GUARESCHI contro VATTIMO

Dal mondo

Spunta un episodio dimenticato dalle pagine di Mondo Candido, quinto volume (dedicato agli anni 1958-60) dell’antologia della rivista di Giovanni Guareschi, curata dai figli Alberto e Carlotta, in uscita da Rizzoli (pp. 565, e49). Si tratta di un articolo pubblicato il 17 maggio 1959, nella rubrica «Il Bel Paese»: bersaglio degli strali dell’umorista, inventore della saga di Peppone e don Camillo, è il ventritreenne Gianni Vattimo, all’epoca vicepresidente diocesano dei giovani di Azione Cattolica. Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo di Guareschi.
Vattimo, il futuro teorico del pensiero debole, aveva invece reagito allora, in una lettera pubblicata sul Candido del 7 giugno ‘59, negando di essersi trovato tra gli scioperanti per predicare il Vangelo, «ma solo per difendere la Costituzione» e aggiungendo che «oggi in Italia essere attaccati, e così volgarmente, dal Candido, equivale oramai a ricevere una patente di onestà e di civiltà». Nella sua risposta Guareschi rilanciava: «Non capisco. Non si lasci trasportare dall’ira»…

di Giovanni Guareschi


 

«Un fiore miracoloso sbocciato sul duro, arido asfalto torinese. È ancora un fanciullo ma nei suoi occhi non si legge la felice spensieratezza dell’età. Le mamme lo vedono passare e si asciugano una lacrima. Non si lascia turbare dalla furia degli sgherri: per rispondere ai loro arbitrii declama i versetti del Vangelo».


UNO sciopero di metallurgici è una manifestazione straordinariamente seria e, come tale, non ammette intrusioni sentimentali, di «colore» o, tanto meno, poetiche.
Un quadro cupo, allucinante come il silenzio e l’immobilità delle fabbriche spopolate e pare non possa tollerare pennellate rosa o cilestrine.
Ed ecco che, inaspettatamente, un fatto di luce e di poesia sboccia nell’angoletto del grande quadro tenebroso e il suo profumo riattiva il battito del nostro cuore spento.
Quel fiore miracoloso ha un nome: Gianni Vattimo. È sbocciato sul duro, arido asfalto torinese, i suoi petali delicati sono di color rosa e le sue foglie cilestrine: annusiamolo insieme, amici lettori.
L’episodio gentile e commovente è di pochi giorni fa e solo il cronista dell’Unità ha sentito il dovere di registrarlo, dimostrando ancora una volta come la stampa asservita agli interessi del capitale sia ottusa e senza scrupoli.
A Torino, dunque, sessantamila metallurgici lottano duramente contro il regime di tirannide instaurato alla Fiat e alla Riv da Valletta e da Gianni Agnelli.
La situazione è pesante: fuorché alla Fiat e alla Riv, nelle fabbriche torinesi tutto è fermo. La polizia, in assetto di guerra, infuria per le strade di Torino.
La politica è stata dimenticata e i picchetti di sorveglianza riuniscono sotto una stessa bandiera attivisti della Cgil e della Cisl affratellati dalla causa comune: su di essi si abbatte la furia criminale dei poliziotti e, nelle strade, viene perpetrato il massacro morale dei lavoratori del metallo, sotto lo sguardo compiaciuto di Valletta e di Gianni Agnelli che controllano la «regolarità» delle operazioni comodamente installati sui loro lussuosi carri armati fuoriserie.
La tragedia dei metallurgici tocca profondamente il sensibile cuore dei torinesi ed ecco, incapaci di soffocare l’impeto di ribellione che sconvolge il loro generoso cuore, i giovani intervenire a difesa degli operai.
Sono studenti: non hanno dimenticato gli altri studenti, quelli immolatisi a Curtatone e Montanara, e la fiaccola a essi affidata dai compagni che combatterono per l’unità d’Italia arde ancora.
Scendono in piazza.
Fra essi, anzi primo fra essi, è uno studente che rivela, attraverso la figura aggraziata, l’incedere modesto ma dignitoso e i tratti del viso fini, delicati, una profonda gentilezza d’animo e un’educazione improntata a sani princìpi morali.
È ancora un fanciullo, ma, nei suoi occhi, non si legge la felice spensieratezza dell’età. I suoi occhi dolci sono pieni di tristezza.
Il cartello che egli porta è più grande degli altri e, vergate con commovente, incerta grafia infantile, su di esso sono parole serene ma dettate da un cuore saldo:
«Gli studenti dimostrano contro i padroni della Fiat e della Riv per la libertà di sciopero».
Molte mamme lo vedono passare e si asciugano una lacrima.
Lo vedono, purtroppo, anche gli uomini della polizia e si scagliano con furia bestiale su di lui.
Ma, a questo punto, lasciamo la parola al cronista dell’Unità:
«… nel pomeriggio la polizia prese a infierire in modo selvaggio, sequestrando i cartelli che numerosi studenti recavano: tenaci, i giovani andavano immediatamente ad acquistare grossi fogli di carta scrivendo gli stessi slogan… Alla testa degli studenti erano il segretario della Gioventù Cattolica Gianni Vattimo, lo studente socialista Rieser e lo studente comunista Tordolo.
«I fermi si susseguivano: dapprima un partigiano decorato portato di peso su un camion, poi un’operaia che reagiva a questi metodi. Poi venne la volta di tre studenti cattolici tra cui il Vattimo che gridava a voce spiegata: “Viva la Costituzione!” agitando alto l’opuscolo della legge fondamentale dello Stato. Altri fermi venivano eseguiti mentre le camionette caricavano la folla; sul camion su cui venivano issati i fermati si ammassavano in breve undici persone: quattro studenti, fra cui due dell’Azione Cattolica e il fiduciario provinciale Vattimo, un’operaia della Riv, un passante; un partigiano, un cronista, un fotoreporter, un attivista Cgil e una passante.
«Gianni Vattimo, poiché un poliziotto inveiva bestemmiando, lo ammonì severamente richiamandolo ai propri doveri di pubblico ufficiale e declamò poi versetti del Vangelo che condannano le violenze dei potenti, mentre un altro studente leggeva ad alta voce gli articoli della Costituzione…».
La cruda, essenziale, tacitiana prosa del cronista dell’Unità dice tutto ciò che poteva essere detto e ci dà un brivido di commozione. Il fanciullo dagli occhi dolci e tristi per rispondere agli arbitrii polizieschi declama i versetti del Vangelo!
Egli non si è lasciato turbare dalla furia degli sgherri. È rimasto ciò che era: il fiduciario provinciale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (Giac).
Nella mischia furibonda, mentre al suo fianco cadevano i compagni di lotta socialisti e comunisti, il partigiano decorato, le operaie della Riv, i cronisti e i fotoreporter dell’Unità, gli attivisti della Cgil, i passanti e le passanti, egli non si è trovato solo alla mercé delle violenze dei potenti: ma, al suo fianco, erano Cristo e La Pira.
E la voce dello studente che leggeva i più significativi versetti della Costituzione gli portava l’eco della Prima Voce d’Italia. La Voce del Quirinale.
Cristo, La Pira, Gronchi: Padre, Figliolo e Spirito Santo erano al fianco di Gianni Vattimo, fiore delicato della Socialità, sbocciato, come per un miracolo, nelle aride strade torinesi assetate di sangue proletario.
I «potenti» (agenti di polizia e carabinieri) avranno compreso l’alto significato del gesto di Gianni Vattimo?
Ne dubitiamo. Ma noi abbiamo compresa la nobiltà del suo sacrificio: per amore del popolo lavoratore, per amore di Fanfani, di La Pira, di Gronchi e di Cristo egli, fedele ufficiale dell’armata di Dio, è sceso in piazza a fianco dei marxisti negatori di Dio e ha portato la sua croce fin sulla cima del suo Calvario.
E lì, sulla vetta della camionetta della polizia, è stato messo in croce. Lì, con la palma della mano destra straziata dal chiodo del Pci, la sinistra dal chiodo del Psi e i piedi dal chiodo della «Base Dc», ha reso la sua bell’anima a Dio dopo aver sussurrato:
«La Pira, perdonali: essi, come me, non sanno quello che si fanno…». Amen.


La Stampa 04 Novembre 2006