Embargo Cina: un classico falso

Dal mondo

L’embargo alla Cina è una bufala. Ci comprano armi per 250 miliardi

MILANO – La polemica sull’embargo delle armi alla Cina, che per giorni ha visto impegnati i vertici politici nazionali ed europei, altro non era che un teatrino dell’assurdo. Scopriamo infatti che il nostro Paese solo nel 2003 ha autorizzato esportazioni di materiali d’armamento alla Cina per 127.128.192 euro, oltre 250 miliardi in lire. Più altri 6 tra consegne effettive e utilizzo di fondi pregressi. Sommati ad altri 32.3 milioni di export ( 22.8 9.5 di consegne) nel 2002, fa un giro d’affari nell’ultimo biennio di circa 160 milioni. La Cina risulta il nostro terzo acquirente assoluto. E ciò in violazione del famoso embargo, imposto da Europa e Usa nell’ 89. Da cui a quanto pare l’Italia s’è svincolata, e continua a svincolarsi malgrado l’esplicito divieto della legge 185/ 90. Sul rispetto del quale, l’annuale relazione governativa arriva ad affermare il falso. La visita di Ciampi a Pechino era appena cominciata, quando il presidente ha comunicato alla controparte l’orientamento italiano a por fine all’embargo sulle armi, considerato dalla superpotenza cinese come un vulnus alle proprie aspirazioni. Apriti cielo: dall’Italia partivano bordate di leghisti, verdi e sinistre, sbigottiti da cotanto ardire, mentre An, Fi e centristi hanno fatto quadrato attorno al presidente. ” La decisione di far cessare l’embargo può prenderla solo il parlamento ” , dichiarava il ministro Calderoli. Infine l’intervento della presidenza olandese Ue, per ribadire a margine dell’accordo firmato con la Cina, che l’embargo per ora non si tocca. Peccato però che per l’Italia sia già lettera morta. Per rendersene conto basta consultare la ” Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento e dei prodotti ad alta tecnologia”, trasmessa come ogni anno il 29 marzo alla presidenza del consiglio dal sottosegretario Letta. Ossia il documento che elenca le autorizzazioni all’export di armi concesse dal governo. Ebbene, fra il primo gennaio eil 31 dicembre 2003, quelle ad imprese che esportano in Cina sono seconde, di poco, solo a Grecia e Malaysia. Dal doppio a 18 volte tanto rispetto al dato di compratori storici quali Arabia, Pakistan, Egitto, Turchia. Mentre le celebrate commesse verso gli Stati Uniti ammontano a 37 miseri mln, su un totale di 1.282. Grazie agli ordinativi cinesi nel 2003 siamo saliti al 7 ° posto fra gli esportatori mondiali. Senonchè la legge 185/ 90 prevede all’articolo 1 comma 6 che l’Italia non esporti materiale militare di alcun genere ” a Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale delle forniture belliche dall’Onu o dall’Ue”. Cosa avvenuta, da parte di Bruxelles nel 1989, e confermata lo scorso dicembre con specifico voto ( 373 sì) e annessa motivazione: ” La situazione dei diritti umani in Cina resta insoddisfacente; continuano violazioni, torture, detenzioni arbitrarie ” . Il fatto che più stupisce è che nella Relazione governativa 2004, a pagina 19 sia scritto: ” fra le autorizzazioni rilasciate, non c’è alcun Paese rientrante nelle categorie indicate dall’art. 1 della legge ” . Appunto quello che riguarda i divieti. Addirittura, per valutare caso per caso, il governo si era avvalso di un Comitato interdirezionale al ministero degli esteri, presieduto da un sottosegretario ad hoc. Impossibile quindi parlare di svista, per di più riguardo a un Paese che il nostro principale alleato, nell’ultimo rapporto al Congresso del comitato bilaterale Usa- Cina, definisce ” la nostra minaccia militare n. 1 ” . Complici le crisi con Taiwan e in Tibet, e i traffici pericolosi tra Pechino e le canaglie Siria e Iran, che fanno della Repubblica Popolare l’ 8 ° esportatore mondiale di armi, a dispetto del fantomatico embargo. Un ultimo spunto di riflessione ci viene dal conflitto d’interessi che guarda caso caratterizza l’industria della difesa italiana: le aziende sono 160, ma lo stato, ossia chi vaglia l’autorizzazione all’export, è al tempo stesso azionista principe di molte di esse, attraverso Finmeccanica e la longa manus Galileo.


di Francesco Ruggeri
 
Libero 16 dicembre 2004