E LA «RESISTENZA» SBAGLIÒ BERSAGLIO

Terrorismo

ANCORA UN DEPLOREVOLE EQUIVOCO?


Una curiosità – voi direte un po’ maliziosa – ci assale in queste ore: come lo si potrà definire adesso il rapimento di Giuliana Sgrena? Come classificheranno i teorici del distinguo fra terrorismo e resistenza armata il sequestro da parte di un commando sunnita a Baghdad dell’inviata de il manifesto avvenuto ieri dopo che la giornalista si era recata a un appuntamento vicino all’università? È da considerare oppure no un atto di terrorismo? O si tratta invece di un deplorevole equivoco, di un bersaglio sbagliato in una causa giusta?

Baldoni, le due Simone, la Sgrena. Tutta gente che alle sofferenze del popolo iracheno dedicava tempo, risorse, passione, e che parimenti faceva pochi sconti all’occupante americano e ai suoi alleati. Come minimo si ha l’impressione che quanto a sensibilità politica i carcerieri sunniti – o di chiunque si tratti – si stiano rivelando di grana piuttosto grossa. O di corte vedute, anche. O forse ancora che non importi loro assolutamente niente dell’origine e della provenienza delle proprie vittime. Dal punto di vista strettamente logico, anche il sequestro della giornalista di Libération (quotidiano fiore all’occhiello della gauche francese) Florence Aubenas e del suo assistente iracheno Hussein Hanoun Al-Saadi (entrambi tuttora nelle mani dei sequestratori) suona come un boomerang politico.


Ma, ripetiamolo, forse ai rapitori – privi come sono di una qualunque dimestichezza con una qualsivoglia opinione pubblica – certe sottigliezze psicologiche, certi riverberi emozionali sfuggono. Non sfugge invece come all’indomani di un’elezione insospettabilmente incoraggiante a dispetto delle previsioni più nere, i colpi di coda di coloro che sono politicamente sconfitti – gli ex baathisti, le frange irriducibili dell’esercito di Saddam, il radicalismo sunnita spodestato dei propri privilegi dopo d ecenni di predominio – si manifestino anche e soprattutto con atti di sconsideratezza estrema, come appunto il rapimento della giornalista italiana.
Doverosa ma insieme patetica suona in queste ore drammatiche la messe di testimonianze sulla rettitudine politica della Sgrena, inviata alle emittenti televisive arabe perché lo facciano sapere ai rapitori: come se una patente democratica fosse davvero merce di scambio e valesse più della vita umana in sé.


Ma tutto va tentato in questi casi. E com’è d’uopo governo e opposizione fanno causa comune nello sforzo collettivo di riportare a casa questa signora coraggiosa, che al giornalismo da camera d’albergo preferiva quello sul campo e ai fasti dei salotti televisivi preferiva le mostre fotografiche in provincia, istantanee pericolose che lei stessa scattava, mescolate alle parole che cavava una per una dalle sue passeggiate pericolose su un terreno – quello della condizione della donna nell’Islam – che più infido non si potrebbe.
Almeno per queste ragioni Giuliana Sgrena andrebbe restituita alla libertà con mille scuse. Sappiamo purtroppo che difficilmente ciò avverrà. E che un altro calvario nazionale è ricominciato.


Ma per favore, chiamiamo le cose con il loro nome.


Giorgio Ferrari (C) Avvenire: Sabato 5 febbraio