FRANCIA: un rospo vale più di un bambino

La cappa ideologica

In Europa la morte di un rospo va punita, ma non quella di un bambino

Il diritto è colto dall’ideologia e dal 2000 rifiuta di applicare l’incriminazione di omicidio per il bambino che nascerà, quale sia il suo sviluppo e anche se muore in circostanze che non sono assimilabili a una interruzione volontaria di gravidanza…

Parigi. Giovedì 17 febbraio la corte d’appello di Metz, in Mosella, ha confermato che non è reato uccidere un bambino di sei mesi ancora nella pancia di sua madre. I fatti: la mattina del 10 ottobre 2003 un furgone guidato da Kevin Germon, sulla trentina, sbatte contro l’auto guidata da Florinda Braganca, incinta di sei mesi, che muore sul colpo. Nell’incidente muore anche il bambino. Le analisi riveleranno che Kevin Germon guidava il suo furgone dopo essersi fatto una “canna”. Nella sua denuncia, la famiglia Braganca chiedeva la condanna del Germon sia per la morte della donna che per quella del bambino. Ma il “feto” non ha personalità giuridica e quindi non può essere considerato come una vittima. David Pawlik, avvocato di Kevin Germon, così riassume l’assurda realtà: «Si tratta di una interruzione involontaria di gravidanza e non esiste nel diritto francese un testo sulla questione. Nessun testo, nessuna sanzione».
Nel 2003 Jean-Paul Garraud, deputato dell’attuale maggioranza, ci aveva provato, a introdurre un emendamento che istituisse il delitto di interruzione involontaria di gravidanza. Ma i difensori dell’aborto avevano gridato allo scandalo e si era lasciato perdere. «Il mio cliente – dice l’avvocato della famiglia Braganca – ha perso una moglie e un figlio, Elias, del quale aveva sentito battere il cuore. (…) Oggi ha il sentimento che, per il tribunale, tutto questo non esista». Un “niente” ontologico messo in evidenza da Ivan Rioufol, giornalista del Figaro, che il 25 febbraio, nella sua rubrica settimanale “Le bloc notes”, ha pubblicato la reazione indignata di Jerry Sainte-Rose, avvocato generale presso la Corte di cassazione, che scrive: «Il diritto è colto dall’ideologia e dal 2000 rifiuta di applicare l’incriminazione di omicidio per il bambino che nascerà, quale sia il suo sviluppo e anche se muore in circostanze che non sono assimilabili a una interruzione volontaria di gravidanza». Una nuova giurisprudenza che, dal 2000 appunto, si fonda sul rifiuto ideologico del riconoscimento della vita prenatale.
Jerry Sainte-Rose, professionista del “diritto”, ricordando che «l’animale che deve nascere è penalmente protetto» si chiede: «Perché rifiutare al feto umano quello che è applicato a delle uova o a dei feti animali?». E nota con sarcasmo: «Se passeggiando distruggete involontariamente il “progetto parentale” di un rospo verde, una gazza, un serpente o una farfalla particolari, rischiate sei mesi di prigione. Una manifesta ineguaglianza di trattamento tra l’uomo e l’animale».
La famiglia Braganca intende continuare a battersi, se necessario, nelle aule della corte di giustizia europea, ma i precedenti non lasciano sperare niente di buono. Nel luglio del 2004 infatti la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione alla giustizia francese, che non aveva riconosciuto il danno provocato a una giovane donna che aveva perso il suo bambino al sesto mese di gravidanza a causa dell’errore di alcuni medici.


Arrigoni Gianluca, Tempi n. 10 – 3 Marzo 2005