ECOIMPERIALISTI E PROFETI DI SVENTURA

Politiche ambientali

Da una parte l’uomo “cancro del pianeta”; dall’altra Gaia, la terra, paradiso perfetto, luogo dell’armonia


Per un cristiano il creato è vita, è gioia, è bellezza, perché riflette l’amore del Creatore. È per questo motivo che l’uomo può contemplare il creato e interrogarsi su Dio. (…) Ma la cultura ambientalista che ha dominato la scena negli ultimi trenta anni ha cancellato a priori l’idea di un Creatore buono e previdente, e ha cercato di sostituirlo con Gaia, sorella di Caos e di Eros. Nel paradigma culturale ecologista, la dea della mitologia greca viene riesumata non solo per sostituirsi al Creatore, ma soprattutto per contrapporsi a colui che viene indicato come la causa di tutti i mali del pianeta e cioè l’uomo. Nella concezione dell’ipotesi Gaia l’uomo è indicato come il “cancro del pianeta” e la nascita dei suoi figli e figlie come la principale causa del degrado e dell’inquinamento.

Mondo e Missione n° 07 anno 2004



È in uscita da Piemme il libro curato dai giornalisti Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari Le bugie degli ambientalisti. I falsi allarmismi dei movimenti ecologisti (pp. 184, 9,90 euro). Un’inchiesta che, prendendo le mosse dal magistero della Chiesa, propone una chiave di lettura “fuori dal coro” sul tema della salvaguardia dell’ambiente e smaschera ipocrisie e falsità portate avanti da una parte del movimento ecologista in nome della tutela della natura. Un libro che getta un sasso nello stagno e si offre come occasione di dibattito.
Sul tema della visione cristiana dell’ambiente si vedano anche le Riflessioni del teologo ortodosso Vladimir Zelinskij a p. 77-79.
Nell’immaginario culturale dell’ambientalismo dominante ogni volta che si parla di ecologia si è soliti evocare catastrofi, inquinamento eccessivo, scomparsa di specie e di foreste, malattie, carestie, alluvioni, uragani. Così per la quasi totalità delle associazioni ecologiste il mondo naturale è in guerra con quello degli esseri umani. L’umanità, la flora e la fauna sono per i cristiani figli di uno stesso creatore, mentre nell’immaginario ambientalista rappresentano i contendenti di un conflitto selvaggio. (…) Questo tipo di approccio culturale ai problemi ambientali ha diffuso un grande pessimismo, una estesa sfiducia nelle azioni dell’uomo, nella sua moralità, nei suoi sforzi per l’innovazione scientifica. Le sue aspirazioni per una migliore qualità di vita sono state criminalizzate, perché lo sviluppo economico è visto come la fonte di tutti gli inquinamenti.
Al sorgere dell’attuale movimento ambientalista, alla fine degli anni Sessanta-inizio anni Settanta, negli ambienti laicisti di stampo illuministico si pensava che l’attenzione per l’ambiente avrebbe sviluppato una nuova e più profonda attenzione per le scienze biologiche, per la fisica dell’atmosfera, per la chimica della vita, invece dato il carattere luddista e oscurantista del movimento ecologista si è verificato un fenomeno di avversione alla vera conoscenza ed alle attività industriali. Con il risultato che si sta diffondendo un pregiudizio negativo nei confronti della scienza e della tecnologia. (…)


Per un cristiano il creato è vita, è gioia, è bellezza, perché riflette l’amore del Creatore. È per questo motivo che l’uomo può contemplare il creato e interrogarsi su Dio. (…) Ma la cultura ambientalista che ha dominato la scena negli ultimi trenta anni ha cancellato a priori l’idea di un Creatore buono e previdente, e ha cercato di sostituirlo con Gaia, sorella di Caos e di Eros. Nel paradigma culturale ecologista, la dea della mitologia greca viene riesumata non solo per sostituirsi al Creatore, ma soprattutto per contrapporsi a colui che viene indicato come la causa di tutti i mali del pianeta e cioè l’uomo. Nella concezione dell’ipotesi Gaia l’uomo è indicato come il “cancro del pianeta” e la nascita dei suoi figli e figlie come la principale causa del degrado e dell’inquinamento.
Ha scritto l’inventore dell’ipotesi Gaia, James Lovelock: “Gli umani sulla terra si comportano per certi versi come un organismo patogeno, o come le cellule di un tumore o di una neoplasia”.
“La specie umana – continua Lovelock – è oggi talmente numerosa da costituire una grave malattia planetaria”. “Questa malattia – aggiunge John Gray, professore di storia del pensiero europeo alla London School of Economics e guru dei no-global – si chiama Primateia Disseminata ed è una forma di epidemia, epidemia di genti, epidemia di persone. Ci sono troppi umani sul pianeta (John Gray, Cani di paglia, Ponte delle Grazie, 2003). Mentre le maggiori scuole di pensiero partono dall’assunto che l’uomo è radicalmente diverso dagli altri animali, Gray sostiene che tutto questo è soltanto un’illusione.
Scrive a questo proposito il movimento ecologista Voluntary Human Extinction Movement: “L’alternativa all’estinzione di milioni e forse miliardi di specie di piante ed animali è la volontaria estinzione di una specie, quella dell’Homo sapiens. Ogni volta che uno di noi decide di non aggiungersi agli altri miliardi di persone che popolano il pianeta un raggio di speranza raggiunge il Pianeta. Ogni volta che un essere umano decide di non riprodursi la biosfera ritorna alla sua gloria primordiale. La salute della Terra sarà ristabilita dall’ecologia nella forma conosciuta come Gaia”. Il movimento propone l’aborto e la riduzione totale delle nascite, non condivide la politica cinese del figlio unico perché un figlio è già troppo.
Il punto di vista del Voluntary Human Extinction Movement, per quanto apocalittico ed estremo, è condiviso nell’arcipelago ambientalista. Il politologo Giovanni Sartori ha scritto nel libro La Terra scoppia. Sovrappopolazione e sviluppo (Rizzoli 2003): “Se la follia umana non troverà una pillola che la possa curare, e se questa pillola non sarà vietata dai folli che ci vogliono in incessante moltiplicazione, il regno dell’uomo arriverà a malapena nel 2100. Tra un secolo, di questo passo, il pianeta Terra sarà mezzo morto e gli esseri umani anche”. La tesi è chiara: siamo in troppi, la tecnologia inquina, perciò dobbiamo ridurre la popolazione, ed è colpa del Vaticano e degli Stati Uniti se non si riesce ad imporre drastici piani di controllo della popolazione.


La maniera catastrofica con cui questo tipo di cultura nichilista guarda all’uomo, condiziona pesantemente il rapporto con flora e fauna che viene percepita con sentimenti che sono di paura e adorazione. Come per gli uomini primitivi l’ideologia ecologista tende a idolatrare la natura, in forme panteiste, politeiste e neopagane. Ridurre le nascite e limitare lo sviluppo sono i “sacrifici” indicati dagli ambientalisti per placare le ire di Gaia. (…)
L’atteggiamento dichiaratamente anti-vita e contrario allo sviluppo da parte della maggiori associazioni ambientaliste sta generando un fenomeno di rivolta. Sempre più gruppi e le persone parlano di “ecoimperialismo”.
Il 20 gennaio 2004 si è tenuto a New York un convegno dal titolo “Eco-imperialismo: la guerra globale del movimento verde contro i poveri dei Paesi in via di sviluppo”. Il convegno è stato organizzato dal Congress of Racial Equality (Core), il più vecchio movimento statunitense per i diritti civili. È stato il Core ad organizzare la marcia a Washington nel 1963 dove Martin Luther King pronunciò il famoso discorso “I Have a Dream”. In occasione del convegno è intervenuta anche Fifi, diminutivo di Fiona Kobusingye, una donna ugandese di 34 anni sopravvissuta nel 2002 alla malaria che però ha ucciso suo figlio, due sorelle e due nipoti. Ha detto Fiona ai partecipanti al convegno: “Preferite salvare un uccello o Fifi?. Ridateci il Ddt”, ha implorato Fiona. I partecipanti al congresso hanno condiviso e sostenuto l’appello di Fiona, perché il Ddt è un insetticida molto efficace contro le zanzare che trasmettono la malaria ed è molto economico. Come ha sottolineato Maria Teresa Cometto in un articolo pubblicato su Corriere Economia (2 febbraio 2004), il Ddt è però “ostracizzato dai gruppi ecologisti occidentali, Greenpeace e Wwf in testa, e dal Pesticide Action network, secondo cui il Ddt è dannoso per la salute umana e soprattutto per l’ambiente”.


Secondo gli organizzatori del convegno questo tipo di battaglia delle associazioni ambientaliste è un esempio drammatico degli estremi a cui può arrivare l’ecoimperialismo, “un movimento ideologico animato essenzialmente da benestanti, che vuol imporre il suo punto di vista a milioni di poveri, disperati, africani, asiatici e latino-americani, incurante del loro diritto a una vita migliore”. Roger Bate dell’American Enterprise Institute ha spiegato che il bando del Ddt è costato 10 milioni di vite negli ultimi decenni. “Nel 1996 il Sudafrica ha voluto entrare nel club occidentale che non usava il Ddt – ha dichiarato Bate – ed in una stagione i casi di malaria sono passati da poche migliaia a 65 mila. La reintroduzione del Ddt nel 2000 ha diminuito i casi di malaria dell’80 per cento in 18 mesi. La malaria porta via 1 milione di africani all’anno, soprattutto giovani”.
Gar Smith, del Earth Island Institute, considera assurdo che 2 miliardi di persone nel mondo vivano senza elettricità, e poi le associazioni ambientaliste si oppongono alla costruzione di dighe ed impianti idroelettrici. “Essi, oltre a fornire energia, potrebbero contribuire all’erogazione di acqua pulita, a fronte di 6 milioni di vittime all’anno per infezioni intestinali”. Patrick Moore, già co-fondatore di Greenpeace, ha ammesso: “I movimenti ambientalisti hanno perso la loro obiettività, moralità ed umanità”. Nel suo intervento al convegno del Core ha concluso: “Il dolore e la sofferenza che (il movimento ambientalista – ndr) infligge alle famiglie dei Paesi in via di sviluppo non può più essere tollerato”. 


http://www.pimemilano.com/riviste/mem/art.lasso?r=34426