Giuliano Ferrara “risponde” a Socci

Dal mondo
Ferrara una email mi ha cambiato la vita

Prima il dubbio se rinunciare alla corsa elettorale. Poi il ripensamento grazie a un messaggio notturno. Giuliano Ferrara spiega la sua scelta. E racconta del suo primo incontro con un Papa, del suo ateismo goloso di teologia, della sua rinuncia a essere padre che ora lo opprime.

 

Fino a martedì scorso Giuliano Ferrara appariva indeciso. Era stanco, aveva dormito poco e male: l’aspetto tradiva l’angoscia di chi è incapace di sciogliere il dubbio, diviso tra la voglia di portare in Parlamento la battaglia «pro life» e il timore di seppellirla per sempre con un insuccesso elettorale. Insomma, non era aria da intervista, semmai da sfogo: «C’è chi mi spinge ad andare avanti e chi mi invita a fermarmi, dicono che ho già vinto, che sono riuscito a far discutere tutti di aborto. In realtà temono lo zero virgola, un risultato sotto le aspettative che taciterebbe ogni discussione sul tema della vita». L’ho lasciato, nel pomeriggio, più propenso al ritiro che alla candidatura, pronto a un accordo con il Pdl. In lista ci sarebbero stati gli alfieri della moratoria contro l’aborto, ma non lui, che si sarebbe messo da parte. Ma già mercoledì mattina il clima era cambiato e l’Elefantino era tornato battagliero.

Che ti è successo?

Nulla. A notte alta ho pensato che non potevo tergiversare. Ho ricevuto molte pressioni, anche da amici: hanno fatto ricorso perfino ad ampie citazioni di vecchi discorsi di Papa Ratzinger a favore di un compromesso. Volevano che mi fermassi. Una misura di realismo politico, che non danneggiasse la battaglia culturale intrapresa.

Di inviti te ne sono arrivati da «Avvenire», «Famiglia cristiana», Comunione e liberazione…

Ma, come mi è stato insegnato, quando c’è un impulso di coscienza rettamente formato bisogna proseguire. Il mio si è formato in modo tortuoso, non religioso, ma è un impulso chiarissimo. Per cui, con cuore allegro, farò una campagna elettorale civilissima, senza fanatismi, imponendo un tema.

Non me la racconti giusta. Ieri non sapevi che fare, oggi non hai un dubbio. Chi è stato?

Il cognome non lo faccio per discrezione: si chiama Cristiano. È un ragazzo di Brescia, competente e buono, che si occupa del sito online del Foglio. Non sapevo che fosse della mia partita, ma ieri, all’una di notte, mi ha mandato una email in cui mi esortava ad andare avanti. Io l’ho letta alle 3, mentre insonne cercavo di decidermi. C’era allegato un video, un pezzo di Ogni maledetta domenica, il film in cui Al Pacino, allenatore di una squadra di football, incita i suoi giocatori: «Diamoci dentro, conquistiamocelo centimetro per centimetro». E noi questa battaglia la faremo centimetro per centimetro.

Nemmeno un aiutino dai vescovi?

Io credo che la Chiesa, nella sua immensa saggezza, voglia coprire tutto l’arco delle scelte possibili. I liberaldemocratici che stanno nel Pdl, ma anche, sebbene siano messi male, i cattolici che sono nel centrosinistra. È attenta, forse per ragioni inerziali, perfino al partito di centro.

Ma ti guardano con simpatia.

Ho ragione di credere che, pur senza farsi coinvolgere direttamente, l’esperimento di una lista su un tema generale e culturale come quello della vita ai vescovi non dispiaccia.

Hai la benedizione di Benedetto XVI.

No, quello lo dice don Gianni Baget Bozzo, che mi invita ad andare avanti.

Ma nella chiesa di Santa Maria Liberatrice domenica scorsa il Papa s’è intrattenuto a stringerti la mano…

È stato gentile, si è fermato due volte. Ma vuoi che ti dica com’è nato quell’incontro? Sabato scorso sono andato al bar sotto casa, lo faccio ogni mattina, e la cassiera Simona mi ha detto: «Lo sa che domani arriva il Papa?». Solo allora mi sono ricordato che il parroco mi aveva dato una lettera, che ho ritrovato a fatica sotto una montagna di carte. Senza Simona avrei mancato l’appuntamento con quella carismatica figura.

Sei affascinato dal Pontefice?

Beh, tutti noi romani siamo un po’ papisti, ma il mio interesse viene da quand’ero ragazzino. Un giorno, mentre tornavo da scuola con i libri sottobraccio, vidi Paolo VI. Allora non c’erano tutte le misure di sicurezza che ci sono oggi e ci si poteva avvicinare. Il Papa stava su una Mercedes nera, decappottabile, e mi fece molta impressione.

Ma tu non avevi un’educazione religiosa…

 La mia era una famiglia di atei materialisti, anche se i miei si erano sposati davanti al prete, perché in quegli anni la linea di Palmiro Togliatti era d’intesa con la Chiesa e il Pci invitava i suoi dirigenti al matrimonio cristiano. Però non aver avuto un’educazione religiosa è il mio cruccio. Ho scoperto tardi la teologia, i libri di Sant’Agostino, Ugo di San Vittore e Anselmo d’Aosta…

Li hai letti quando hai smesso di essere comunista?

No, ho cominciato a leggere Itinerarium mentis in Deum di San Bonaventura a 17 anni. Allora andavo male in trigonometria e in algebra, ma ero affascinato dalla filosofia medioevale e dalla teologia. Poi negli anni ho letto molti altri testi, ma per cultura personale, per edificazione.

Di’ la verità: ti stai convertendo?

No. Conversione significa inginocchiarsi e pregare, entrare in comunione con Cristo: io da tutto ciò sono lontano come lo ero prima, o vicino come lo ero prima. Semplicemente mi sono trasferito nel corso del tempo dal mio mondo a questo altro mondo, dove si pensa, si custodiscono le più belle biblioteche, si cercano le radici della vita dell’uomo.

Nella storia della Chiesa i convertiti spesso sono diventati integralisti.

Te lo ripeto: io sono credente, ma nel senso che non sono una persona scettica. Ho fede, nel senso che ho fiducia. Se poi devo farmi una critica, sì, sono a rischio fanatismo, perché sono uomo dai giudizi netti. Per me due più due fa quattro e non ci sono altre sfumature.

Mai sentito il bisogno di confessarti?

No, ho i normali tormenti di chi vive in un mondo borghese-cristiano, ma non sono afflitto dalla sindrome di don Giovanni.

E il senso del peccato?

Ce l’ho molto. Quando dal Parlamento europeo cacciarono Rocco Buttiglione perché aveva usato la parola peccato, scrissi un articolo in cui accusai i laici di aver espulso dal vocabolario proprio il senso del peccato.

Oggi difendi il diritto alla vita, quando avevi 20 anni hai lasciato che la tua ragazza abortisse. Provi pentimento?

Non ne parlo volentieri. L’ho fatto tempo fa in risposta a una lettera di Adriano Sofri, che mi diceva che non si può fare una battaglia sincera se non si è sinceri anche nella dimensione personale. Ne ho parlato allora e mi è venuto male. Quando accadde, io avevo 21 anni e lei 19: mi voltai dall’altra parte, ma all’epoca non era neppure discutibile. Era così e basta. Era la cultura mia e dei miei genitori. Ma la cultura non elude la nostra responsabilità personale, la mia responsabilità.

Ci pensi mai?

Sì, e ritengo che sia stata una cosa tremenda. Non lo dico con le lacrime agli occhi, ma penso che ho avuto successo, ho fatto tanti soldi, ho vissuto tante avventure e sarebbe stato bello avere dei bambini da allevare, avere dei compagni di vita. Oggi sarebbero tre uomini fra i 35 e i 25 anni. La mia è stata una negazione della vita.

Hai il senso della paternità?

Certo che ce l’ho. L’avevo perfino con mio padre, che mi diceva: «Mi tratti come se fossi tuo figlio». Lui era un gran credente, un bigottone. Il suo dio era comunista e quando il comunismo crollò si sentì perso.

Hai mai pensato di adottare un bambino?

No, ma ho adottato i redattori del Foglio.

Per polemizzare con chi protestava per l’intervento dei carabinieri durante un aborto, a Napoli, hai detto che anche tu, forse, avevi la sindrome di Klinefelter, come il feto abortito. Hai fatto gli esami?

Purtroppo non ce l’ho. Me lo ha comunicato il medico qualche giorno fa. Mi ha chiamato e mi ha detto: «Ho una brutta notizia». Simpatizzava con me.

Chi porti in questa battaglia?

Gli amici che hanno condiviso con me la campagna sulla moratoria. Paola Bonzi, la mia dea, una splendida donna che a Milano convince le donne a non abortire. Leandro Aletti, un ginecologo che ha speso tutta la vita per questa causa. E poi tanta gente, giovani e donne.

Anche di sinistra?

Sì, anche di sinistra. C’è una ragazza del Pd pronta a candidarsi, ma non voglio fare il radicale che sbandiera i nomi.

Susanna Tamaro si candida con te?

Gliel’ho chiesto. Ha rifiutato. Conduce una vita riservata e, anche se è totalmente solidale, non ci sarà. È una donna esile e piccina, molto simpatica, che ci è venuta a trovare al Foglio e ha partecipato anche alla nostra riunione di redazione.

Perché Comunione e liberazione è tiepida sulla tua lista e non ti appoggia?

È una cosa comprensibile: i cristiani veri pensano che la soluzione di ogni problema sia la conversione. È una sorta di relativismo cristiano. Nelle cose terrene sentono puzzo di morale laica e invece loro nell’operare umano sono molto più pragmatici.

Non pensi che rischi di far perdere le elezioni al Cavaliere?

Io credo che non succederà nulla. Noi ci presenteremo solo alla Camera, dove non saremo determinanti per il successo né del Pd, né del Pdl. In pratica chiediamo il doppio voto: al Senato votate chi volete, alla Camera scegliete una lista contro l’eugenetica e l’indifferenza morale verso il maltrattamento della vita umana. Se lo troveranno lì, il nostro simbolo, nella cabina elettorale: un po’come un occhio che ti guarda.

Dio ti vede anche nel segreto dell’urna: era un vecchio slogan elettorale dei cattolici.

Ma io non sono né Luigi Gedda né padre Riccardo Lombardi.

E se perdi?

Sarò stato sconfitto io, non l’idea.

Non entrerai in Parlamento…

Vuoi che ti dica la verità? Io non sono un politico, non ho il cinismo della politica. Ho la passione della politica. Mi piace discutere, far girare le idee, ma non fare il politico. Credo di non esserne neppure capace. Anzi, se non fosse la battaglia per la vita, non mi candiderei nemmeno.

di Maurizio Belpietro

Panorama – n. 10 del 2008 (6/3/2008)