Giovanni Paolo II e la fecondazione artificiale

Vita: politiche di bioetica

La disumanità della fecondazione artificiale nel Magistero di Giovanni Paolo II


di Claudia Navarini – 10 aprile 2005 – www.zenit.org

 

“Ma è poi vero che il nuovo essere umano è un dono per i genitori? Un dono per la società? Apparentemente nulla sembra indicarlo. La nascita di un uomo pare talora un semplice dato statistico, registrato come tanti altri nei bilanci demografici”. Sono provocazioni lanciate da Giovanni Paolo II nella Lettera alle Famiglie del 2 febbraio 1994 (n. 11, ndr), di fronte ad una cultura che ha progressivamente tecnicizzato e strumentalizzato la procreazione, fino a renderla del tutto impersonale con la fecondazione artificiale.
Nell’immensa eredità di riflessioni che il Santo Padre ci ha lasciato sulla dignità della vita nascente e della generazione umana, possiamo attingere tutto quanto serve, anche alla semplice ricognizione intellettiva, per comprendere la sfida epocale, come da più parti è stata chiamata, che si sta giocando in Italia dopo l’approvazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, e che è giunta ad una tensione estrema in vista dei referendum abrogativi fissati per il 12 giugno.

La fecondazione artificiale, nonostante i limiti (ammirevoli e doverosi) posti dall’attuale normativa,
resta per l’uomo una modalità intrinsecamente ingiusta di generare figli, una forma di sperimentazione in campo riproduttivo che tende a negare la profondità e il senso della procreazione, un ennesimo attentato alla salute della famiglia, origine e fondamento della vita sociale.

In questo senso, ignorare la chiamata al voto di giugno ha un doppio scopo: non modificare in modo peggiorativo la legge 40 – e il modo prevedibilmente più efficace di “dire di no” ai referendum è “non andare a votare” – e ribadire la posizione culturale dei difensori della vita. Questi, infatti, se si trovano di fatto ad appoggiare la legge 40 come misura “restrittiva” rispetto ai mali perpetrati dalla precedente anarchia sulle tecnologie riproduttive, intendono tuttavia confermare pienamente il loro “no” ad ogni tipo di fecondazione artificiale.

I “prezzi” da pagare per la fecondazione artificiale, infatti, sono vari, e tutti chiaramente indicati dal compianto Pontefice, e disseminati in tanti suoi memorabili interventi magisteriali.

In primo luogo, la fecondazione artificiale si “paga” con lo snaturamento dell’atto sessuale coniugale. È un tema di cui si parla poco, ritenendolo di difficile comprensione, scomodo, anche un po’ desueto. Eppure è la premessa ineludibile di ogni onesta discussione sul tema. Infatti, anche qualora si potesse evitare ogni perdita di embrioni nel processo di fecondazione “assistita”, il modo artificiale del concepimento rimarrebbe indegno di un essere umano, che ha il diritto di nascere da un vero atto di dono reciproco dei suoi genitori.

Nell’ Angelus
del 31 luglio 1994 (n. 2, ndr), Giovanni Paolo II diceva che “in simili procedimenti l’essere umano viene defraudato del diritto a nascere da un atto d’amore vero e secondo i normali processi biologici, restando in tal modo segnato fin dall’inizio da problemi di ordine psicologico, giuridico e sociale che lo accompagneranno per tutta la vita”.

Il concepimento artificiale è anche indegno dell’amore coniugale, dal momento che il concepimento del figlio resta avulso dall’unione degli sposi, i quali divengono semplici fornitori di gameti. Il 6 febbraio 1999, il Santo Padre affermava che “c’è paternità e maternità anche senza la procreazione, ma la procreazione non può essere divisa dalla paternità e dalla maternità. Nessuno può separarla dall’amore di un uomo e di una donna che nel matrimonio si donano reciprocamente formando ‘una carne sola’. Si rischia, altrimenti, di trattare l’uomo e la donna non come persone ma come oggetti” (
Messaggio in occasione della Festa della Famiglia organizzata dalla diocesi di Roma, 6 febbraio 1999, n. 3).

L’atto fecondante, nelle tecnologie riproduttive, è in effetti quello del tecnico di laboratorio che “spia” le cellule immesse in provetta per vedere se è riuscito a “creare” un embrione. Jacques Testart, padre scientifico della prima bambina francese concepita in vitro, descrive questa “attesa” come qualcosa di eccitante, che lo costringeva (almeno all’inizio, quando si sentiva ancora un “pioniere”) a tornare più e più volte in laboratorio per cogliere quel magico istante in cui le “sue” cellule, da due, diventavano una, quella del nuovo individuo umano.

Nella fecondazione artificiale, in realtà, l’ unione da cui scaturisce l’unione dei gameti (quella fra i coniugi nell’atto sessuale) viene estromessa. Osservava Giovanni Paolo II, nel 2004, che “un gesto così ricco, che trascende la stessa vita dei genitori, non può essere sostituito da un mero intervento tecnologico, impoverito di valore umano e sottoposto ai determinismi dell’attività tecnica e strumentale” (Discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 21 febbraio 2004, n. 2).

Così, mentre il tecnico osserva, forse con una punta di emozione, il momento del concepimento, i genitori sono drasticamente “tagliati fuori”, al punto da attivare un’interessante forma di auto-difesa: non si sentono genitori da quando il minuscolo essere inizia a vivere, ma da quando ha inizio l’eventuale gravidanza, dopo il trasferimento in utero, dopo la trepida attesa (questa sì) che l’embrione “attecchisca”, cioè che si impianti felicemente nella parete dell’endometrio.

Come affermava il Papa, “sempre di più emerge l’imprescindibile legame della procreazione di una nuova creatura con l’unione sponsale, per la quale lo sposo diventa padre attraverso l’unione coniugale con la sposa e la sposa diventa madre attraverso l’unione coniugale con lo sposo. Questo disegno del Creatore è inscritto nella natura stessa fisica e spirituale dell’uomo e della donna e, come tale, ha valore universale” (ibidem).

Un ulteriore “prezzo” da pagare per la fecondazione artificiale è la rimozione del problema della sterilità e dell’infertilità. La legge 40 sancisce il rispetto della gradualità, cioè il ricorso alle tecnologie riproduttive solo quando tutte le vie alternative si sono dimostrate inefficaci, sia in senso terapeutico (nella cura della sterilità), sia rispetto alla prospettiva dell’adozione. Tuttavia, è un fatto che la possibilità stessa di servirsi della fecondazione artificiale spinge troppi ad abbracciarla frettolosamente, talora senza avere adeguatamente verificato la condizione di sterilità, senza avere sufficientemente approfondito metodi di autodiagnosi della fertilità come i cosiddetti “metodi naturali”, e senza avere promosso uno stile di vita che tuteli veramente la salute dal punto di vista riproduttivo.

Giovanni Paolo II aveva più volte messo in chiaro che “compito dello scienziato è piuttosto quello di investigare sulle cause della infertilità maschile e femminile, per poter prevenire questa situazione di sofferenza negli sposi. […] L’auspicio è che sulla strada della vera prevenzione e dell’autentica terapia la comunità scientifica – l’appello va in particolare agli scienziati credenti – possa ottenere confortanti progressi” ( ibid., n. 3).

Al contrario, l’interesse per la cura della sterilità e dell’infertilità sono andati continuamente calando con l’avanzare della mentalità “tecnologica” nella procreazione umana. Nel 2002, il Santo Padre denunciava il fatto che “mentre la ricerca biomedica continua a perfezionare metodi di fecondazione artificiale umana, sono pochi i fondi e le ricerche destinati alla prevenzione e al trattamento dell’infertilità” (
Lettera del Santo Padre Giovanni Paolo II al nunzio apostolico in Polonia in occasione della Conferenza Internazionale su “Conflict of interest and its significance in science and medicine”, 25 marzo 2002).

Ma il “prezzo” più drammatico da pagare per la fecondazione artificiale è senza dubbio la perdita cospicua e inevitabile di embrioni umani.
L’enciclica Evangelium Vitae del 1995 smascherava il vero volto della fecondazione artificiale, affermando che “anche le varie tecniche di riproduzione artificiale, che sembrerebbero porsi a servizio della vita e che sono praticate non poche volte con questa intenzione, in realtà aprono la porta a nuovi attentati contro la vita” (n. 14).

E continua: “Queste tecniche registrano alte percentuali di insuccesso: esso riguarda non tanto la fecondazione, quanto il successivo sviluppo dell’embrione, esposto al rischio di morte entro tempi in genere brevissimi” (ibidem). Le statistiche parlano chiaro: sul totale dei trasferimenti di embrioni effettuati, la stragrande maggioranza non arriva alla nascita. Il III Rapporto ESHRE, relativo ai dati europei del 1999, parla di una perdita di embrioni pari all’89% (cfr. K.G. Nygren-A.N. Andersen, Assisted reproductive technology in Europe (1999), in Human Reprod, 2002, 17, 3270-3274).

Anche per i “sopravvissuti”, d’altra parte, i rischi non finiscono: vi sono chiare indicazioni nella letteratura scientifica di aumenti significativi delle patologie genetiche e congenite nei nati da fecondazione artificiale, proprio a causa del concepimento in vitro. Senza contare il destino incerto degli embrioni crioconservati, che, una volta soddisfatto il desiderio di maternità e di paternità dei loro genitori, spesso non “interessano più”, e vengono “soppressi o utilizzati per ricerche che, con il pretesto del progresso scientifico o medico, in realtà riducono la vita umana a semplice ‘materiale biologico’ di cui poter liberamente disporre” ( Evangelium Vitae, n. 14).

Il desiderio di un figlio da parte di una coppia di sposi non è dunque cosa buona? Lo è certamente, tuttavia non ogni mezzo per realizzare tale desiderio è buono, e in particolare non lo è un mezzo che di fatto, anche se non nelle intenzioni, riduce tale figlio a semplice oggetto di tale desiderio, pretendendolo come un diritto e cercandolo ad ogni costo, anche al prezzo di aberrazioni come quelle fin qui considerate. “Ciò significherebbe trattarlo alla stregua di una cosa!”, gridava Giovanni Paolo II nel citato Angelus del 1994. E sottolineava che i genitori “devono volere il figlio con un amore gratuito e oblativo, evitando di strumentalizzarlo ai loro interessi o alla loro personale gratificazione” (n. 1).

Equiparare, nei fatti, il figlio desiderato ad un personale possesso, ad uno “strumento di autorealizzazione”, produce infine quell’inquietante deriva eugenetica a cui stiamo assistendo, che ha portato dalla fecondazione artificiale per motivi di sterilità o infertilità alla sua rivendicazione per altre cause, in particolare per far nascere solo bambini privi di alcune malattie genetiche attraverso la diagnosi pre-impianto. Ovvero: scegliere gli embrioni apparentemente sani e eliminare quelli apparentemente malati. “Sotto questo profilo – diceva Giovanni Paolo II ai membri della Pontificia Accademia per la Vita nel 1998 – è doveroso denunciare l’insorgere e il diffondersi di un nuovo eugenismo selettivo, che provoca la soppressione di embrioni e di feti affetti da qualche malattia”, talora avvalendosi di dottrine infondate che vorrebbero posticipare l’inizio della vita personale in un momento successivo alla fecondazione. (
Discorso di Giovanni Paolo II ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, 24 febbraio 1998, – n. 6, ndr).


E nel 2001 ribadiva: “una nuova tentazione si fa strada, quella di arrogarsi il diritto di fissare, di determinare le soglie di umanità di un’esistenza singola” (
Messaggio al Presidente della Settimane Sociali in Francia, 15 novembre 2001 – n. 4, ndr ). Conseguentemente, “numerosi Paesi sono già impegnati sulla via di una selezione dei nascituri, tacitamente incoraggiata, che costituisce un vero eugenismo e che conduce a una sorta di anestesia delle coscienze, ferendo gravemente fra l’altro le persone portatrici di anomalie congenite e quelle che le accolgono”.

Ciò porta ad instaurare criteri selettivi e discriminatori assolutamente inaccettabili dal punto di vista morale, dal momento che la “grandezza di ogni essere umano […] non dipende dal suo aspetto esteriore o dai vincoli che intrattiene con altri membri della società”. Dipende invece dal suo valore intrinseco, un valore che non è determinato dal soggetto ma dalla realtà che supera il soggetto conoscente.
E il relativismo etico è proprio uno dei tarli che erodono in profondità la capacità umana di riconoscere e accogliere la verità sulla persona, impedendole di recuperare il senso pieno della libertà – è la verità che rende liberi! – e di amare in modo autentico.

E l’uomo si muove così in mezzo ad altri uomini come se fosse solo, spaurito e diffidente, triste. Non riesce a stringere legami, a donarsi fino in fondo e totalmente, a formare famiglie sane. Nel Discorso ai Vescovi del Brasile del 2002, Giovanni Paolo II si chiedeva: “come imparare ad amare e a donarsi generosamente?”. E rispondeva: “nulla induce tanto ad amare, diceva san Tommaso, come il sapersi amato. Ed è proprio la famiglia, comunione di persone dove regna l’amore gratuito, disinteressato e generoso, il luogo in cui si impara ad amare”. (Discorso di Giovanni Paolo II ai vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Leste II) in visita “ad limina apostolorum”, 
16 novembre 2002, n. 5, ndr)