Facciamo finire il Sessantotto

La cappa ideologica

Facciamo finire il Sessantotto



di Gaetano Quagliariello – venerdì 10 agosto 2007, 07:00 – da Il Giornale.it

Siamo ormai alla vigilia del quarantesimo anniversario del Sessantotto. S’inizia a sentire. Sarkozy in Francia ha vinto invitando i suoi elettori a scordarsi quell’anno terribile. Dall’Italia gli risponde D’Alema proprio in questi giorni, riproponendo quella stagione a modello per le nuove generazioni. Non è solo lo scontro tra due culture. È anche la contrapposizione di due esperienze. In Francia in quel mitico maggio si giunse a un passo dalla rivoluzione. Tornarono allora le barricate nel quartiere latino e lo stesso De Gaulle ne fu così turbato da fuggire a Baden Baden. Fosse pure per qualche ora. Meno di un mese dopo, però, la sfilata della maggioranza silenziosa sugli Champs già aveva chiuso la partita. Almeno politicamente. Sarebbero rimasti tanti «residui», di natura anche politica. Ma almeno su un terreno – quello delle istituzioni e della sociologia delle classi dirigenti – il Sessantotto era stato battuto.


In Italia non fu così. Si aprì allora una lunga partita tra l’arena ufficiale e quella alternativa che il Sessantotto aveva selezionato. La prima avrebbe cercato di invischiare, cooptare, compromettere la seconda. La quale, da parte sua, si sarebbe mossa tra il mito originario e l’illusione di conquistare lo Stato dall’interno. La competizione si è prolungata per oltre un quindicennio. E la distinta dei danni da essa provocati non è stata ancora nemmeno tentata.


A livello dei singoli individui il patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti venne allora rifiutato con incosciente innocenza. Il rapporto genitoriale, nei casi migliori, si sviluppò sul versante affettivo ma amputato di quella trasmissione d’esperienza che nel senso comune divenne inutile, quando non dannosa. A livello politico, nelle grandi scelte, si poté essere anti-americani, senza pagare il fio di essere, al contempo e obbligatoriamente, per realismo, filo-sovietici. E si poté rinverdire il mito della violenza rivoluzionaria, senza porsi il problema d’imbrigliarlo attraverso una pratica legalitaria. I nodi irrisolti della storia della sinistra italiana – certamente dalla resistenza in poi ma pur quelli ancora precedenti -, infine si sciolsero anche nella pratica terroristica. In quella terribilmente vera e in quella micro-criminale, più tollerabile e, per questo, più tollerata. Tante esistenze sono state così bruciate e altre hanno affidato alla roulette del destino la circostanza che il lancio di una molotov potesse lacerare una vita o lentamente degradare a brutto ricordo da rivendicare senza tema vent’anni dopo (o qualcuno di più), nella scia di un beffardo «formidabili quegli anni».