Femminismo, l’ora del mea culpa

Vita: politiche di bioetica

Una riflessione della storica Anna Bravo ha aperto la discussione sulla battaglia che fu condotta per la legge 194: “Abbiamo sorvolato sul fatto che le vittime dell’aborto erano due, la donna e il feto”. Le diverse voci intervenute si sono divise fra un’autocritica aperta e la difesa delle posizioni di allora.


Alcune ammettono che le grandi questioni etiche rimasero solo sullo sfondo, altre rigettano le accuse di “immaturità”.



Di Antonella Mariani

Forse non immaginava di scatenare un tale polverone, la storica torinese Anna Bravo. E invece ha toccato un nervo scoperto della storia del femminismo italiano: la battaglia – a tratti furibonda, violenta, annichilente – per la legalizzazione dell’aborto, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Lei, un passato non rinnegato da militante di Lotta Continua, scrive in un saggio e ripete a Repubblica che la politicizzazione della lotta in quegli anni portò le femministe a “sorvolare sul fatto che le vittime (nell’aborto, ndr) erano due, la donna e anche il feto”. “Che il feto fosse materia vivente, non implicava considerarlo una vita. Né nei nostri documenti c’è mai traccia della sofferenza del feto prodotta dall’interruzione di gravidanza. Gli farà male? E quando? Dopo la ventiquattresima settimana? C’è modo di porvi rimedio? Ecco – sintetizza Anna Bravo nell’intervista pubblicata il 2 febbraio – non eravamo sfiorate da timori o inquietudini”. La storica torinese, insomma, fa i conti con la violenza insita in quella lotta femminista come in altre situazioni, dagli scontri di piazza ai picchettaggi. Con la “immaturità” con cui si fece dell’aborto una bandiera di autonomia e libertà, sottovalutando o tacendo la sofferenza e le implicazioni per la madre e per il feto. Anna Bravo si concede delle attenuanti: “Riconosco che il discorso allora sarebbe stato sconvolgente, impensabile. Resta il fatto che la domanda non ce la siamo mai fatta. E riflettendo sul non detto di allora, forse possiamo parlarne oggi”.


Anna Bravo è stata accontentata: per diversi giorni sui maggiori quotidiani (Repubblica e Corriere della sera) hanno affilato le penne le protagoniste di quegli anni, di quella lotta femminista (e non solo) per la legalizzazione dell’aborto. E non sempre sono disposte a fare i conti con le questioni etiche sollevate dalla Bravo. La giornalista e scrittrice Miriam Mafai è la prima a partire all’attacco, il 3 febbraio su Repubblica. Pur con toni pacati, sostiene che quella della Bravo è un’autocritica “ingiusta ed eccessiva”. Ecco perché: il movimento femminista a cui si riferisce la storica non è tutto il femminismo di quegli anni, ma la parte più estremista, quella extraparlamentare e in particolare di Lotta Continua, di “alcuni gruppi più vivaci e rumorosi”, che esaltavano “una spregiudicata, assoluta libertà della donna, quasi un “diritto all’aborto””, in dispregio del danno al feto. La maggioranza del movimento femminista, le donne comuniste e quelle dell’Udi affrontavano, sostiene Mafai, la questione dell’abolizione del “reato di aborto” previsto dal Codice civile e la possibilità di interrompere la gravidanza non più nelle cliniche clandestine ma nelle strutture pubbliche, “con assai maggiore cautela e prudenza”. Miriam Mafai ricorda l’ostinazione con la quale Adriana Seroni, la parlamentare comunista che diresse a Montecitorio la battaglia per la legge 194, ammoniva “che il ricorso all’aborto non poteva essere letto come un’affermazione di libertà per la donna, ma al contrario come il prezzo pesante che le donne erano chiamate a pagare a causa della deresponsabilizzazione del partner e della insufficiente tutela offerta alla maternità dalle nostre istituzioni”. Analoga la replica di Lea Melandri, femminista storica e animatrice, insieme ad altri, su Liberazione , dell’attuale dibattito sulla fecondazione assistita: parla di “un’immagine a effetto di un femminismo violento che non corrisponde alla realtà”, di un “falso storico”. Secondo la Melandri (un giudizio condiviso peraltro anche da Luciana Castellina), “si confonde la storia particolare di una donna legata a Lotta Continua con tutto il movimento femminista”. In realtà, ricorda, “abbiamo a lungo parlato di aborto e di sessualità”, analizzando “la violenza del dover abortire per evitare una violenza più grande di una gravidanza non desiderata”. Ma davvero non vi fu nessuna reticenza, nessun silenzio sul dolore e la sofferenza dell’aborto per la donna e per il feto, dunque, da parte del movimento femminista? È sufficiente, in quegli anni, aver discusso della “violenza del dover abortire” per fugare le critiche di Anna Bravo, in particolare riguardo all’altro protagonista nascosto di questo dramma, il feto?


Più possibilista la replica di Dacia Maraini, che una decina di anni fa ruppe un silenzio (assordante) con un suo scritto “Un clandestino a bordo”, in cui ripercorreva una dolorosa vicenda privata. Oggi la scrittrice lo ribadisce, dando implicitamente ragione alla storica torinese: “L’aborto non è una bandiera, né un diritto, né una conquista: è una sconfitta storica, bruciante e terribile, che si esprime in un gesto brutale contro se stesse e il figlio che è stato concepito”. Anche se poi rileva che l’atteggiamento diffusamente aggressivo delle donne che si battevano per la legalizzazione dell’aborto aveva un senso: “Bisognava rompere una sudditanza civile e politica che durava da secoli” e per farlo occorrevano “impeto e passione, pulsioni che possono apparire violente ma non lo sono”. Un’altra “colonna” prima del Pci poi di Rifondazione comunista, Luciana Castellina, rigetta la critiche di Anna Bravo (l'”immaturità” delle femministe) ricordando l’entusiasmo e la passione di una “grande battaglia sociale, tesa anche a sanare quella terribile piaga che era l’aborto clandestino”, pur ammettendo che le grandi questioni etiche rimasero sullo sfondo (“Ma quelle sono riflessioni di carattere religioso (…). erano altre le nostre priorità”). Le stesse questioni etiche che però, oggi, ritornano prepotenti.


Avvenire, 9 febbraio 2005