GUARESCHI: un uomo libero…

Dal mondo


LA VICENDA DEL “TA-PUM del CECCHINO”
narrata basandosi solo su documenti,
consultabili nel Centro Studi del Club dei Ventitré


«Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione» (Giovannino Guareschi)

Antefatto: il “caso” Guareschi – Einaudi 1950
Il 18 giugno 1950 GG pubblica su Candido n. 25 una vignetta di Carletto Manzoni dove figurano due file di bottiglie bene allineate recanti, in collage, l’etichetta “Nebiolo – Poderi del Senatore Luigi Einaudi“. Le etichette “fanno da corazzieri” al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, disegnato sul fondo. Un’interrogazione alla Camera dei deputati degli onorevoli Treves (PSI) e Bettiol (DC) convince il sottosegretario alla Giustizia, onorevole Tosato, a concedere l’autorizzazione a procedere. GG Guareschi, direttore responsabile di Candido, e Carletto Manzoni, autore del disegno vengono assolti in prima istanza ma, su ricorso del Procuratore generale della Repubblica, vengono condannati in Appello a 8 mesi per vilipendio a mezzo stampa al Presidente della Repubblica. Non scontano la pena grazie all’applicazione della libertà condizionale.

Cronistoria della “vicenda”del “Ta-pum”
Il 20 e 27 gennaio 1954 GG pubblica su Candido due lettere attribuite a De Gasperi con un duro commento.
Nei primi giorni di febbraio: De Gasperi querela GG.
Viene istruito il processo e, dopo due rinvii, il 13 e 14 aprile hanno luogo la seconda e terza udienza del processo e GG, il 15 aprile, viene condannato a dodici mesi per diffamazione.
Non ricorre in appello e il 26 maggio entra nelle Carceri di San Francesco a Parma e uscirà il 4 luglio 1955 (409 giorni) in libertà vigilata.
Il 26 gennaio 1956 termina la libertà vigilata.

Commento
GG, querelato da De Gasperi con ampia facoltà di prova, consegnò al Tribunale le lettere accompagnate da una perizia calligrafica che non venne tenuta in considerazione dal Tribunale. Nel procedimento l’ampia facoltà di prova, in pratica, gli fu negata perché non gli furono concessi né le nuove perizie richieste né l’ascolto di testimoni a suo favore. Sulla base delle testimonianze a favore di De Gasperi, del suo alibi morale e del suo giuramento che le lettere erano false, il Tribunale decise di aver raggiunto la “prova storica” del falso condannando GG a un anno di carcere per diffamazione. La sentenza metteva in evidenza il fatto che, anche nel caso di una perizia grafica favorevole all’imputato, “una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo ciò che obiettivamente è risultato impossibile e inverosimile”. Per questa ragione GG non ricorse in appello e, avendo perso la condizionale nella precedente condanna a otto mesi per vilipendio del Presidente della Repubblica Lugi Einaudi- nonostante fosse stata nel frattempo decretata un’amnistia che riguardava reati ben più gravi – andò in prigione. Non chiese grazie o agevolazioni, non usufruì di condoni e, durante la sua incarcerazione, gli venne assommata la pena della precedente condanna. Scontò in carcere 409 giorni uscendone in forza di legge e grazie alla qualifica di “buono” ottenuta in carcere. Scontò i rimanenti sei mesi in libertà vigilata. 

Coda
Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro Enrico De Toma, il fornitore delle due famose lettere a GG, il Tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a GG. La conclusione dei periti fu che “non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere”. Il Tribunale incaricò un successivo superperito che dichiarò le lettere “sicuramente false”. La difesa di De Toma impugnò la superperizia e ne chiede una di parte. Sconcertante il responso dei periti della difesa che dichiararono di rilevare “palesi diversità fra dette lettere e quelle pubblicate su Candido“. Il Tribunale non tenne conto di nessuna di queste perizie. Il 17 dicembre 1958 dichiarò estinto per amnistia il reato di falso e assolse De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti.


LE DUE LETTERE PUBBLICATE


IERI
«Non voglio rivangare vecchie storie che sono diventate polvere di tribunale e di galera: Dio sa come effettivamente sono andate le cose e questo mi tranquillizza in pieno. Né voglio rivedere posizioni che non possono essere mutate in quanto assunte per solo suggerimento della coscienza. Voglio soltanto rendere omaggio alla verità e riconoscere che, al confronto dei campioni politici d’oggi, De Gasperi era un gigante».

Così ha scritto su Candido nostro padre il 17 maggio 1957. Facciamo nostre le sue parole con le quali iniziamo queste poche righe di Avvertenza per i suoi lettori.
Questa “Autobiografia” non è un saggio, non è un romanzo. È solo la cronaca documentata della sua vita. Con descrizioni e notizie su luoghi, fatti e persone di cui si parla o che hanno fatto da sfondo al periodo. Siamo nel 1954. Il 20 gennaio inizia il duro attacco di nostro padre contro l’onorevole Alcide De Gasperi. Questa vicenda, che lui ha chiamato il “Ta-pum del Cecchino, non può essere riassunta perché è molto importante, oltre che complessa. Molte cose sono state dette su questa vicenda e con molte inesattezze. E siccome nessuno ha riproposto la vicenda dal punto di vista di nostro padre, è nostro desiderio far risentire la sua versione trascrivendo la sua cronaca dei fatti. Ne ha il diritto perché ha pagato duramente: tredici mesi di prigione, sei di libertà vigilata, la carriera e parecchi anni di vita:
«Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo con cui sono stato condannato…»
Non abbiamo aggiunto una parola alla vicenda del “Tapum del Cecchino“. E non vogliamo suggerire nessun giudizio ai suoi lettori:
«Dio sa come effettivamente sono andate le cose e questo mi tranquillizza in pieno…»
In precedenza, assieme ad altre migliaia di persone, aveva scelto di rimanere internato nei Lager tedeschi per fare il proprio dovere di soldato e per tenere fede a un giuramento. É così difficile credere che anche in questa vicenda le sue posizioni siano state “assunte per solo suggerimento della coscienza”?

Alberto e Carlotta Guareschi tratto da Chi sogna nuovi gerani? Giovannino Guareschi – “Autobiografia“, Rizzoli, Milano 1993

OGGI
giugno 2001
Sono passati quarantasette anni dal processo De Gasperi Guareschi e otto anni da quando abbiamo scritto questa “Avvertenza” all’inizio del Capitolo che riguarda l’intera vicenda del “Ta-pum del Cecchino“. Vicenda che, diventata “polvere di tribunale e di galera”, è stata coperta anche dalla polvere del tempo che ha nascosto o mascherato lo svolgimento reale dei fatti. Recentemente, nella puntata del 4 giugno della trasmissione del signor Baudo “Novecento” siamo stati invitati a parlare, assieme ad Alessandro Gnocchi, del processo De Gasperi chiarendo che, contrariamente a quanto affermato dal signor Baudo nella trasmissione “Porta a porta” di qualche tempo prima, De Gasperi non fece nulla per evitare a nostro padre la galera. Due giorni dopo é uscito un articolo su Avvenire nel quale la figlia di De Gasperi, Maria Romana, raccontava la sua versione dei fatti. Prendendo spunto da questo suo articolo basato su opinioni e testimonianze che rispettiamo pur senza condividerle in quanto prive di documentazione, vogliamo, con serenità, ricordare sul Fogliaccio quella vicenda che condusse nostro padre in prigione basandoci esclusivamente sui documenti (fondamentali gli Atti processuali), senza permetterci interpretazioni di nessun genere né lasciandoci influenzare dalle nostre personali convinzioni. Questo per evitare di cadere nel medesimo errore in cui cadono molti storici del costume che presentano come dati di fatto le loro opinioni. Iniziamo dalla descrizione che Maria Romana De Gasperi fa delle due famose lettere che nostro padre attribuì a De Gasperi:

(…) Il 24 gennaio 1951 [ pensiamo ad un errore di stampa: in effetti si tratta del 1954, N.d.R.], quando De Gasperi non era più al governo, il settimanale Candido, edito da Rizzoli e diretto da Giovanni Guareschi, uscì con un violento attacco contro lo stesso De Gasperi riproducendo su un’intera pagina una lettera dattiloscritta con firma che veniva presentata, come autografa, di De Gasperi. Lo scritto era su carta intestata della Segreteria di Stato di Sua Santità e diretta al tenente colonnello Bonhan Carter, al recapito del “Peninsular Base Section” di Salerno in data 12 gennaio 1944. L’autore della lettera assicurava il generale Alexander che le sue istruzioni sarebbero state eseguite dai patrioti e diceva che, allo scopo di venire affiancati dalla popolazione romana nell’insurrezione, fosse necessario il bombardamento delle aree periferiche di Roma, in particolare dell’acquedotto. Una settimana dopo lo stesso giornale pubblicava una seconda lettera che portava la data del 19 gennaio 1944, attribuendo anche questa a De Gasperi e che iniziava così: “…Non avendo ricevuto alcun riscontro in merito alla mia ultima del 12 gennaio 1944…”. (…)

Secondo Maria Romana De Gasperi le due lettere – datate 12 e 19 gennaio 1944 – sono indirizzate al medesimo destinatario. Per amore di verità riportiamo la descrizione delle due lettere effettivamente pubblicate su Candido da nostro padre tratta dalla Sentenza di condanna n. 896 del 15 aprile 1954 del Tribunale Civile di Milano – sezione 3ª nella causa penale contro Giovannino Guareschi (…)

IMPUTATO
del reato di cui agli artt. 57 n. 1, 595 1° e 2° comma C.P. ed art. 13 Legge 8 febbraio 1948 n. 47, perché quale direttore responsabile del periodico Candido, con direzione e tipografia a Milano, pubblicava a sua firma sul n. 4 di tale periodico, edito colla data 24/1/1954 [in edicola il 20/1/1954, N.d.R.], un articolo lesivo dalla reputazione dell’On. Alcide De Gasperi, attribuendogli il fatto determinato di avere, in data 19 gennaio 1944, indirizzato da Roma a certo Tenente Colonnello A. D. Bonham Carter – Peninsular Base Section Salerno, una lettera per chiedere all’aviazione del Generale Alexander il bombardamento di Roma; documento questo dichiarato falso dall’On. Alcide De Gasperi, alla cui pubblicazione l’articolista faceva seguire un commento aspramente offensivo “Qui vediamo De Gasperi che, ospite del Vaticano, scrive tranquillamente su carta intestata della Segreteria di Stato di Sua Santità delle lettere contenenti richiesta di bombardamento su Roma. Non è un gesto incosciente e stolto: è un vero e proprio sacrilegio. Non è il semplice gesto di uno che tradisce la ospitalità è il gesto nefando di un cattolico che tradisce il Santo Padre. È un foglio di carta da lettera sottratto sì, ma in mano ai nemici della Chiesa avrebbe potuto diventare potentissima arma di denigrazione. Oggi che la tattica spietata del politicante De Gasperi è ben nota, il documento non può più servire ai nemici di Cristo come un’accusa contro il Capo della Cristianità, ma servirà semplicemente a puntualizzare la figura del politicante De Gasperi il quale pur di arrivare al suo scopo non la perdona neppure a Cristo. Del sacrilegio orrendo commesso dal Cattolico De Gasperi siamo ben sicuri: carta canta….” ed ancora faceva seguire altri frasi diffamatorie fra le quali “freddo, spietato, privo di ogni scrupolo, feroce, se occorre, De Gasperi è in questo particolare momento, l’uomo più pericoloso che l’Italia si possa trovare alle costole”.

FATTO
Nel n.4 del periodico Candido settimanale del sabato edito in data 24 gennaio 1954 [ in edicola il 20 gennaio 1954, N.d.R. ], veniva riprodotta, a pagina 21, una lettera datata Roma 19 gennaio 1944 a firma “De Gasperi”, indirizzata al Tenente Colonnello A. D. Bonham Carter presso la Peninsular Base Section in Salerno.
Nella predetta lettera, scritta a macchina su carta intestata dalla Segreteria di Stato di Sua Santità e recante lo stemma Vaticano, venivano richieste “azioni di bombardamento nella zona periferica della città (di Roma) nonché sugli obbiettivi militari segnalati”. Si chiariva più innanzi quanto segue: “Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso quale obbiettivo l’acquedotto, punto nevralgico vitale”.
Come già si è detto la lettera recava la firma “De Gasperi”. Nella pagina 20 del predetto settimanale era pubblicato articolo del direttore del settimanale stesso, Giovannino Guareschi, nel quale si attribuiva all’On. Alcide Gasperi la lettera di cui innanzi e se ne garantiva l’autenticità attraverso una serie di dichiarazioni (certificazione del notaio Bruno Stamm di Locarno attestante l’autenticità della fotocopia; visto della Pretura di Locarno per l’autentica della firma e del sigillo del predetto notaio; visto della “Cancelleria dello Stato della Repubblica e Cantone Ticino” per l’autentica della firma e del bollo apposti dal sig. Ettore Pedrotta per il Pretore di Locarno; dichiarazione del sig. Umberto Focaccia, Perito calligrafo del Tribunale di Milano, che, raffrontata la firma De Gasperi apposta alla lettera con le fotocopie di autografi sicuramente autentici, la riconosce “in piena coscienza” per autentica; certificato del Notaio Ercole Doninelli di Chiasso attestante l’autenticità della firma apposta dal perito Focaccia nella dichiarazione di cui innanzi). Faceva seguito un commento dove tra l’altro, testualmente, si diceva: “Niente davvero di straordinario: nella storia della Resistenza si può trovare materiale assai più interessante e significativo. Ma, agli effetti della nostra tesi, ha il suo valore. Quando, infatti, definiamo De Gasperi un politicante spietato, non ci basiamo su nostre personali impressioni. E quando diciamo che De Gasperi è uomo che non si ferma davanti a nessuno e a niente, ci basiamo su qualcosa di concreto. Qui, per esempio, vediamo il De Gasperi che, ospite del Vaticano, scrive tranquillamente, su carta intestata della “Segreteria di Stato di Sua Santità” delle lettere contenenti richieste di bombardamenti su Roma! Non è un gesto incosciente e stolto: è un vero e proprio sacrilegio. Non è il semplice gesto di uno che tradisce l’ospitalità, è il gesto nefando di un cattolico che tradisce il Santo Padre. È un foglio di carta da lettera sottratto sì: ma in mano dei nemici della Chiesa avrebbe potuto diventare una potentissima arma di denigrazione. Oggi, che la tattica spietata del politicante De Gasperi è ben nota, il documento non può più servire ai nemici di Cristo come un’accusa contro il Capo della Cristianità, ma servirà semplicemente a puntualizzare la figura del politicante De Gasperi. Il quale, pur di arrivare al suo scopo, non la perdona neppure a Cristo. Del sacrilegio orrendo commesso dal cattolico De Gasperi siamo ben sicuri: carta canta…..”
E più innanzi continuava: “Freddo, spietato, privo di ogni scrupolo, feroce, se occorre, De Gasperi è, in questo particolare momento, l’uomo più pericoloso che l‘Italia passa trovarsi alla costole”.
Nel successivo numero di Candido [ in edicola il 27.01.1954, N.d.R. ] veniva riprodotta un’altra lettera in data 26.1.1944 sempre a firma “De Gasperi”, non dattiloscritta questa, ma autografa, del seguente tenore: “Carissimo, spero di ottenere da Salerno il colpo di grazia. Avrete presto gli aiuti chiesti. Coraggio, avanti sempre, per la santa battaglia, auguri, buon lavoro e fede .” Questa lettera, la cui autenticità, secondo l’articolista, doveva discendere “dalle autentiche e dalla perizia calligrafica” (dichiarazioni simili a quelle riportate in riferimento alla precedente lettera), rappresentava la conferma inequivocabile del documento prodotto la settimana precedente.
In seguito alla pubblicazione di tali lettere con relativo commento, l’On. Alcide De Gasperi, a mezzo del suo procuratore speciale Avv. Prof. Giacomo Delitala , in data 6 febbraio 1954 sporgeva formale querela per il reato di diffamazione a mezzo della stampa contro il signor Giovannino Guareschi, direttore del settimanale Candido.
Si era ritenuto, infatti, “gravemente lesivo dell’onore e della reputazione dell’On. De Gasperi” l’articolo a firma del Guareschi pubblicato nel n. 4 del predetto settimanale.

Dal confronto fra la descrizione fatta dalla Sentenza e quella fatta da Maria Romana De Gasperi risulta che delle due lettere da lei descritte è stata pubblicata da nostro padre su Candido solo quella datata 19 gennaio 1944 mentre non è stata pubblicata quella del 12 gennaio 1944. Questa precisazione è importante perché Maria Romana De Gasperi, nel suo articolo su Avvenire, aggiunge, proprio a proposito di questa lettera:

In particolare Vedovato (membro della Commissione per la pubblicazione dei documenti storici, N.d.R.) aveva preso visione della presunta lettera del 12 gennaio 1944 con la segnatura della segreteria di Stato del Vaticano che portava il numero di protocollo 297-4-55, dopo un controllo alla segreteria i numeri di protocollo risultarono assolutamente immaginari e del tutto differenti dal sistema usato dal dicastero pontificio.

Va da sé che le sue considerazioni sui numeri di protocollo di questa lettera non pubblicata non hanno nessun valore ai fini della nostra vicenda. Per la cronaca quella lettera è stata solamente citata da De Gasperi negli Atti processuali e nostro padre, nel corso del primo verbale, alla domanda se lui l’avesse mai vista rispose: “Della lettera del 12 gennaio ne sono venuto a conoscenza in seguito ad una pubblicazione fatta dal Corriere della Sera, ma non l’ho mai vista”. Dalla riproduzione dell’unica lettera su carta intestata pubblicata da nostro padre si nota chiaramente che non esiste alcuna segnatura della Segreteria di Stato del Vaticano.

Una considerazione. Quando Antonio Di Pietro su Oggi (29 luglio 1998) scrisse che le famose lettere pubblicate da nostro padre su Candido “vennero considerate false sulla base della parola di De Gasperi”, Maria Romana De Gasperi commentò su Avvenire (1° agosto 1998): “Chi firma l’articolo non ha certo letto gli atti di quel processo o non ha voluto comprenderli”. Alla luce di quanto sopra dubitiamo che Maria Romana De Gasperi abbia letto con attenzione quegli atti.

Concludiamo rilevando un’altra inesattezza nell’articolo di Maria Romana De Gasperi relativa alla famosa perizia richiesta dalla difesa di nostro padre ma non concessa in sede processuale.

Il processo per diffamazione durò tre giorni e Guareschi venne condannato a un anno di carcere. Quando gli avversari chiesero anche una loro perizia calligrafica i giudici non la concessero perché dichiararono con prove inconfutabili quanto fosse falsa l’accusa.

Leggendo queste righe sembrerebbe che tra le “prove inconfutabili” cui si sono attenuti i giudici quando hanno negato alla difesa di nostro padre (“gli avversari”) “anche una loro perizia calligrafica” potrebbe esserci stata anche una perizia concessa alla parte lesa e a lei favorevole. Forse questo equivoco nasce dal piazzamento infelice della congiunzione coordinativa “anche” nella frase.

In ogni caso e per togliere qualsiasi equivoco ricordiamo che non fu concesso nessun tipo di perizia né alla parte lesa né alla difesa, come appare dalla Sentenza n. 896 del 15 aprile 1954 del Tribunale Civile di Milano – sezione 3ª nella causa penale contro Giovannino Guareschi (…)

Dalle considerazioni di cui innanzi, anche senza tener conto dei dinieghi della parte lesa [De Gasperi, N.d.R.] che, per aver prestato giuramento, per il nostro sistema processuale, va creduta, appare evidentemente che le lettere riportate sul Candido non possono essere che false.
La chiesta perizia grafica con tutte le incertezze insite in tal genere di perizia, non avrebbe potuto apportare alcun lume anche perché, nella migliore delle ipotesi per l’imputato, una semplice affermazione del perito non avrebbe potuto far diventare credibile e certo, ciò che obiettivamente è risultato impossibile ed inverosimile.
Le perizie perciò non avrebbero detto nulla per quanto riguarda la prova del fatto addebitato all’offeso e sarebbero soltanto servite a procrastinare una decisione che, con gli elementi acquisiti, poteva e doveva già essere presa.

L’unica perizia alle due lettere pubblicate su Candido fu quella effettuata dal perito calligrafo Umberto Focaccia accreditato presso il Tribunale di Milano. La perizia era favorevole all’autenticità delle due lettere, fu citata nella Sentenza ma il Tribunale non ne tenne conto. 

Ricordiamo che gli originali delle due lettere vennero consegnati dal notaio Bruno Stamm al Presidente del Tribunale in sede processuale il 14 aprile 1954.
 
Maria Romana De Gasperi nella parte finale del suo articolo fa riferimento alla lettera inviata dal padre alla “Procura di Roma dove era stata presentata nell’interesse di Giovanni Guareschi domanda di grazia”. Da questo articolo sono nate un paio di agenzie stampa e il signor Baudo nella puntata di “Novecento” di lunedì 11 giugno 2001 lesse la risposta affermativa di De Gasperi alla Procura di Roma in merito alla concessione di grazia a nostro padre.


STORIE DI “GRAZIE” E DI “PERDONI”
Cronaca dei fatti


OGGI
novembre 2001
Il 6 giugno, su Avvenire, la figlia di De Gasperi, Maria Romana, parla del perdono che De Gasperi avrebbe concesso a nostro padre: 

Il 28 luglio dello stesso anno (1954, N.d.R.) De Gasperi indirizzò alla Procura di Roma, dove era stata presentata nell’interesse di Giovanni Guareschi, domanda di grazia, una lettera nella quale diceva: “… nel presupposto e nella certezza che l’atto di grazia non possa né debba in alcun modo infirmare la validità della condanna per diffamazione, né lasciar sorgere il minimo equivoco circa la verità risultata dal processo, dichiaro che non ho nessuna difficoltà a rispondere affermativamente alla domanda rivoltami dalla Procura”. Non va infine dimenticato che mio padre morì poche settimane dopo, nell’agosto del ’54.

Leggendo queste righe risulta che nostro padre – o nostra madre per lui come prescrive la legge – abbia presentato domanda di grazia e che la parte lesa – interpellata come prescrive la legge – ha dato il suo consenso, perdonando il reo. Ma come si sono svolti i fatti? Vogliamo raccontarli utilizzando proprio la stampa dell’epoca che diede loro ampia risonanza:
 
Giovannino vuole uscire” titola il 29 luglio 1954 L’Unità di Milano:

Roma, 28. – L’agenzia “Servizio Informazioni Parlamentari” ha annunciato – da fonte sicura – che Giovanni Guareschi, direttore del settimanale Candido, il quale aveva rinunciato all’appello per scontare la pena inflittagli dal Tribunale di Milano in seguito al noto processo contro De Gasperi, avrebbe inoltrato giovedì scorso la domanda di grazia. La signora Guareschi – prosegue l’agenzia – avrebbe fatto pervenire la scorsa settimana al procuratore generale della Corte d’Appello di Milano la regolare domanda con la quale, mettendo in rilievo motivi familiari e di salute del coniuge, avrebbe chiesto per il detenuto Giovanni Guareschi la grazia del Presidente della Repubblica. La Procura Generale della capitale lombarda avrebbe trasmesso la richiesta al ministero di Grazia e Giustizia perché essa segua la procedura d’uso. Il Guardasigilli a sua volta avrebbe incaricato la Procura Generale di Roma di esperire le pratiche relative. Tra queste pratiche, dovrebbe comunque esservi l’assenso della parte lesa, cioè dell’on. De Gasperi. Non è da escludersi dunque che Giovanni Guareschi riacquisti la libertà anche prima del prossimo ferragosto.

Se la notizia che nostra madre ha presentato domanda di grazia è vera, la scelta di nostro padre di non ricorrere in appello e quindi di andare in carcere viene svuotata di ogni significato. La reazione immediata di nostro padre è violenta; si sente “tradito” da nostra madre e il 29 luglio scrive sul Quaderno n. 2 del carcere: 
 
La mia carriera di giornalista è incominciata onorevolmente in un campo di concentramento tedesco ed è finita miseramente in un carcere italiano. Provo vergogna davanti ai rapinatori e ai ladri di galline. Non è colpa mia, ma oggi mi sento più spregevole di loro.***
Grazie signora (si rivolge a nostra madre, N.d.R.). Mi hai pitturato di merda da capo a piedi.


Il giorno dopo, apprendendo che la notizia era falsa, cancella tutto con una riga e tra quelle righe sconsolate scrive: “ANNULLATO. *** Era una notizia falsa”. 

Il 30 luglio, infatti, la stampa comunica la notizia della smentita di nostra madre. L’Alto Adige di Bolzano scrive: 

Milano 29 – La direzione di Candido ha comunicato alla stampa la seguente dichiarazione: “Alcuni giornali hanno pubblicato con titoli vistosi una notizia dell’agenzia servizi informazioni parlamentari, secondo la quale la signora Ennia Guareschi “avrebbe fatto pervenire al Procuratore generale della Corte d’Appello di Milano la regolare domanda con la quale mettendo in rilievo i motivi familiari e di salute del coniuge chiedeva per il detenuto Giovanni Guareschi la grazia del presidente della Repubblica”. La signora Ennia Guareschi dichiara che tale notizia è assolutamente falsa, e si riserva di procedere legalmente contro l’agenzia che ha diramato la falsa notizia e contro quei giornali che l’hanno pubblicata”.

Ma chi ha inoltrato la domanda di grazia la cui pratica che è stata istruita dalla Procura della Repubblica? Ce lo spiega il Secolo XIX di Genova del 30 luglio: 

Milano, 29 luglio (…) un’istanza per la concessione della grazia al direttore di Candido è stata indirizzata tempo fa da un gruppo di grandi invalidi di guerra decorati di medaglia d’oro, al ministro di Grazia e Giustizia. L’istanza è stata trasmessa per l’istruzione della pratica alla procura della Repubblica di Parma, la quale l’ha girata per competenza all’ufficio grazia e indulto della procura milanese. Si tratta di una richiesta non contemplata dal codice di procedura penale, perché – secondo la legge – la domanda di grazia può essere avanzata solo dall’interessato, da un suo familiare o dall’avvocato difensore. Tuttavia la magistratura sta raccogliendo i documenti di rito, fra i quali dovrebbe figurare anche l’assenso della parte lesa, cioè dell’on. De Gasperi.

Nostro padre scrive a nostra madre il 30 luglio 1954:

San Francesco, 30 luglio 54. – Carissima Ennia, ringraziando il cielo l’incubo è passato! Ricorderò per parecchio questa notte. La notizia che tu avevi chiesto la grazia mi ha colpito come una pugnalata. Non potevo credere, da parte tua, a tale orribile tradimento: ma i maledetti giornali parlavano con tanta sicurezza da farmi dubitare che tu fossi rimasta vittima di pressioni e di inganni. (…)

Ma l’Agenzia servizio informazioni parlamentari insiste e il 1° agosto 1954 sul Popolo di Roma si legge: 

(…) Il Servizio Informazioni Parlamentari ha (…) confermato ieri ancora una volta quanto ebbe a diramare e, cioè, che la domanda di grazia a favore del direttore del settimanale Candido è in corso di istruzione. “È chiaro – dice l’agenzia – che essendo in fase di istruzione la domanda di grazia diretta al Capo dello Stato tramite la Procura di Parma e da questa per competenza inviata alla Procura Generale di Milano, è stata presa in considerazione perché redatta e sottoscritta secondo le tassative disposizioni in materia, sancite dall’Art. 595 del Codice di Procedura Penale. Essendo l’istruzione ammantata del segreto d’ufficio, il Servizio Informazioni Parlamentari si riserva di dare successivamente tutti i particolari atti a confermare l’esattezza della notizia pubblicata. Sta di fatto che, qualora la grazia venisse concessa, Giovanni Guareschi che comunque non ha sottoscritto la domanda stessa, non potrà in alcun modo ricusarla, poiché, come ogni atto di clemenza, non può essere rifiutata”.

Nessuna notizia stampa fino al 19 agosto 1954 quando, improvvisamente, muore De Gasperi. Nostro padre che proprio in quei giorni ha vinto il “Premio Bancarella” con Don Camillo e il suo gregge, scrive nella lettera dal carcere del 20 agosto: 

(…) Il “Premio Bancarella” mi ha colmato di soddisfazione: e tu puoi bene immaginare il perché! Mi ha invece rattristato la morte improvvisa di quel poveretto. Io, alla mia uscita, avrei voluto trovarlo sano e potentissimo come l’avevo lasciato: ma inchiniamoci ai Decreti del Padreterno.

In quell’occasione su tutti i giornali compare la notizia d’agenzia che De Gasperi, prima di morire, aveva perdonato nostro padre; riportiamo quanto scrive il 26 agosto 1954 L’Eco di Bergamo

“ROMA, 25 notte. – (…) si apprende che Alcide De Gasperi, prima di morire, ha perdonato a Giovannino Guareschi. Egli, infatti, il 28 luglio scorso, poche ore prima della sua partenza per il Trentino, tramite il Commissario di P. S. addetto a Montecitorio, ha inviato la seguente lettera alla Procura della Repubblica di Roma: “Preso atto che la Procura della Repubblica di Roma mi fa comunicare che è stata presentata nell’interesse di Giovanni Guareschi, condannato per diffamazione, domanda di grazia, e che la stessa Procura mi fa chiedere, come parte lesa, se intenda, per quanto mi riguarda, concedere il perdono al condannato suddetto, nel presupposto e nella certezza che l’atto di grazia non possa né debba in alcun modo infirmare la validità della condanna per diffamazione, né lasciar sorgere il minimo equivoco circa la verità risultata dal processo, dichiaro che non ho nessuna difficoltà a rispondere affermativamente alla domanda rivoltami dalla Procura. – Alcide De Gasperi.” La lettera chiarisce i termini della vicenda: sollecitato in via ufficiale e formale il suo perdono, onde consentire che potesse essere graziato l’uomo che era stato condannato per diffamazione contro di lui nel noto processo, l’ex-presidente del Consiglio non aveva esitato ad aderire all’invito, ispirato da sentimenti di cristiana bontà (…). Ma chi aveva avanzato la domanda di grazia? Nella sua richiesta la Procura della Repubblica non aveva precisato il nome del firmatario che secondo l’art. 595 del cod. di Procedura Penale, deve essere il condannato stesso oppure un suo stretto parente. Avuto il perdono della parte lesa, la pratica viene inoltrata, poi, al Presidente della Repubblica al cui giudizio discrezionale spetta, secondo la Costituzione, il potere di concedere o meno la grazia. Si è successivamente saputo che la domanda era stata, invece, presentata da tre privati cittadini, non legati da alcuna parentela con Guareschi, e non si capisce, quindi, come non sia stata respinta, perché improponibile e sia stato istruito il relativo procedimento. Resta, comunque, indipendentemente dalle conseguenze pratiche che può avere, il valore umano e morale del gesto di chi aveva chiesto ai Tribunali la tutela della sua onorabilità.

In pratica non importa che la pratica sia irregolare, non importa che nostro padre non abbia chiesto né grazia né perdono: quello che conta è di far risaltare “il valore umano e morale del gesto” della parte lesa. Ma due voci si dissociano; la prima è di Vincenzo Caputo che il 28 agosto scrive al direttore de La Patria di Milano: 

Signor Direttore, Il Messaggero prima e altri giornali poi hanno pubblicato che il 28 luglio u.s. l’on. de Gasperi, interpellato dal Procuratore della Repubblica, ebbe a dichiarare, per iscritto, di essere pronto a “perdonare” Giovanni Guareschi. Tale dichiarazione fu fatta – dicono i giornali – in relazione a una domanda di grazia presentata nell’interesse del Guareschi. Gli stessi giornali aggiungono però che “successivamente si venne a sapere che la domanda di grazia non era stata avanzata da Guareschi o da un suo prossimo congiunto, bensì da tre cittadini a lui non legati da vincolo di parentela, per cui essa non poté aver ulteriore corso”. Ora, è ben strano che una istanza irregolare perché non rispondente alle norme dettate dall’Art. 595 CPP sia stata accolta dal magistrato e regolarmente istruita fino alla richiesta del consenso della parte lesa per essere subito dopo dichiarata “improponibile”. È chiaro che la istruzione della istanza predetta non avrebbe dovuto aver luogo e non si capisce (o si capisce molto bene!) per quale motivo si sia sentito il bisogno di considerare valida la istanza fino al pronunciamento della parte lesa. Il tutto non appare regolare e soprattutto pecca alquanto di slealtà il tentativo compiuto da certa stampa di ingannare l’opinione pubblica sulle origini delle iniziative per la grazia a Guareschi. In sostanza si è voluto far sapere a tutti che De Gasperi aveva “perdonato Guareschi”. Ma questo “perdono volontario” è fuori di luogo (…). Guareschi non ha sollecitato – mi pare – alcun perdono: egli ha rinunziato al ricorso in appello, ha rinunziato ad avvalersi di tutte quelle vie che la legge gli offriva per cercare di sfuggire alla pena inflittagli, è entrato in carcere e sta scontando la pena senza alcuna rimostranza, né ha mai avanzato domanda di grazia al Capo dello Stato. Forte com’è delle sue ragioni, Guareschi ha difeso fieramente la propria dignità di galantuomo e di giornalista. Che bisogno c’era dunque del perdono di De Gasperi? Che bisogno c’era di dar tanta pubblicità allo sviluppo di una iniziativa sconosciuta all’interessato e condotta, per giunta, in modo giuridicamente irregolare? (…) Non è leale che si tenti di screditare l’onorabilità e il prestigio di un uomo, che peraltro non può difendersi (…)

L’altra voce discordante è quella di Benso Fini che il 2-3 settembre 1954 sul Corriere Lombardo di Milano scrive: 

(…) Ieri si servì pessimamente il buon nome di De Gasperi vivente tentando di fornire attraverso una serie interminabile di rocambolesche operazioni di polizia quella prova per cui sarebbero bastate una lente d’ingrandimento e mezz’ora di tempo diligentemente impiegato. Oggi, lo stesso sciocco zelo perseguita De Gasperi morto (anche se altro vorrebbe essere il bersaglio) con la trovata propagandistica di un perdono giudiziario che si risolve in maligna irrisione. Quest’ultimo episodio è, in verità, troppo bizzarro perché si possa tacerne. Si cominciò con la falsa notizia di una richiesta di grazia presentata dalla signora Guareschi. (È destino che quasi tutto sia falso in questa faccenda di falsi documenti). Invece l’iniziativa, presa contro la ben nota precisa volontà dell’interessato, proveniva da persone bene intenzionate quanto assolutamente estranee a Guareschi ed al suo ambiente familiare. Siccome l’Art. 595 del Codice di procedura penale prescrive tassativamente che una domanda di grazia sia proponibile soltanto quando reca la firma del condannato o di un suo prossimo congiunto, la pratica avrebbe dovuto essere automaticamente archiviata. (…) La pratica fu dunque istruita e portata avanti, com’è noto, sino al punto in cui la Procura di Roma chiese nelle debite forme alla parte querelante, cioè a De Gasperi, l’atto di perdono senza il quale la grazia non avrebbe potuto essere accordata. Il perdono venne con una lettera di De Gasperi (…). Allora, e soltanto allora, ci si accorse che la domanda di grazia, non essendo stata presentata né dall’interessato né da un suo congiunto, era improponibile a termini del suddetto articolo 595 del Codice di procedura penale. Ergo: la pratica fu archiviata e Guareschi rimase dietro le sbarre del carcere di San Francesco. Di tutto questo (perdono di De Gasperi e… successiva archiviazione della pratica) non si era saputo niente fino alla morte dello statista. È evidente che De Gasperi non aveva voluto dare pubblicità ad un gesto rimasto del tutto gratuito e che pertanto poteva aver sapore di ironia. A tale pubblicità hanno pensato invece i suoi postumi maldestri zelatori. La lettera è stata data alle stampe con ampio corredo di commenti ispirati, s’intende, a indignazione per la nequizia di Guareschi e a edificazione per la generosità dell’offeso. Così nulla manca ormai più al quadro che si voleva ottenere: Guareschi bollato e condannato, Guareschi generosamente perdonato agli effetti di una grazia da lui non richiesta. E, dopo questo, Guareschi più che mai in prigione.

In quella occasione nostro padre commenta (settembre 1954) sul Quaderno del carcere n. 2: 
Lo zelo dei servi sciocchi danneggia i padroni da vivi e da morti. Quale misera, gelida e acida lettera quella pubblicata dai giornali! E come diventa ora chiaro il significato del giochetto combinato dall’agenzia che pubblicò la falsa notizia della domanda di grazia che io mai inoltrai né mai inoltrerò. Perché, io mi domando, non mi lasciano tranquillo? Possibile che io dia a questa gente tanto fastidio anche ora ch’io son qui chiuso tra le mura di un carcere? (…)

Una domanda che condividiamo appare in un trafiletto del 25 settembre 1954 sulla Gazzetta di Parma

Roma, 24 settembre. – L’on. Bruno Castellarin, del gruppo socialdemocratico, ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, per sapere per quale motivo la Procura della Repubblica di Roma istruì la domanda di grazia del signor Giovanni Guareschi sebbene fosse improponibile in quanto la domanda non era presentata né dall’interessato né dai suoi prossimi congiunti. L’on. Castellarin chiede in particolare al Ministro “se non ritenga opportuno chiarire l’eventuale mancanza di buona fede di qualche funzionario”.

Non sappiamo se questa interrogazione abbia avuto una risposta e concludiamo con il riassunto della vicenda fatto su Candido quindici mesi dopo dal libero vigilato Giovannino Guareschi nella “Lettera al Ministro di Grazia e Giustizia” dell’8 novembre 1955: 

Io mi trovavo, da poco più di in mese, ospite delle Galere Democratiche quando lessi sui giornali governativi (erano gli unici che mi era concesso di leggere) una raccapricciante notizia: la Procura di Roma stava istruendo la pratica riguardante la concessione della grazia al detenuto Guareschi. E, ben sapendo come, per la concessione della grazia, sia necessario il perdono della parte lesa, la stessa procura aveva interpellato, appunto, la parte lesa. E il “Fu” aveva risposto che era disposto a concedere il perdono purché rimanesse chiaramente stabilito che io ero un fior di mascalzone. Naturalmente la stampa governativa e paragovernativa levò urla di ammirazione: l’Immenso, nella sua magnanimità, aveva perdonato al serpe diffamatore. E, ritenendo suo dovere spiegare alla plebe come fossero andate le cose e sapendo che la domanda di grazia può essere inoltrata esclusivamente dal condannato o dai suoi familiari, la stessa stampa governativa e paragovernativa scrisse che la domanda era stata inoltrata dalla moglie del detenuto. Fortunatamente la Vedova Provvisoria passò subito al contrattacco ristabilendo la verità: non aveva chiesto la grazia né l’avrebbe mai chiesta. E allora l’Autorità competente comunicò alla stampa che la pratica riguardante la grazia a favore del detenuto Guareschi non poteva essere istruita in quanto la Legge stabilisce che solo il condannato o i suoi familiari possono inoltrare domanda di grazia. Il tutto dopo aver istruita la pratica fino al punto di ottenere clamorosamente dalla parte lesa il perdono per il condannato. Eccellenza: fu una storia disgustosa. E fu anche una meschinità perché io ero in galera, nell’impossibilità di difendermi: un poveretto solo, legato e imbavagliato contro la torma rabbiosa e urlante dei gazzettieri governativi! E il pennellino del signor Direttore (…) copriva spietatamente d’impenetrabile inchiostro di Cina ogni mia parola, delle mie lettere a casa, che non risultasse rigidamente regolamentare. (…)


INDULTI E “MOTU PROPRIO” DEL PRESIDENTE
Cronaca dei fatti


1954: UN BRINDISI
Abbiamo parlato di una “grazia” fasulla e di un non richiesto “perdono” di De Gasperi del 1954 anticipando la notizia di una nuova “grazia” che sta arrivando tra capo e collo al “perdonato”. Prima di iniziare, però, vogliamo fare una breve cronaca di un “brindisi” fatto quell’anno e di cui non si è più parlato da allora.
L’11 luglio “Candido” pubblica una lettera aperta di Indro Montanelli a nostro padre:

Caro Guareschi, tornando ora dalla Grecia, ho saputo che alcuni imbecilli di Bagutta hanno brindato al tuo incarceramento. Me ne vergogno per loro. Io non ti ho mai scritto durante il processo, né dopo la tua condanna, né ho preso pubblicamente la parte tua per una ragione semplicissima e che ti confesso con estrema franchezza: perché ero, e sono, convinto che i documenti fossero falsi. Lo dissi alla tua segretaria e la pregai di riferirtelo: spero che lo abbia fatto. Mi preme però subito aggiungere che, fra l’uomo Guareschi e l’uomo De Gasperi, ero, e rimango, per l’uomo Guareschi, anche se nel caso specifico ha sbagliato. (…)

In precedenza il “Candido” del 27 giugno aveva pubblicato la cronaca di quel brindisi:
(…) L’altra sera, da “Bagutta”, la nota trattoria toscano-milanese, tra i molti convitati ad una cena offerta da due editori fiorentini, c’era un celebre poeta. Il poeta, chissà perché, parlava male di Guareschi dall’inizio della cena (…). Parlava, parlava. Delle tirature di quei maledetti libri, della ignoranza della gente. Diceva che era andato in Francia, che gli avevano chiesto di parlare di Guareschi e lui non ne aveva parlato per carità patria. S’arrabbiava sempre più. “Io ne ho letto solo qualche pagina”, ha detto, “ma Guareschi mi pare un genio, un genio dell’imbecillità”. Passava là vicino un illustre pittore (..). S’è fermato, ha chiesto: “Guareschi, un genio?” Non aveva capito bene. “Un genio dell’imbecillità “, ha chiarito il poeta (…). Il pittore ha preso un bicchiere pieno, lo ha sollevato in un brindisi: “A Guareschi in galera!” ha detto forte. C’era tanta gente a quella cena e c’è stato un certo impaccio tra i presenti. Solo il poeta ed un dirigente della radio-televisione hanno annuito, convinti. (…) Il poeta, Eugenio Montale, il pittore Gianfilippo Usellini, il dirigente della R.A.I. Sergio Pugliese.


La lettera di Montanelli ha un seguito che il 20 agosto 1954 Leo Longanesi ospita sul “Borghese“:
Caro Longanesi, ho ricevuto da Enrico Lupinacci la lettera che qui allego e che ti prego di pubblicare con la relativa risposta:
“Roma, martedì 27 luglio 1954. “Gli ‘alcuni’ ai quali, secondo quanto mi viene detto, ti riferisci in questa tua lettera a Guareschi che leggo con due settimane di ritardo, non furono i soli, Montanelli; tengo a comunicarti che il tuo ‘imbecilli’ nella sua missione, tocca anche i miei porti. Ho brindato anch’io, semplicemente e modestamente, alla giustizia, che non esiste soltanto per essere criticata. Un uomo pubblico ha le responsabilità della propria funzione, come ne gode i prestigi. Ma tu non trovi grave la responsabilità di una diffamazione compiuta (l’alternativa non è evitabile) o per malafede se si è compresa la falsità delle ‘prove’, o, se nonostante la flagrante puerilità d’un falso consu en fil blanc vi si è creduto, per stupidità. Enrico Lupinacci”.
Caro Lupinacci, spero che non ti avrai a male se, invece che in privato, ti rispondo pubblicamente trasmettendo al “Borghese” sia la lettera tua che la replica mia. L’argomento è d’interesse generale, e la nostra polemica può servire a chiarire le cose nel cervello di molti lettori. Mandai a “Candido” una lettera di solidarietà con Guareschi quando mi dissero che a “Bagutta” si era brindato al suo imprigionamento. Chi fosse stato a farlo, non lo sapevo. Solo da te apprendo che foste tu e Montale. Me ne dispiace perché si tratta di due amici che stimo. Ma purtroppo non mi sento di ritirare quanto ho detto nell’ignoranza di chi ne sarebbe stato bersaglio. Si può, a mio avviso, dissentire da un collega, e io stesso, nel caso specifico, ne ho dissentito, ma non si può brindare alla sua andata in galera nemmeno presentandola come un “trionfo della Giustizia”. (…) Finché è lì dentro, egli per me è l’uomo che per primo, più risolutamente e più coraggiosamente di ogni altro, nel momento più pericoloso, ha segnato la riscossa di certi valori nazionali, ai quali ha reso servigi molto più grandi di quelli che abbiamo reso tu, Montale ed io, caro Lupinacci. Io me ne ricordo. Tu e Montale, no: ecco la differenza. (…)

Enrico Lupinacci invierà una successiva lunga lettera che il “Borghese” ospiterà e che non pubblichiamo ma che può essere letta nel nostro piccolo centro studi assieme ai brani delle varie citazioni che abbiamo sostituito con il segno (…) perché erano poco “austeri” nei confronti dei personaggi citati. 


TROPPA GRAZIA


E adesso parliamo della nuova “grazia”. Nostro padre, nella sua già citata “Lettera al Ministro di Grazia e Giustizia” dell’8 novembre 1955 scriverà:
La disgustosa storia (della domanda di grazia fasulla e dell’inutile perdono di De Gasperi, N.d.R.) non si esaurì in questo squallido episodio perché i gazzettieri governativi trovarono tutti i pretesti per ritornare sulla faccenda della grazia fino ad arrivare, in extremis, alla spassosissima invenzione della probabile grazia motu proprio. (…)

Infatti il 17 settembre 1954 l’Agenzia “L’Italia d’Oggi” dà notizia di un probabile “Provvedimento di clemenza” del Capo dello Stato nei confronti di nostro padre:
Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica ha informato con una lettera (…) il Presidente Nazionale della Associazione Nazionalista Italiana che la richiesta da questi avanzata al Capo dello Stato per l’applicazione dell’istituto della grazia presidenziale nei confronti di Giovanni Guareschi, è stata immediatamente inoltrata al Ministero di grazia e giustizia per la più sollecita istruzione..

Il Capo dello Stato è Luigi Einaudi, per il vilipendio del quale nostro padre venne condannato in appello nel 1951 – con la condizionale – a otto mesi assieme a Carlo Manzoni. Questo provvedimento di clemenza avrebbe quindi un significato particolare. Pare che la pratica stia facendo rapidi progressi e il 28 settembre l’Agenzia “L’Informazione” di Roma scrive:
Prossima la scarcerazione di Guareschi. La pratica per la liberazione preventiva di Giovannino Guareschi (…) sta facendo rapidi progressi, tanto che negli ambienti forensi si prevede che il direttore di “Candido” potrà ritornare in seno alla famiglia anche prima delle feste natalizie. Attualmente la pratica attende di essere completata dal parere dell’autorità giudiziaria di Milano.

Il parere dell’”autorità giudiziaria di Milano” ce lo rivela lo stesso giorno l’Agenzia ANSA:
La condizionale applicata a Giovanni Guareschi per la condanna ad otto mesi di reclusione riportata l’anno scorso per “offese al prestigio del Capo dello Stato” è stata revocata. Di conseguenza Guareschi, attualmente detenuto nelle carceri di Parma, dovrà scontare anche la pena relativa al precedente processo. La decisione è stata presa stamane dalla terza sezione del Tribunale penale riunita in camera di consiglio sotto la presidenza del dottor Pennasilico, che ha emesso l’ordinanza relativa. I difensori avv. Porzio e Lener hanno dichiarato che quando l’ordinanza diverrà esecutiva, cioè subito dopo la notifica al condannato, interporranno ricorso in appello perché alla sentenza che è stata revocata la condizionale venga applicato il condono previsto dalle disposizione di legge sulla recente amnistia.

La “grazia” è arrivata e va a fare il pari con quella di De Gasperi.
La notizia che i suoi avvocati difensori vogliono ricorrere in appello contro la decisione del Tribunale di revocargli la condizionale per la pena Einaudi non trova però d’accordo nostro padre, come informa il quotidiano cattolico “L’Italia” il 6 ottobre 1954:
Giovanni Guareschi resterà in carcere fino al 26 gennaio 1956. Non intende presentare appello alla recente sentenza con cui gli è stato dato praticamente un “supplemento” di altri otto mesi; e non autorizza nessun avvocato a farlo a suo nome. (…) Appresa dai giornali la notizia che il Tribunale di Milano gli aveva revocata la condizionale accordatagli in occasione della condanna per offese al Capo dello Stato, egli ha (…) inviato la seguente lettera al Procuratore della Repubblica di Milano: “Apprendo dalla stampa di ieri che il 28 settembre corrente la III Sezione Penale del tribunale di Milano ha revocato la sospensione condizionale di mesi 8 di reclusione inflittami, a suo tempo, per offese al prestigio di S. E. Luigi Einaudi. Dichiaro di accettare la decisione della III Sezione Penale del Tribunale di Milano e dichiaro di rinunciare a presentare domanda di Appello. Non essendo io stato interrogato per rogatoria, né avendo io avuto modo di designare, a mezzo Modello 13, i miei difensori, nego a chicchessia il diritto di presentare a mio nome domanda di Appello. Prego la S. V. Ill. ma di prendere buona nota di questa mia decisione irrevocabile e mi riservo di ripetere la presente istanza il giorno in cui mi verrà notificata la sentenza. La presente dichiarazione viene oggi da me resa alla S. V. Ill. ma, ma solo in quanto i giornali hanno pubblicato essere mia intenzione inoltrare domanda di Appello. Con osservanza Giovannino Guareschi”. (…).

Perché non vuole ricorrere in appello? Lo spiega in una lettera ad Alessandro Minardi che, assieme a Carlo Manzoni, manda avanti il “Candido” in sua assenza:
Ti prego di comunicare a Lener e Porzio (i suoi avvocati difensori, N.d.R.) quanto segue:
No, niente appello!
1) Io non sono stato interrogato per rogatoria, com’era mio preciso diritto, da alcun Magistrato.
2) Nessuno mi ha notificato il procedimento a mio carico.
3) Io non ho compilato nessun Modello 13 e non ho designato nessun difensore di fiducia per il procedimento del Nebiolo.
4) Lener e Porzio, ai quali va tutta la mia amicizia e la mia stima, di fronte alla Legge non sono miei avvocati di fiducia in quanto non li ho designati per questo procedimento.
La decisione del Tribunale è illegale. Non la accetto. La subisco.


Nel frattempo si continua a parlare di motu proprio del Capo dello Stato. Leggiamo infatti sulla “Gazzetta del Popolo” (Torino) del 29 settembre 1954:
Guareschi deve scontare anche la prima condanna. (…) Non rimane pertanto che (…) un provvedimento motu proprio del Capo dello Stato il quale conceda la grazia di sua iniziativa. In questo caso il Guareschi, volente o nolente, dovrebbe andarsene dalle carceri di Parma che non sarebbero più autorizzate a trattenerlo. Si sa che a questo scopo un gruppo di personalità che non sono spiccatamente politiche, si adoprerebbero per far giungere fino a Einaudi il voto – dicono essi – della pubblica opinione. La quale gradirebbe che il Guareschi tornasse in libertà per molte considerazioni, ma soprattutto perché in un paese come il nostro in cui anche per ragioni di pacificazione sociale, tra amnistie indulti e altri atti di clemenza se la son cavata con due anni di reclusione persino gli uccisori dell’intera famiglia dei conti Manzoni, è semplicemente paradossale che un reato di pensiero sia punito in quella misura. La clemenza presidenziale si ritiene tanto più probabile in quanto la condanna a otto mesi di reclusione nei confronti della quale è venuto meno ora il beneficio della condizionale, riguardò proprio la personalità di Luigi Einaudi, offesa dalla nota vignetta. E il Presidente della Repubblica, a suo tempo, non mancò – si dice – di esprimere il suo dolore perché dal modesto episodio fosse derivata, appunto, una condanna.
[…]

Il 10 novembre 1954 Vincenzo Caputo, presidente dell’Associazione Nazionalista Italiana indirizza a Leo Longanesi questa lettera aperta sulla “Nuova Sardegna“:
Signor direttore, “Il Borghese” ha recentemente pubblicato, a firma Adolfo Coltano, una lettera aperta al Presidente della Repubblica con la quale si chiedeva alla Suprema Autorità dello Stato di intervenire con un provvedimento motu proprio per la concessione della grazia a Giovanni Guareschi. La lettera del Sig. Coltano è indice dello stato d’animo dell’opinione pubblica nei riguardi della condanna di Guareschi e prova come l’attesa di un intervento presidenziale, valevole a por termine – fuori delle polemiche sollevate dal singolare processo di Milano – alle umiliazioni di un onesto giornalista, il quale ha saputo con grande fermezza difendere la propria dignità professionale, sia assai diffusa. Dobbiamo però constatare con profonda amarezza che tale attesa è rimasta delusa. E val la pena di ricordare che nello scorso settembre il segretario generale della Presidenza della Repubblica ebbe a comunicare, per lettera, a me direttamente che la procedura per un provvedimento di clemenza in favore del direttore di Candido era stata, in seguito alle mie ripetute premure, sollecitamente aperta con la trasmissione della relativa richiesta di parere al Ministro di Grazia e Giustizia, ciò che logicamente lasciava prevedere una prossima favorevole decisione. Non è stato pertanto senza meraviglia che ho appreso in questi giorni una “notizia” (che spero sempre non sia fondata), secondo la quale il Presidente della Repubblica si troverebbe nella impossibilità di esercitare, nei confronti di Guareschi, la sovrana facoltà di grazia, conferitagli dalla Costituzione, avendo il Ministro Guardasigilli espresso parere contrario. Se la notizia è vera, essa non può non destare penosa impressione nell’opinione pubblica. Allorquando – nella scorsa estate – fu istruita una non ben definita domanda di grazia – risultata poi improponibile per insufficienza giuridica – ci fu detto che in merito alla medesima si era avuto oltre che il consenso della parte lesa (De Gasperi), anche il parere favorevole della competente autorità giudiziaria. Non si può quindi comprendere perché ciò che alcuni mesi fa sembrava giusto al magistrato oggi non lo sembri più, quando nulla è mutato nel caso in esame, tranne la natura della iniziativa per il provvedimento di clemenza proposto, che prima non aveva fondamento legale, mentre oggi lo ha trattandosi di intervento motu proprio del Capo dello Stato. È spiacevole dover constatare che in fondo a tutta la questione manca, evidentemente, la base della buona fede ed è cosa più che palese che in proposito si proceda col vizio della insincerità e della slealtà. È sperabile – poiché possibile – che il Presidente della Repubblica, che è uomo di alta rettitudine, ponga ad ogni speculazione e ad ogni penosa polemica sul caso Guareschi, con un intervento autorevole da manifestarsi attraverso l’esercizio dell’istituto della grazia ciò che, del resto, è nel vivo desiderio di un gran numero di italiani.

Siamo alla vigilia della scadenza del mandato presidenziale e Alberto Giovannini, il 4 aprile, scrive su “Tempo” di Roma:
(…) io mi auguro (e con me se lo augurano milioni di italiani) ch’Egli voglia concludere il proprio settennato con un atto di clemenza, voglia cancellare questa macchia che, indipendentemente dalla sua volontà, è l’unica forse che getta una zona d’ombra sulla Sua Presidenza davvero ammirevole per equilibrio, fermezza e senso di responsabilità. Tanto più che un provvedimento del genere non potrebbe essere adottato dal Suo successore per ovvie ragioni di opportunità. Se la Legge non è uguale per tutti, facciamo almeno che la clemenza lo sia. Facciamo che Giovanni Guareschi possa essere libero, per i suoi “crimini”, come gli assassini del conti Manzoni o come gli esecutori di don Pessina. Dimostriamo che nella Repubblica democratica italiana, la libertà di stampa è almeno pari alla libertà di omicidio.


Giovanni Gronchi è il nuovo Presidente della Repubblica. Il 12 maggio 1955 l’”Italia” scrive:
Il 26 maggio termina di scontare la pena per il processo De Gasperi e inizia quella per il “Nebiolo” – Guareschi uscirà presto dal carcere? – Potrebbe ottenere la liberazione condizionale – Meno probabile la grazia, ancora incerta la promulgazione di una nuova amnistia – Resta però in sospeso un ricorso presentato dai difensori per l’applicazione dell’ultimo indulto a favore del condannato. Si era diffusa ieri nella nostra città la notizia che Giovannino Guareschi avrebbe forse ottenuto la libertà a brevissima scadenza in virtù di un provvedimento di grazia adottato – in extremis – da Luigi Einaudi. Il provvedimento non è venuto. Giovanni Gronchi ha sostituito Luigi Einaudi sul seggio presidenziale senza che il provvedimento di grazia sia stato promulgato. Vorrà il nuovo Capo dello Stato compiere quel gesto che ragioni di varia natura non hanno consentito al suo predecessore?


Il 28 maggio 1955 Vincenzo Caputo – presidente dell’Associazione Nazionalista Italiana – in una Lettera al direttore sulla “Voce della Giustizia“, fa il punto della situazione:
“Signor direttore, il prof. Einaudi ha lasciato il Quirinale senza aver firmato la grazia per Guareschi. (…) In generale si riteneva che il Presidente avrebbe chiuso con tale atto il suo settennato. Ciò invece non è avvenuto e, se ora io mi permetto di chiedere la Sua cortese ospitalità, egregio direttore, lo faccio appunto per esprimere la mia sorpresa: ero infatti più di tutti convinto che la onestà di Luigi Einaudi si sarebbe manifestata, sia pure all’ultimo momento, vincendo gli ostacoli di varia provenienza. Debbo aggiungere che la mia attesa era particolarmente giustificata, poiché già da tempo la Presidenza della Repubblica, rispondendo alle numerose sollecitazioni da me avanzate sia a titolo personale che a nome della Associazione Nazionalista Italiana, m’aveva assicurato che la pratica relativa ad un provvedimento di clemenza per Guareschi era in corso di istruzione. Ma poiché la grazia non è venuta e poiché da più parti si tenta di accreditare la voce secondo la quale il Capo dello Stato non avrebbe potuto concedere la grazia stessa senza una specifica istanza dell’interessato, dei suoi familiari o dei suoi difensori, desidero chiarire che ciò non risponde al vero, essendo i poteri dei Presidente della Repubblica per la concessione di grazie illimitati ed avendo egli sempre la facoltà di intervenire con motu proprio. Al prof. Einaudi io avevo chiesto più volte che la questione – gravissima – della detenzione di Guareschi fosse risolta con un provvedimento di clemenza di iniziativa presidenziale (…). La mia richiesta – come ebbe occasione di scrivermi nello scorso settembre il segretario generale della Presidenza della Repubblica dott. Picella – fu immediatamente passata al Ministero di Grazia e Giustizia per il parere di competenza. Più tardi, notizie giornalistiche fecero sapere che il parere del ministro non era stato favorevole. Non sappiamo se ciò sia vero, ma è bene tener presente che comunque il parere del ministro non può essere determinante in un caso come questo e non può vincolare la volontà dei Capo dello Stato, il cui motu proprio è pienamente autonomo e può esser emanato in qualsiasi momento con valore assoluto ed immediato. Tutto ciò premesso, dobbiamo amaramente concludere che il prof. Einaudi non ha voluto graziare Guareschi. (…).


Concludendo: il famoso “motu proprio” del Presidente va ad aggiungersi alla serie di “grazie” e “perdoni” e nostro padre, supergraziato e perdonato, rimane in carcere più che mai. Dobbiamo a questo punto fare una considerazione amara. Ci è stato riferito da più persone degne di fede che Luigi Einaudi avrebbe chiesto all’onorevole Pella di portare a pranzo nostro padre al Quirinale prima del processo per bendisporre, con questo loro incontro, la Corte che avrebbe dovuto giudicarlo. Si è parlato del dolore di Luigi Einaudi per la condanna di nostro padre e di un suo possibile interessamento per un atto di clemenza nei suoi confronti. Il risultato? Il famoso “invito” al Quirinale e il “gesto di clemenza” non vennero fatti e le buone intenzioni ebbero la destinazione che si meritavano.


FONTE: http://www.giovanninoguareschi.com/ta-pum/motu.htm