dalla Curia per insegnargli a fare il parroco tenendo conto dei «tempi nuovi» cui deve adeguarsi anche la Chiesa, pure abituata a viaggiare sui ritmi dell’eterno. Voce del verbo aggiornarsi.
Peppone appare decisamente appesantito dalla trippa (don Camillo si burla di lui definendolo «sacco di lardo»), impollastrato, imborghesito, perfino un po’ rintronato, forse guastato irrimediabilmente dal benessere. Le sue manacce non sparano più pugni che pesano un quintale e hanno smesso di pestare martellate sapienti su una sbarra di ferro incandescente artigliata dalle lunghe tenaglie e inchiodata sull’incudine. L’officina del fabbro si è trasformata in un moderno emporio di motociclette, automobili e ammiccanti elettrodomestici.
Loro stessi sembrano rassegnati. Non si riconoscono più. Si sentono a disagio nel bailamme degli anni Sessanta che producono cambiamenti vorticosi. Tagliati fuori. Pare non riescano a raccapezzarsi. Don Camillo si abbandona a un’amara confessione in faccia al tradizionale avversario:
«”Compagno” disse con voce pacata “in questo mondo dove ognuno se ne infischia di tutti gli altri, in questo mondo dominato dall’egoismo e dall’indifferenza, noi continuiamo a combattere una guerra che è finita da un sacco di tempo. Non ti dà l’idea che noi siamo due fantasmi? Non ti rendi conto che, fra non molto, dopo aver tanto combattuto, ognuno per la sua bandiera, verremo cacciati via a calci – io dai miei e tu dai tuoi – e ci ritroveremo miserabili e strapelati a dover dormire sotto un ponte?”.
«”E cosa significa questo?” rispose Peppone. “Continueremo a litigare sotto il ponte.”
«Don Camillo pensò che in uno sporco e pidocchiosissimo mondo in cui non è possibile avere un vero amico è una gran consolazione poter trovare almeno un vero nemico».
Il guaio è che di motivi per litigare i due ne hanno sempre meno. Se si accapigliano ancora è per una spe¬cie di rappresentazione, per rispettare il copione, più che in forza di un’intima convinzione. Don Camillo, ogni tanto, non resiste alla tentazione di giocare tiri birboni al compagno sindaco (debitamente ricambiato). Ma così, tanto per non perdere l’allenamento. Pare non ci provi più gusto.
Peppone, in certe occasioni, continua a dire, nei confronti dei preti, «cose da far venire i capelli ricci a un calvo». Talora manda all’inferno don Camillo insieme a tutte le tonache nere dell’universo. Ma lo fa per abitudine, per una specie di riflesso condizionato. Il più delle volte è costretto, suo malgrado, a trovarsi d’accordo con don Camillo, che è prete, sì, ma «prete non clericale». Addirittura deve ricorrere a lui se vuole rimettere un po’ in sesto la testa zazzeruta del figlio Michele.
Da parte sua, don Camillo interviene perché il fondoschiena lardoso di Peppone continui a occupare la poltrona di sindaco. Non c’è più religione…
Insomma, i due, date le circostanze, recitano alla stracca la parte di antagonisti più che altro per soddisfare la platea, ma si ritrovano a essere soprattutto amici, anche se non devono darlo troppo a vedere. Hanno antipatie, insofferenze comuni. E, più che dormire sotto i ponti, nella baraonda generale, stanno solidamente accampati su un isolotto che si chiama buonsenso.


***


Il fatto è che entrambi tengono guai in famiglia. Gatte rognose e irsute da pelare. Macigni indigesti da trangugiare. Figuracce da evitare.
A don Camillo è capitata in casa una nipote squinternata, sbarazzina, insolente, disinibita, sfrontata, di un’astuzia diabolica, in grado di sfoderare un campionario sterminato di sciocchezze. Coi suoi comportamenti spregiudicati e le amicizie pericolose che intrattiene con squadracce di teppisti getta lo scompiglio in tutta la parrocchia. Lo zio prete tenta di domarla ricorrendo ai soliti collaudatissimi argomenti maneschi, anche se – dato il soggetto – delega alla bisogna la nerboruta moglie del campanaro. Ma, nonostante la complicità del tagliere del pane impugnato dalla ruvida sagrestana, il tentativo di trasformare la spudorata ragazza in compunta «Figlia di Maria» abortisce regolarmente.
Per gli amici della ghenga di “metallari”, invece, non tiene scrupoli. E interviene direttamente, senza interposta persona. Anche se quelli della banda sono in parecchi, e tutti tremendi all’aspetto, per sbaragliarli basta e avanza lui da solo.
Comunque la terribile Cat non si lascia intimidire e la spunta quasi sempre riuscendo abitualmente a ingannare il reverendo, che pure non è tipo da lasciarsi menare per il naso.
Peppone, da parte sua, oltre a dover fronteggiare una agguerrita frangia “cinese” all’interno del partito, si trova in casa un figlio testardo, nonché capellone. Michele, in arte «Veleno», imperversa nel paese e dintorni riuscendo a rompere, oltre che le teste di giovinastri appartenenti a squadracce rivali, anche le uova nel paniere della politica del padre. Paradossalmente, Veleno, dopo le sue clamorose ribalderie, ripara in canonica, dove don Camillo, in cambio del diritto d’asilo garantito, al sicuro dalle ire paterne, gli impone di impiegare le energie in esubero spaccando e segando legna ecclesiastica. Arriva perfino a chiedergli e a ottenere il sacrificio della chioma. Un vero miracolo, per quel Sansone in formato ridotto, pur se propiziato da un ricatto.
Cat, invece, bazzica clandestinamente l’emporio di Peppone, fingendo di essere sua concorrente nella vendita di frigoriferi e affini, che rifila a tutti, zio prete e Vescovo compresi. La ditta, che si regge su quell’infame accordo commerciale stipulato sottobanco, fa ottimi affari. E la moglie di Peppone pesta i piedi per avere una pelliccia come le signore della borghesia (altro pelo, stavolta raffinato, in cui si impigliano le mani rabbiose del sindaco comunista…).
Quasi non bastasse, tra Cat e Veleno c’è del tenero che aumenta a vista d’occhio, anche se accortamente mascherato da reciproca astiosità e regolari zuffe.
Insomma, si tratta di un gioco a carte truccate, e la confusione che ne risulta è notevole.


***


Ma in questo racconto Giovannino Guareschi opera un significativo cambiamento di scena. Protagonisti principali non sono i due personaggi che finora se la sono cavata con successo. Don Camillo conserva la parte di primo attore (figurarsi se è disposto a cederla!). Ma suo antagonista abituale non è più il sindaco comunista – il quale, un po’ sbollito, sta sullo sfondo, più che altro un elemento ornamentale, oppure viene impiegato saltuariamente come comprimario per movimentare la scena – bensì un altro sacerdote, sia pure sprovvisto di talare. Uno che ha letto molti libri (compresi quelli che don Camillo non si è mai sognato neppure di sfogliare distrattamente), forse troppi. E ha la parola facile, sicuramente troppo.
Significativamente il romanzo ha recuperato il titolo originario Don Camillo e don Chichì, accantonando l’abusivo Don Camillo e i giovani d’oggi. I giovani restano come pietra di paragone, sfida, test di verifica tra i due reverendi che più diversi non si potrebbe. Siamo nelle immediate vicinanze del ’68 e Guareschi, come al solito, tiene lo sguardo puntato lontano e gioca, profeticamente, d’anticipo. In campo ecclesiale ci sono di mezzo le turbolenze e i travagli provocati dal Concilio Vaticano II, in particolare dalla riforma liturgica.
Lo scontro tra i due appare inevitabile. Le loro barchette, naviganti sul grande fiume, sono sempre in rotta di collisione.
Don Chichì è un pretino progressista e scalpitante della nouvelle vague in giacchetta e cravatta (non fosse per gli occhiali da intellettuale, lo si potrebbe scambiare per un rappresentante di commercio), lustrato a dovere, munito di spiderino rosso, allevato artificialmente ingozzando formule e slogan, portatore di istanze sociali, fautore di una teologia che si è sbarazzata di tutto il vecchiume, seguace di metodi pastorali avventuristici. Tarantolato dalla smania delle riforme, incluse quelle che non sarebbe il caso. Assume, con evidente compiacimento, posizioni d’avanguardia, propugna idee “aperte”, adotta uno stile di petulante rottura rispetto a quello tradizionale, segue provocatoriamente una linea “a rischio”. Parola d’ordine: «Demistificare». Programma preciso: buttare in soffitta il ciarpame devozionale, lottare contro la superstizione, mettersi al passo dei tempi, dialogare con i lontani.
Fa di tutto per apparire anticonformista, controcorrente. In realtà, assomiglia ai salmoni che vanno controcorrente perché così fan tutti. Lui segue il branco, volendo far credere di esserne la guida illuminata.
Don Camillo, lui, si attesta su posizioni che si potrebbero definire reazionarie, non solo conservatrici. La nipote impertinente lo definisce «un fossile». Respinge la riforma liturgica, e si incaponisce a celebrare la Messa in latino guardando in faccia il Crocifisso e voltando le spalle al popolo (lui, però, la gente la guarda già in faccia in tanti altri momenti e luoghi).
Di fatto, tuttavia, il vero anticonformista è don Camillo. Le mode non lo toccano. I suoi modi ruvidi risultano come al solito efficaci. Lui dialoga da tempo non solo con quelli della sponda opposta, così come li intende il viceparroco, ma addirittura con quelli passati all’altra sponda, ossia i morti, che da quelle parti sono ancora più testardi dei vivi. Si fida delle armi tradizionali, mentre don Chichì si gingilla con armi-giocattolo. Liturgia a parte (che non dev’essere il suo forte), si ha l’impressione che don Camillo sia arrivato, coi fatti, molto più in là di quanto non si spinga, pateticamente, don Chichì con il suo spiderino rosso e le parole raffinate che gargarizza in continuazione.
Ed è precisamente sulle parole che si gioca la sfida tra il prete conservatore e il collega lustro di modernità.
Basta esaminare i discorsi di don Chichì, che Guareschi costruisce con calcolata perfidia. Filano alla perfezione. Seducono. Non si può che dargli ragione. Eppure si ricava l’impressione di qualcosa di artificiale, posticcio, non autentico, stonato.
E quando quei programmi accuratamente elaborati, quelle frasi scintillanti, quelle parole grondanti modernità si traducono in azioni, ecco che don Chichì combina guai in serie, non ne azzecca una. Si rivela strutturalmente incapace di far entrare i lontani, secondo i suoi propositi sbandierati. In compenso, fa di tutto per svuotare la chiesa dei vicini, dei frequentatori abituali, riuscendovi, ahimè, puntualmente.
Al contrario, le idee di don Camillo, qualche volta, zoppicano vistosamente. La logica lascia a desiderare. Gli eccessi polemici sono fin troppo scoperti. Ci si ritrova spesso a non essere d’accordo con quello che dice, o più precisamente urla. Eppure non si può negare che nelle sue parole ci sia un timbro di autenticità, di coerenza, di libertà, e che quei discorsi grezzi contengano una saggezza collaudata. Le frasi possono essere scombinate, ma il senso è quello giusto.
Insomma, don Camillo esplode cannonate che lasciano il segno, mentre don Chichì spara a salve, si esibisce in spettacoli pirotecnici. Uno ti fa ingollare un cibo solido, mentre l’altro confeziona marmellate di parole inconcludenti e sciape.
Al tirar delle somme, don Camillo, con le sue idee antiquate, i rifiuti e le impuntature pregiudiziali, dimostra di aver ragione. I fatti gli danno ragione. Non per nulla dichiara, con una punta di orgoglio: «Io capisco i fatti».
Lui non fa il verso ai giovani, non li blandisce come il suo giovane sostituto. Li affronta a muso duro, li arronza a grinta spianata, li prende contropelo (per nulla impressionato dall’abbondanza del materiale pilifero dei soggetti), non si lascia incantare dalle apparenze, così come non si lascia intimidire dai truci cipigli, dalle catene e borchie e motociclette mugghianti.
E, alla fine – come appare dalla scena decisiva dell’alluvione -, dimostra di capirli e di interpretarne le esigenze profonde meglio di chiunque altro, e riesce a convincerli a investire le loro debordanti energie e i loro uzzoli rivoluzionari in opere di pubblica utilità e non semplicemente in manifesti dai toni reboanti.
Viene in mente una frase che si legge nel profeta Geremia: «Essi torneranno a te / mentre tu non dovrai tornare a loro» (Ger 15, 19).
Una metafora percorre diversi capitoli di questo romanzo (scritto in gran parte nel rifugio di Cademario, in Svizzera italiana): quella del paracadute. Cat frequenta la scuola di paracadutismo (per ricordare il padre, ammazzato dal compagno «Boia») e, di riflesso, anche Veleno si arruola tra i parà. Manco a dirlo, don Chichì non resiste all’istinto pappagallesco e si lancia pure lui col paracadute. Ma la scena finale è grottesca e rappresenta la bocciatura più inesorabile di don Chichì e delle sue tecniche di conquista delle anime: il pretino disinvolto va a finire impigliato sui rami di un pioppo.
Don Camillo, no. Lui non ha bisogno di dimostrare il proprio coraggio catapultandosi dall’alto col paracadute. Rimane sempre con le scarpacce ben piantate per terra, ed è su quel terreno solido che vince il confronto con tutti i don Chichì che svolazzano nei cieli dell’astrazione, dei velleitarismi esibizionistici, dei propositi vacui.


***


Il libro, nonostante l’ironia pungente e il riso sfrigolante in molte pagine, è soffuso di malinconia, di rassegnazione, oserei dire di sconfitta.
La confusione assume dimensioni allarmanti, e la voce del Cristo diventa sempre più lontana, flebile, non possiede la perentorietà di prima.
Sembra di intravvedere – quasi si sente – l’ombra della fine imminente, che si allunga su Guareschi.
Mai come in questo libro – per mio conto, una delle prove più convincenti di maturità umana e non solo artistica – si può cogliere l’immedesimazione di Giovannino con don Camillo. Si sente tagliato fuori, un po’ schifato, perché non partecipa all’euforia generale, rifiuta la sbornia di illusioni. Lui, davvero, non si lascia incantare. Detto tra parentesi: ci sono pagine che contengono definizioni e osservazioni sulla figura del prete capaci di far venire l’acquolina in bocca a qualsiasi sperimentato maestro spirituale. Viene anche presentata una crisi affettiva del sacerdote giovane con una finezza e una penetrazione psicologica stupefacenti. Oltre al resto, il romanzo rivaluta il personaggio del vecchio parroco «col cuore tenero» e «dalle ossa dure».
Don Camillo-Guareschi ha la sensazione che il progresso faccia avanzare tutto – le macchine, le motociclette fracassone, la problematica ecclesiale – ma non l’uomo, che invece compie preoccupanti passi all’indietro, verso le caverne. Vorrebbe modificare la domanda del Pater noster «liberaci dal male» in «liberaci dal benessere».
Forse, in alcune punte polemiche, in certo sarcasmo, si dimostra un po’ unilaterale. Probabilmente, nei cambiamenti post-conciliari, con la complicità di certa letteratura faziosa, oltre che delle sue inguaribili allergie e dei suoi umori, scorge solo le storture più pacchiane, le degenerazioni più clamorose, e le descrive forzando i tratti.
In fondo, però, Guareschi rivendica il ruolo di custode geloso, intransigente, occhiuto e ringhioso, dei valori e degli ideali cui il mondo dovrà presto o tardi tornare, se non vuole sprofondare in un abissale, tragico sbadiglio. Anche se dichiara, nella lettera a un prelato, di sentirsi «ormai vecchio e spelacchiato e non conto più nulla» (15 ottobre 1967), ha la consapevolezza di essere “portatore sano” di un virus benefico che si chiama fede. Sa che in tante cose – comprese quelle di chiesa e immediate adiacenze – ha visto giusto. Ha “annusato” il vecchio stantio occultato in tante conclamate novità. Non è un esperto in certe faccende, ma possiede un fiuto infallibile che gli rivela l’inconsistenza e l’ambiguità di certe situazioni, nonché la precarietà di certe conquiste tanto sbandierate.
Non fa nulla per nascondere il timore che, insieme alla cornice, sparisca anche il quadro, che si spazzi via non solo la superstizione ma pure la religione. Soprattutto non può tollerare venga gettato nella spazzatura il latino (che, per lui, non è solo linguaggio, ma struttura di pensiero, concisione, logica rigorosa, razionalità, discorso essenziale, mentalità).
Potrebbe dire, come don Camillo, parroco all’antica munito di sottanone e che ricusa sdegnosamente le chitarrose “Messe yé-yé”: «Io sono un vecchio prete e ritengo che il Cristo non debba ricorrere alla chirurgia estetica per nascondere i segni delle sue lacerazioni».
Non accetta «una religione fornita di tutti i comfort moderni». Resta fermamente convinto che «la religione di Cristo non è e non può essere né comoda né divertente».
Giovannino (don Camillo) Guareschi non ha bisogno di recitare la parte del moderno. E qualcosa di più: attuale. Apparentemente sorpassato, eppure davanti a tutti. Antiquato, eppure indispensabile.


***


Pochi mesi prima di morire, Guareschi scriveva a un amico: «Io vivo isolato come un vecchio merlo impaniato sulla cima di un pioppo. Fischio ma come faccio a sapere se quelli che stanno giù mi sentono fischiare o se mi scambiano per un cornacchione?» (Cademario, 11 gennaio 1968).
Dunque, sembra finito anche lui su un pioppo come il fatuo don Chichì inguainato in un clergyman attillato e dotato di paracadute svolazzante.
In realtà, Giovannino si è annidato lassù per sfuggire al diluvio parolaio, alla cagnara, alla stupidità, alla volgarità, alla sguaiataggine, al vuoto dilagante e rimbombante.
E di lassù lancia il suo inconfondibile richiamo venato di poesia e musica, oltre che di saggezza.
Non è rimasto impigliato sull’albero precipitando col paracadute dalle alte quote dell’intellettualismo d’accatto e dell’ideologia corrente e trionfante. Vi è salito per cercare un riparo di solitudine e creare uno spazio di libertà per tutti.
Pronto sempre a ridiscendere quando si tratti di affondare i piedi nel fango e intrecciare le proprie mani con quelle di altri uomini di buona volontà per sconfiggere ancora una volta l’alluvione devastatrice.
Se nessuno riesce a cogliere la melodia di quel merlo impaniato sul pioppo, vorrà proprio dire che non c’è più speranza e che dovremo affidarci a don Chichì.
Un bel guaio.
Ma ce lo saremo voluto noi.
Colpa imperdonabile di preferire un cornacchione riciclato in chiave di modernità che gracchia una canzone insulsa, al merlo che fischia una melodia che viene da lontano.


Alessandro Pronzato


G. GUARESCHI, Don Camillo e Don Chichì (“Don Camillo e i giovani d’oggi”), BUR, Milano 2001, pp. V-XV