Fecondazione artificiale, benessere del bambino e della donna

Vita: politiche di bioetica

Mille miglia indietro!
In realtà il dibattito di casa nostra sulla fecondazione in vitro (FIV) risulta una cosa d’antiquariato, quando si confronti con quanto succede all’estero. E’ il caso del “Rapporto del Consiglio per la Bioetica del Presidente degli Stati Uniti d’America”, appena edito.

Colpisce perché è un rapporto distaccato da lotte ideologiche, nato da un insieme di esperti dichiaratamente eterogeneo dal punto di vista culturale, tuttavia approvato all’unanimità.
Colpisce perché è attento a tutte le possibili implicazioni della procreazione umana..
Colpisce perché considera il grande escluso da tutti i dibattiti nostrani: il bambino. E questo per me, neonatologo, è fondamentale.
Quest’ultimo punto è la vera novità: di norma ci si schiera tra chi è a favore dei diritti delle coppie e chi è contrario alla soppressione dell’embrioni sovranumerari.
Questo Rapporto mette invece all’inizio del capitolo “considerazioni etiche” due paragrafi fondamentali: “benessere del bambino”, “benessere della donna”. Chi, in Italia, ha mai pensato a questo aspetto? Ben pochi. La fecondazione in vitro è stata vista come panacea, cui ci si oppone o della quale si è a favore per motivi etici. Questi motivi etici, spesso sono “bandiere” dietro alle quali ci si arrocca, senza possibile dialogo.
Ma… la salute? Qualcuno ci ha detto mai che i bambini nati da FIV staranno davvero bene come gli altri, o le donne che hanno concepito in questo modo godranno davvero di benessere? Questo è un bel ragionare etico!
La sindrome da iperstimolazione ovarica, è solo una delle possibili conseguenze cui rischia di andare incontro la donna, spiega il Rapporto, elencandone almeno altre dieci e aggiungendo che le Società Assicurative, a causa di queste possibili complicazioni, spesso non coprono il rischio legato a queste pratiche (pg.45). Una donna che ha in corso una gravidanza multipla, aggiungono, ha una maggiore possibilità di soffrire di ipertensione, anemia e altro (ibid.).
Il bambino, da parte sua, è l’altro grande escluso dai dibattiti nostrani, incentrati su un fatto grave (la soppressione degli embrioni), ma mai sulle conseguenze di chi poi nasce da FIV. Eppure, nel 2003 fu pubblicato in Francia un libro documentatissimo sulle conseguenze psichiatriche di queste pratiche (Bayle B : L’embrion sur le divan. Psychopatologie de la conception humaine. Masson, Paris). A proposito della diagnosi pre-impianto, nella quale si estraggono alcune cellule dall’embrione per analizzarle, il Rapporto dice “Non è noto se questa embrio-biopsia coinvolga lo sviluppo del bambino. Essa è entrata nella pratica clinica solo dopo una limitata sperimentazione. Non esistono studi completi sui suoi effetti sul benessere fisico”. Sappiamo tutti dalla letteratura scientifica, soprattutto dai lavori pubblicati nel 2002, il rapporto tra FIV, plurigemellarità, prematurità. Il Rapporto cita questi lavori, ricordando le malattie messe in rapporto con la FIV, in particolare con la tecnica ICSI, molto usata in Europa.
Non a caso una review apparsa sul numero di Aprile 2003 della rivista Science, per parlare della presunta innocuità della FIV titola: “Semi di dubbio”.
Chiunque si può documentare su questi fatti, leggendo le ricerche scientifiche serie fatte su questo argomento. Forse sarebbe bene farlo, perché il problema è grave: da una parte sta l’evidenza scientifica, dall’altra il “sentimento”. E il buffo è che questa ripartizione è esattamente il contrario di quanto si legge di solito sui giornali. Vogliamo proprio scoprirlo chi sta davvero con l’evidenza scientifica?
Quanto siamo indietro! In Francia madame Claire Brisset, la Defenseur des Enfants (una sorta di “garante dell’infanzia” eletta dal Parlamento francese) ha chiesto una moratoria per la tecnica ICSI, constatati i rischi di cui sopra! e noi invece a cosa pensiamo?
E’ un sano realismo quello che qui invochiamo: la salute e non il sentimentalismo.
Ma il giudizio pratico non è disgiunto nel rapporto da considerazioni più ampie: “In questa breve sinossi della procreazione umana, alcuni elementi, segno del valore umano, meritano il nostro rispetto: lo speciale affetto umano che la riproduzione umana manifesta e genera; lo speciale potere procreativo delle donne e la speciale natura della gravidanza umana; la singolare relazione tra genitori e bambini, centrale all’identità di entrambi; e l'(almeno) speciale rispetto dovuto alla vita umana embrionale…”( pg 15). “E’ importante proteggere la libertà la libertà dei bambini da tentativi impropri di manipolare le loro vite attraverso il controllo del loro patrimonio genetico”; “Ogni bambino entra nella vita come un unico, inaspettato, misterioso estraneo” (pag 14).
La parola “rispetto” è centrale nel Rapporto, perché indica il rispetto di qualcosa di speciale, di un livello della natura davvero unico, perché capace di ricercare il significato (sì, anche quando malato, anche quando vecchio, anche quando embrione). Perché capacità vuol dire che magari ora non può, ma ha tutto (tutto!) per farlo: basta curarlo, basta non violentarlo.
Si potrà dire: d’accordo, ma un domani la tecnica ridurrà del tutto i rischi che ora sono descritti, e allora tutto sarà lecito. Non credo che mai qualcuno convincerà appieno il popolo che sopprimere qualcuno per il bene di un altro sia morale. Ma la domanda a cui non troviamo risposte è la seguente: se è una tecnica con rischi documentati per la salute, se è ancora da perfezionare, perché è sul mercato? Eppure per pochi casi di encefalite spongiforme al mondo si è smesso (ragionevolmente) di mangiare carne di bue, e per dei sospetti (seri) vengono banditi gli Organismi Geneticamente Modificati. Non credo che qualcuno risponderà.
La fecondazione in vitro fu inventata da un prete: l’abate Lazzaro Spallanzani, 300 anni fa. Univa il seme con l’ovulo di rana “in vitro” e otteneva i girini. Usava lo sperma di cane per fecondare artificialmente la cagnolina. Fu un precursore. Fu uno scienziato. Sapeva cosa è un cane e cosa è un uomo.


Carlo Bellieni
Policlinico Universitario “Le Scotte”
Siena


 
© Il Foglio, 10-4-2004