Eutanasia: la lobby della dolce morte all’assalto dell’Europa

Vita: politiche di bioetica


La vita sotto tiro



Il 21 aprile 2002 con una semplice cerimonia veniva data ufficiale sepoltura a Vienna agli oltre 800 bambini che – deboli, malati o appartenenti a minoranza etniche e religiose – caddero in Austria vittime delle leggi naziste sull’eutanasia. Si chiudeva così un capitolo che il crollo del regime nazista non era servito ad archiviare. Ma proprio in quei giorni il Parlamento olandese riapriva quel capitolo approvando la legge che ammette il «diritto a morire», dando il via a un’offensiva culturale e politica all’interno dell’Unione Europea.

di Riccardo Cascioli


Nel giro di pochi mesi anche il Belgio ha seguito l’esempio, mentre il Lussemburgo lo ha respinto con una risicata maggioranza. Ma in ogni Paese una o più associazioni lavorano per promuovere la legalizzazione dell’eutanasia, coordinate nella «Federazione delle società per il diritto a morire dignitosamente», che ogni due anni promuove una conferenza internazionale. E quest’anno la «lobby della dolce morte» sbarca per la prima volta in Italia (l’incontro si tiene in questi giorni a Torino). La strategia è sempre la stessa: creare o cavalcare casi di cronaca che si prestano ad aprire il dibattito, annunci-choc sulla diffusione della pratica (vietata) negli ospedali – con tanto di statistiche di dubbia attendibilità –, mentre dal punto di vista legislativo il primo passo è l’approvazione del testamento biologico in cui si cerca di inserire frasi ambigue che sono accettabili anche da chi è contro l’eutanasia ma possono essere interpretate in modo estensivo.

Keith Reed, responsabile della britannica Volontary Euthanasia Society , afferma che il «crescente sostegno» al suicidio assistito si deve alla profonda rivoluzione culturale individualista: «Gli individui non accettano più che qualcuno gli dica cosa fare, e questo vale anche per l’atteggiamento davanti al medico del paziente, che vuole assicurarsi anzitutto dei propri diritti fondamentali». D’altra parte ci sono organizzazioni che si incaricano di creare casi ad hoc: l’associazione svizzera Dignitas, ad esempio, già da alcuni anni lavora sulla Gran Bretagna e ha destato scalpore nel settembre 2004, quando si è saputo che decine di cittadini britannici sono stati aiutati a morire in una clinica di Zurigo. Successivamente la stessa Dignitas ha reso noto che tra i suoi membri ci sono circa 600 cittadini britannici. Questo ha consentito di alimentare e sostenere un dibattito già aperto da alcuni medici. E non a caso proprio la Gran Bretagna si avvia a essere il prossimo Paese destinato a legalizzare l’eutanasia.

Alcuni politici «amici» della lobby per l’eutanasia hanno cercato di aprire il dibattito anche al Consiglio d’Europa dove nell’aprile scorso è stata però bocciata per il secondo anno consecutivo una mozione che invitava i medici a porre fine alla vita dei malati terminali e disabili. Ma il lavoro ai fianchi continua e intanto il denaro comincia a essere convogliato verso esperti e associazioni che accettano di sostenere il diritto al suicidio assistito. Così, ad esempio, proprio un mese fa si è tenuta all’università di Liverpool una conferenza europea di esperti – geriatri, burocrati, rappresentanti di organizzazioni mediche e infiermieristiche, attivisti delle associazioni per l’eutanasia – dal titolo «Prospettive europee sul processo decisionale per porre fine alla vita». Sponsor del simposio la Wellcome Trust, grande associazione non profit legata a un colosso farmaceutico, che ha un generoso programma di finanziamento per iniziative legate alla bioetica.

Da è Vita On Line del 15 ottobre 2005