“Europa reagisci, la famiglia si sta spegnendo”

Famiglia: politiche familiari

“Europa reagisci, la famiglia si sta spegnendo”
di Franco Serra – da Avvenire del 25 maggio 2007


È un campo di battaglia in gran parte devastato quello su cui combatte in Europa chi difende la famiglia dalla proliferazione di matrimoni falliti, di aborti, di calo delle nascite e dall’insufficienza delle politiche familiari, a livello sia nazionale sia dell’Unione europea.


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“Europa reagisci, la famiglia si sta spegnendo”
di Franco Serra – da Avvenire del 25 maggio 2007


È un campo di battaglia in gran parte devastato quello su cui combatte in Europa chi difende la famiglia dalla proliferazione di matrimoni falliti, di aborti, di calo delle nascite e dall’insufficienza delle politiche familiari, a livello sia nazionale sia dell’Unione europea.


Il documentatissimo studio “Evoluzione della famiglia in Europa” pubblicato in questi giorni dall’Istituto di Politica Familiare (Ipf), un osservatorio indipendente ma con chiara impronta pro-family con sede in Spagna e numerose diramazioni in Europa e in America Latina, offre alla riflessione una fitta serie di dati – a volte particolarmente negativi per l’Italia – che su un ampio fronte, dalle questioni etiche alle esigenze sociali, dall’economia alla demografia, sottolineano l’urgenza di una reazione a tutto campo dei cittadini, dei governi, delle istituzioni dell’Unione europea. Una reazione che il rapporto dell’Ipf sollecita mettendo sul tavolo proposte destinate a far sì che – spiega la responsabile europea dell’Istituto Lola Velarde – «le famiglie europee possano continuare a svolgere la loro insostituibile funzione». «Le difficoltà sociali, economiche e demografiche degli ultimi decenni in Europa – osserva ancora la dirigente dell’Ipf – mostrano più che mai che la famiglia svolge un ruolo chiave di ammortizzatore in particolare nei problemi della disoccupazione, delle malattie, della droga, dell’esclusione: è il primo nucleo di solidarietà nelle nostre società e non solo come unità giuridica, sociale ed economica ma innanzitutto come unità di amore e solidarietà». Ma questo nucleo tanto prezioso è eroso da un insieme di sviluppi negativi. Ecco alcune delle più pesanti constatazioni che risultano dal rapporto:


1. Vengono celebrati sempre meno matrimoni. Nei 27 Paesi dell’Ue tra il 1980 e il 2005 il numero dei matrimoni è sceso del 22,3% nonostante il fatto che nel medesimo periodo la popolazione sia aumentata di 33,8 milioni. Inoltre gli europei si sposano in età sempre più avanzata, gli uomini a 30 anni e le donne a 28, con un ritardo di circa 4,5 anni rispetto alle medie del 1980.


2. I casi di fallimento del matrimonio – divorzio o separazione – sono aumentati del 55% negli ultimi 25 anni fino a raggiungere la cadenza di una rottura ogni 30 secondi. In Italia l’aumento è stato del 62%, al terzo posto nell’Ue dopo la Spagna (183%) e il Portogallo (89%). Negli ultimi 15 anni considerati dallo studio, 1990-2005, sono falliti 13.753.000 matrimoni coinvolgendo oltre 21 milioni di figli. Nel 2005 il record dei divorzi è stato in Germania (quasi 380.000), seguita da Gran Bretagna e Francia, mentre in coda alla classifica dei grandi Paesi troviamo l’Italia, anche in percentuale dei matrimoni celebrati.


3. L’aborto è diventato – si legge nel rapporto – «la principale causa di mortalità in Europa, ben al di là delle altre cause di mortalità “esterne” come suicidi, incidenti stradali, droga, alcolismo, aids, come pure delle malattie».


4. Un bambino su tre nasce ormai fuori del matrimonio, e nel 2005 è stato questo il caso di 1.893.000 nascite. La percentuale dei bambini nati da genitori non sposati varia da un 55% in Svezia al 45% in Francia e al 14,9% in Italia fino al 4,9% della Grecia. Nel medesimo tempo l’età media della prima maternità è aumentata fino a sfiorare i 30 anni; in questo l’Italia è vicina alla media mentre la Spagna (30,9) registra la maternità più tardiva e tra i grandi Paesi la Polonia (27,9) la più precoce.


5. L’aumento della popolazione è ormai dovuto quasi esclusivamente all’immigrazione nell’insieme dell’Ue, e in quasi tutti i Ventisette è diventato la base della (modesta) crescita demografica. Sull’aumento di 19 milioni di cittadini registrato nell’Ue tra il 1994 e il 2006 quasi 15 milioni – pari al 69% – sono immigrati. Questa sproporzione è aumentata negli ultimi anni quando nel 2000-2006 l’89% dell’aumento demografico di 13,2 milioni è stato dovuto all’immigrazione. Italia e Germania hanno potuto evitare il calo demografico unicamente ricorrendo all’immigrazione mentre solo Francia e Olanda hanno accresciuto la loro popolazione anche a prescindere dall’afflusso di immigrati. La tendenza – se non si correrà ai ripari – indica una stagnazione demografica fino al 2025, anno in cui l’Europa comincerà lentamente a spopolarsi.


6. L’invecchiamento della popolazione dell’Ue procede inesorabile. Nel 1980, su 100 europei 22 avevano meno di 14 anni mentre 13 avevano superato i 65. Nel 2004 le due classi d’età hanno raggiunto il pareggio al 16,5%. Dal 2005 la proporzione si è invertita e continua ad aggravarsi. L’Italia, con il 14,2% di giovani, è il Paese che ne ha meno e si trova a molte lunghezze dall’Irlanda, il Paese che ne ha di più (20,7%). Un italiano su cinque ha più di 65 anni e davanti a Germania e Grecia l’Italia ha la più alta percentuale di anziani (19,4% della popolazione).
Di fronte a questa situazione, il rapporto dell’Ipf constata una drammatica scarsità di denaro pubblico destinato alla politica familiare. Nella media dell’Ue, meno dell’8% degli stanziamenti per le spese sociali è destinato alle famiglie. Alla politica familiare nell’insieme dell’Ue viene dedicato un magro 2,1% del Prodotto interno lordo, e con grandi disparità tra i diversi Paesi: con un risicato 1%, l’Italia sta nella parte bassa della classifica, seguita solo da Malta, Polonia e Spagna, mentre nella parte alta, con il 3% o più si trovano nell’ordine Danimarca, Lussemburgo, Svezia, Austria, Germania e Finlandia.



Un aborto ogni 25 secondi
di Franco Serra


Nel 2004, ultimo anno di rilevamento dell’Istituto di Politica Familiare, nell’insieme dei 27 Paesi dell’Unione europea c’è stato un aborto ogni 25 secondi: gli aborti in totale sono stati 1.235.517. Dunque, ogni giorno 3.385. Una cifra spaventosa, che diventa ancora più inquietante se si pensa che è stato interrotto il 19,4% delle gravidanze, quasi una su cinque. Per quanto riguarda il nostro Paese, nel 2004 gli aborti recensiti sono stati 136.715. Nella classifica europea l’Italia viene dopo la Francia (210.669), la Gran Bretagna (194.353), la Romania (191.038) e precede la Germania (129.650) e la Spagna (84.985). Insieme, questi sei Paesi totalizzano il 77% dell’insieme degli aborti registrati nell’Unione Europea.


Il Paese dell’Unione in cui negli ultimi dieci anni il numero degli aborti è aumentato maggiormente è la Spagna (75%), seguita dal Belgio (50%) e dall’Olanda (45%). In base a queste cifre gli autori del rapporto constatano che nel 2004 l’aborto ha fatto in Europa più vittime – in termini di bambini non nati – delle malattie del cuore (736.589), delle malattie cardiovascolari (507.946), dei suicidi (59.020) e degli incidenti (52.709).
Resta da capire perché il ricorso all’aborto sia così massiccio ovunque e quali misure possano essere messe in atto in ciascun Paese per evitare che un numero crescente di donne ricorra all’interruzione di gravidanza.