Gli immigrati vogliono diventare italiani?

Cooperazione allo sviluppo

di Giovanni Salizzoni

(C) Avvenire Bo7, 25-7-2007


Qualche giorno fa un quotidiano ha pubblicato un’approfondita indagine
sull’immigrazione in Italia, sulle condizioni di vita dei nuovi venuti e sulle
loro aspettative e, parallelamente, sulla percezione che gli italiani hanno del
fenomeno migratorio nel nostro Paese.

E’ emerso che un immigrato su due
non è interessato a diventare italiano: la cittadinanza è per gli immigrati solo
un «traguardo funzionale», il modo per ottenere beni come il welfare o la
possibilità di acquisti rateali, tanto più che non hanno nessuna aspirazione a
poter votare.


Secondo la ricerca solo un immigrato su due chiede di
diventare cittadino italiano e lo fa dopo aver vissuto oltre dieci anni nel
nostro Paese; la domanda si rileva inoltre maggiormente per i gruppi
latinoamericani piuttosto che per le etnie nordafricane, asiatiche e dell’est
europeo.

Gli extracomunitari si trovano da noi per motivi per lo più
contingenti: il lavoro, condizioni di vita migliori, la presenza di altri
connazionali.

Ultimo rilievo sorprendente: la maggior parte degli
italiani non ha idea di quanti siano gli immigrati nel nostro Paese, vive la
loro presenza essenzialmente come forza lavoro ed è genericamente preoccupata
del repentino incremento del fenomeno immigratorio che accrescerebbe episodi di
piccola delinquenza e di sostanziale disordine a livello
sociale.

L’indagine dà ragione alle ricerche condotte
dall’amministrazione comunale bolognese precedente all’attuale, a quattro
anni di confronto serio e approfondito sul tema dell’immigrazione che hanno
portato alla definizione di un documento unico nel suo genere (non solo in
Italia, ma anche in Europa): la Carta dei diritti e dei doveri per una civile
convivenza, il primo atto che una istituzione pubblica abbia creato con il
proposito di regolare e volgere al meglio rapporti di convivenza con persone
immigrate, culturalmente diverse da noi.

Credo che tutti converranno che
l’immigrazione è comunque un fenomeno che va gestito nella sua complessità e
nella sua concretezza, che il rapporto con gli immigrati non può essere vissuto
soltanto nelle contingenze che richiamano a problemi di ordine pubblico, ma deve
coinvolgerci in riflessioni e conseguenti determinazioni che hanno origini più
profonde; e sono convito che compito primario di una Amministrazione Comunale
attenta e ben radicata nel territorio è ricondurre a una sintesi positiva tutte
le varie e nuove risorse umane che popolano appunto la città.
Ma fare una
sintesi positiva delle risorse umane che popolano una città non comporta
arrivare a scontri ideologici o culturali, non significa individuare
«denominatori comuni» tra differenti storie millenarie, tra tradizioni per molti
versi inconciliabili, non prevede di pianificare a tavolino improbabili
convergenze tra valori fondanti l’anima dei popoli.

Il fatto che un
immigrato su due non sia interessato a diventare italiano e la cittadinanza sia
per gli immigrati solo un «traguardo funzionale» è ovvio; altrettanto ovvio è
che gli extracomunitari più interessati ad ottenerla siano i latinoamericani,
cioè coloro che sono culturalmente più affini a noi.

L’integrazione non è
la risposta con cui fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione; ma se non posso
obbligare un uomo ad avere la mia stessa religione e a nutrirsi senza tabù
alimentari, posso invece metterlo nelle condizioni di conoscere le regole
vigenti nel mio Paese, in modo tale che anche lui, come me, le rispetti proprio
per da favorire il suo inserimento pacifico nella nostra
società.

L’integrazione, o è una scelta personale, oppure è l’esito di
processi storici di lunga durata che in larga misura superano la decisione e la
coscienza dei singoli.

L’integrazione è un fenomeno essenzialmente
culturale il cui esito è determinato più da elementi di natura culturale che da
prescrizioni di natura politica.

Ecco il senso vero della Carta: essa è
un patto attraverso il quale la convivenza è non solo possibile ma anche
feconda; un patto che sottende la consapevolezza che la comunità ospitante ha
una sua identità che è stata costruita lungo secoli di storia e che l’immigrato
deve perciò rispettare.
Un patto che prevede contestualmente il rispetto di
tutto quell’insieme di tradizioni, di cultura, di regole – in breve di ciò che
chiamiamo ‘identità’ – che costituisce la fisionomia e il patrimonio storico
dell’immigrato.

D’altronde qualsiasi convivenza umana non può che
fondarsi sul riconoscimento reciproco consapevole, sulla garanzia di mantenere
la propria identità e di riconoscere quella dell’altro nel rispetto di quel
minimo di regole essenziali che fondano il vivere civile.

Alla luce di
questo modo di vedere realisticamente e concretamente il nostro futuro e dei
nostri figli, appare del tutto fuorviante, contraddittorio e pericoloso
l’atteggiamento falso-progressista di voler fare moschee e coprire immagini,
antiche opere d’arte, per compiacere senza avere prima condiviso le regole del
convivere.