Donne, la violenza rimossa

La cappa ideologica

DIBATTITO
Un ripensamento sulle battaglie condotte dal femminismo negli anni Settanta? Dopo il «mea culpa» della storica Anna Bravo, l’autocritica fatica ad affermarsi


Donne, la violenza rimossa


«C’era ben poca sensibilità sulla condizione aurorale, per ciò che è scarto, piccolo, per l’altra vittima che è il feto»


Di Marina Corradi

«Insulti, accuse di falso, incompetenza, revisionismo, intimismo. Devo essermi avventurata su un terreno minato». Questo è il commento sulla prima pagina di Repubblica di ieri di Anna Bravo, femminista, ex Lotta continua e oggi storica, che in un suo recente saggio ha osato una cauta rivisitazione del rapporto fra femminismo e aborto negli anni Settanta. È bastato scrivere che lo sguardo di parte del femminismo sull’aborto era “immaturo”, e che le vittima di quella scelta era anche il feto, e si è scatenata una bagarre. «Devastante marea montante della restaurazione cristiana bianca occidentale», ha tuonato una “compagna” su Liberazione, e via così delirando.
Attonita, la povera Bravo cerca di spiegarsi: «Dopo trent’anni – scrive – ho posto un dilemma angosciante», anche oltre l’aborto: sulla violenza, e le donne, «le molte donne che l’hanno incrociata, vista, tollerata, temuta (..) Da quegli anni e dalla responsabilità di cercare una misura onesta per raccontarli, è difficile chiamarsi del tutto fuori – a meno di considerare i violenti e i terroristi una specie un po’ meno umana della nostra». Così che nel clima di quegli anni, spiega, «c’era ben poca sensibilità alla condizione aurorale, sospesa, terminale, o alla prossimità fra l’umano e il resto del mondo senziente».
E sul Corriere della sera di ieri, sullo stesso argomento, che in queste settimane percorre il mondo del femminismo, interviene Emma Fattorini, storica cattolica: «Anni Settanta: le donne furono vittime del radicalismo femminista e delle rigidità della Chiesa». Dunque, la battaglia per la 194 si sarebbe consumata nella contrapposizione fra due integralismi: «Ciò che resta più vivo nella memoria – scrive la Fattorini – è infatti il radicalismo autistico di un certo femminismo e i filmini nelle parrocchie sui feti straziati dagli interventi abortivi». La maggioranza delle donne, già allora più consapevoli del femminismo militante secondo l’autrice, avrebbero però oggi maturato un «senso del limi te»; le femministe storiche, ormai in là con gli anni, «una pietà compassionevole per ciò che è scarto, piccolo, ancora non uomo-donna».
Come mettere insieme il senso del limite, la nuova pietà registrata dalla Fattorini con la bagarre e l’aggressione testimoniata da Anna Bravo non appena ha osato dire che nell’aborto vittima era anche il feto? Forse la chiave della contraddizione sta, come ha scritto Lucetta Scaraffia nei giorni scorsi sul Corriere, nella forte opposizione, quando si trattano questi temi, fra il pubblico e il privato. Una donna che ha vissuto l’aborto personalmente o attraverso qualcuno di molto caro, tanto più se in quegli anni fortemente ideologizzati, tanto più se ha affermato il suo diritto più di quanto abbia ammesso con se stessa la sconfitta e il dolore, difficilmente saprà affrontare serenamente questi temi, anche nel più asettico dei dibattiti mediatici.
Il pensiero rimosso, come diceva in un’intervista a Avvenire ieri la psicoanalista Silvia Vegetti Finzi, occupa un grande spazio nelle storie di molti aborti. Pacatamente, anche criticamente può discutere chi guarda a quegli anni Settanta esasperati come a un tempo che è passato. Ma la veemenza della battaglia in piazza, la rivendicazione barricadera, l’ideologia accecante a molte, di quella generazione, hanno impedito di portare a termine i propri conti.
Che non vuol dire pentirsi in senso cattolico, ma dirsi almeno cosa si è perso, e che quella perdita è stata una sconfitta. Allora può accadere di venire fuori con reazioni scomposte – troppo violente ora che abortire è da tanto tempo diritto consolidato – alle parole di una donna, che dice – proprio lei, una “compagna” – ciò che non si può tollerare di ascoltare.


Avvenire 17 febbraio 2005