Dopo Madrid. Introvigne: “No a sciacalli e a finti pacifisti”

Terrorismo

Spunti per il corteo “pacifista” del 20 marzo p.v.: “Il rischio che tutte le forze politiche devono evitare è quello di sostenere che la Spagna sia finita nei guai perché si è impegnata con gli americani e con gli inglesi contro il terrorismo”.

A poche ore di distanza dagli attentati di Madrid – un’azione eversiva che non solo in Spagna, ma nell’Europa intera sarà ricordata come “il nostro 11 settembre” – Massimo Introvigne, studioso dei fenomeni religiosi ed esperto di terrorismo internazionale, mette in guardia da quanti, anche nel nostro paese, cominciano a strillare che “se stessimo buoni e lasciassimo in pace l’Islam, non correremmo alcun pericolo”.
In un’intervista rilasciata al Velino, il direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni) rileva che, sebbene non vi siano elementi certi per dimostrare il coinvolgimento di al Qaeda negli attentati compiuti a Madrid, è già possibile ragionare su tre ipotesi, “progressivamente meno probabili”.


La prima è che la rete capeggiata da Osama Bin Laden abbia fornito ai terroristi baschi dell’Eta (o a qualche sua scheggia impazzita) o ad altri un appoggio logistico; la seconda è che al Qaeda abbia agito in prima persona; l’ultima (secondo Introvigne la più improbabile) è che “Bin Laden, pur essendo totalmente estraneo alla strage spagnola, eviti di dichiararlo per sfruttare l’effetto propagandistico degli attentati”.
Quale che sia l’argomentazione più vicina alla realtà dei fatti, è certo che l’Italia non può rimpiangere l’accomodante politica estera che caratterizzò alcuni esecutivi democristiani: “Ai tempi dei governi Moro o Andreotti, erano gli Stati canaglia a gestire la baracca terroristica; bastava fare il giro delle sette chiese (o delle sette moschee) presso i vari Arafat, Gheddafi o Assad per concordare con loro sull’idea che i terroristi potessero circolare indisturbati nel nostro paese, per svolgervi però solo un’attività organizzativa”.


Oggi il terrorismo internazionale è per grandissima parte praticato non da Stati, ma da organizzazioni private che per definizione sono più sfuggenti – non stringono patti con gli Stati e, se li fanno, non li rispettano, osserva Introvigne.
“Inoltre al Qaeda è una struttura che opera in molti casi in franchising, cedendo armi ed esplosivi a cellule largamente autonome”.
Sbagliano, pertanto, gli opinion leader della sinistra spagnola – Introvigne cita il quotidiano El País e il giudice Baltasar Garzon – che affermano, più o meno: “Noi l’avevamo detto, se non fossimo andati con gli americani in Iraq ora non staremmo a contare i morti”.
Premesso che “i magistrati dovrebbero dedicarsi ad attività diverse dallo sciacallaggio”, simili ragionamenti sono del tutto sbagliati, fa notare il direttore del Cesnur.
“In Pakistan si contano vittime francesi, come pure in Algeria, nonostante Jacques Chirac si sia eretto a baluardo anti Bush. Eppure, la Francia non ha ricevuto sconti dal terrorismo. Certo, non è stata teatro di spettacolari gesti eversivi, ma questo vale anche per l’Italia”.


Agli emuli italiani di Garzon – molti dei quali si ritroveranno sabato 20 marzo a Roma, per manifestare “senza se e senza ma” a favore della pace e contro i “delinquenti politici” (così li ha definiti Gino Strada) che in Parlamento non hanno detto no al decreto di rifinanziamento delle missioni militari all’estero – Introvigne rammenta che non si può essere pacifisti a senso unico (magari dichiarando, come gli organizzatori della marcia pacifista fanno nel manifesto di convocazione, che va riconosciuto il “diritto dei nostri fratelli e sorelle irachene a resistere alla occupazione”).
Scindere i fini dai mezzi aiuta a fare chiarezza: si può sostenere la bontà della causa palestinese o di quella cecena, purché prima si condanni il ricorso al terrorismo, “all’omicidio di civili – non di combattenti – in Iraq, in Israele o in Spagna”.


Le radici del pacifismo strabico che affligge buona parte della sinistra non sono difficili da rintracciare, prosegue Introvigne:
“Un mese fa un filosofo di sinistra come Jürgen Habermas ha indicato sul Monde come l’antiamericanismo e l’antisionismo (che spesso è una scusa dietro cui si nasconde l’antisemitismo) spingano a giustificare qualsiasi tipo di posizione: anche le azioni più aberranti sono tollerate se vengono commesse da ‘compagni che sbagliano’”.


A questo proposito, “alcuni paesi dovrebbero fare un esame di coscienza”, aggiunge il direttore del Cesnur, rammentando come, qualche giorno prima degli attentati di Madrid, in Francia – ma anche in Italia – molte voci di intellettuali si siano levate a difesa dell’ex terrorista Cesare Battisti (oltralpe qualcuno si è addirittura spinto a chiedere la liberazione del sanguinario “Carlos el Chacal”, autore nel 2003 di un pamphlet sulla “rivoluzione islamica” che incita alla collaborazione tra l’Eta, le Brigate rosse, al Qaeda e tutti gli eversori del mondo, purché ostili agli Stati Uniti.
“È vero che certe partite vanno chiuse, ma ciò può valere per lo scontro tra Borboni e Savoia o per quello tra reduci di Salò e della Resistenza – in Italia nessuno vuole restaurare la Repubblica sociale -. Voltare pagina con le Brigate rosse, invece, non è possibile: spezzoni di quel terrorismo uccidono ancora”.


Nicholas D. Leone
(il Velino, anno VII, n. 11, 13 marzo 2004)