Don Verzé parla e straparla e il Papa indica Padre Pio

Dal mondo

I MEDICI DIFENDANO LA VITA…
SEGUENDO L’ESEMPIO DI PADRE PIO


Eutanasia e accanimento terapeutico, malattia e fine della vita: ne ha parlato e «straparlato» don Luigi Verzé, 86 anni, fondatore dell’Ospedale, del Centro ricerche e dell’Università San Raffaele di Milano, al Corriere della Sera. Un’intervista, quella di Gian Guido Vecchi, che ha suscitato polemiche e prese di posizione. Pagina 24 del Corriere della Sera del 13 ottobre 2006. “Staccai la spina per lasciar morire un amico”, è il titolo del quotidiano milanese, che poi incalza nel sommario: “Il fondatore del San Raffaele: «Era cattolico, me lo chiese lui. Così non è eutanasia ma un atto d’amore, un gesto cristiano»”. Nell’intervista don Verzé racconta: “Ricordo un amico, un medico, ci conoscevamo da anni. Stava attaccato a un respiratore artificiale, altrimenti sarebbe morto, era la metà degli anni Settanta e già allora la tecnica dava queste possibilità. Parlavamo ogni giorno e una volta, lo sguardo fermo, mi ha detto: io non posso più vivere senza questo respiratore, perciò ti prego, staccami”. Cosa fece? “Era molto presto, le sette del mattino. Piangendo dal cuore dissi: staccatelo”.
Mentre i media rilanciano le dichiarazioni di don Verzé come possibiliste sull’eutanasia, rispondono il Vescovo di Como, ricoverato in ospedale, e il Santo Padre, che alla presenza di oltre 30mila persone ha celebrato i 50 anni della fondazione della Casa Sollievo della Sofferenza, l’Ospedale voluto da San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo…

«La morte è nelle mani di Dio e non di noi preti»


Maggiolini risponde da un letto d’ospedale a Don Verzé: «Quando stacchi la spina non spegni una macchina ma la vita di un uomo»


«Primo piano. La stanza è la 113. Faccia gli scongiuri. La aspetto tra un’ora». Nel corridoio si sentono solo i passi di una suora. L’ospedale è il Valduce di Como. Monsignor Alessandro Maggiolini è qui. La stanza è appunto quella.
Un’infermiera sta uscendo dalla porta. Sono le sei, ma si mangia presto. Maggiolini sorride, la malattia non si vede. È dentro. L’anello episcopale fa un effetto strano sul quel corpo senza porpora. Il pigiama è azzurro. L’uomo ha messo da parte il vescovo. Sul letto c’è un computer portatile. «Stavo scrivendo», dice. Fogli e libri sparsi, qualche giornale. Uno è aperto a pagina ventiquattro. Maggiolini legge le parole di Don Verzé: «Staccai la spina per lasciar morire un amico». Non appare sorpreso. «Eccoci qua. In ospedale. Io allungato su un letto e lei seduto a parlare di eutanasia. Non faccia scherzi, mi raccomando». Promesso.
Cosa ne pensa?
«Di cosa».
Delle parole di Don Verzé.
«Ah, pensavo della sua promessa. Un prete prima di parlare dovrebbe riflettere tre volte. Una per intuire, una per ragionare, la terza per esprimere il suo pensiero che, bene o male, poco o tanto, è un aspetto non marginale della sua missione. Le parole e i pensieri hanno un peso, soprattutto se si dirige un istituto, una clinica, rinomata a livello internazionale come il San Raffaele. Don Verzé in questo caso ha pensato una volta sola».
Don Verzé dice: «Se una persona vive così, solo grazie alle macchine, e chiede lucidamente di staccare la spina, credo che farlo possa essere un atto d’amore, un gesto cristiano».
«Mi spiace per Don Verzé, ma staccare la spina significa staccarla a colui che sta attaccato alla macchina. Non so se sono stato chiaro. Collegata alla macchina c’è la vita di un uomo. Non è un particolare di poco conto».
Certo, ma se quell’uomo ti dice: basta, non ce la faccio più, voglio morire. Lei che fa? E che differenza c’è tra «far morire» e «lasciar morire»?
«Quando qualcuno invoca l’eutanasia sta chiedendo di tenergli la mano. Vuole che gli si accarezzi la fronte, gli si asciughi il sudore. Vuole che gli si dicano quelle poche parole che contano per varcare la soglia dell’aldilà. Dietro l’eutanasia c’è un desiderio di solitudine».
Monsignore, lei si sente solo?
«In questo momento no».
Ma ha mai pensato al giorno in cui il dolore diventa insostenibile, quando la morfina non fa più effetto, quando la vita è non vita?
«È chiaro che ci penso. E prego che il Signore non mi faccia arrivare a tanto. Dopo di che mi rimetto al suo volere. Ma gli stessi medici ormai dicono che il dolore non è più un grande problema. Ci sono tanti analgesici e le assicuro che funzionano».
È vero. Non c’è solo il dolore. C’è, appunto, anche la vita che non è più vita. Troppo pesante, senza speranza, in cui tutto quello che ti rimane è affidarti a una macchina. C’è anche questo.
«Non ci affidiamo a una macchina, ma a qualcuno di cui ci fidiamo. La mia vita non la gestisco io. È come l’utero delle donne. Se si lascia che le donne si gestiscano l’utero diventa un bel pasticcio».
Parole forti. Ecco perché l’accusano di essere un vescovo tradizionalista, reazionario?
«Sono tradizionalista. Ma non reazionario. I reazionari sono quelli che restano sempre indietro, io invece voglio andare avanti».
Ha sentito parlare del caso Welby?
«Più o meno».
Ha scritto una lettera a Napolitano per portare la discussione sulla morte assistita al centro del dibattito politico e parlamentare.
«Discutere? Ma cosa c’entra il presidente della Repubblica? Non è né un medico né un prete. Non spetta a lui discutere di vita e di morte. Spetta a Dio. Non è il caso che si metta a fare il chierichetto nella messa laicista dell’eutanasia. Non faccia né il becchino né il consolatore».
Ha paura di morire?
«Io sì. E lei?»
Qualche volta.
«Sì, ho paura. Ho paura perché di là incontro il giudizio divino, il Crocifisso che ti perdona se ti lasci perdonare. Ho paura perché morire ti costringe all’incontro inevitabile con un dolore. Un dolore che in vita provi una sola e unica volta. Certo, se poi uno non crede, può puntare la canna di una rivoltella alla tempia e illudersi di aver risolto tutti i problemi».


di Vittorio Macioce
Il Giornale 14 ottobre 2006


 


Udienza al pellegrinaggio delle Opere di San Pio da Pietrelcina
P.za San Pietro, 14 ottobre 2006


Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Con grande gioia vi incontro in questa Piazza, che nel 1999 e nel 2002 ha visto le memorabili celebrazioni di beatificazione e di canonizzazione di Padre Pio da Pietrelcina. Oggi siete venuti numerosi in occasione del 50° anniversario di quella che costituisce una parte cospicua e integrante della sua opera: la Casa Sollievo della Sofferenza. Vi accolgo con affetto e rivolgo a ciascuno di voi il mio saluto cordiale: all’Arcivescovo Umberto D’Ambrosio, che ringrazio per le sue gentili parole; ai Frati Cappuccini del Santuario e della Provincia; ai dirigenti, ai medici, agli infermieri e al personale dell’Ospedale; ai membri dei Gruppi di Preghiera, provenienti da ogni parte d’Italia e anche da altri Paesi; e ai pellegrini della diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. Tutti insieme voi formate una grande famiglia spirituale, perché vi riconoscete figli di Padre Pio, un uomo semplice, un “povero Frate”, come diceva lui, al quale Dio ha affidato il perenne messaggio del suo Amore crocifisso per l’intera umanità.
Primi eredi della sua testimonianza siete voi, cari Frati Cappuccini, che custodite il Santuario di Santa Maria delle Grazie e la nuova grande chiesa intitolata a San Pio da Pietrelcina. Voi siete i principali animatori di quei luoghi di grazia, meta ogni anno di milioni di pellegrini. Spronati e sostenuti dall’esempio di Padre Pio e dalla sua intercessione, sforzatevi di essere voi stessi suoi imitatori per aiutare tutti a vivere una profonda esperienza spirituale, centrata sulla contemplazione di Cristo Crocifisso, rivelatore e mediatore dell’amore misericordioso del Padre celeste.
Dal cuore di Padre Pio, ardente di carità, ha preso origine la Casa Sollievo della Sofferenza, che già col suo nome manifesta l’idea ispiratrice da cui è sorta ed il programma che intende realizzare. Padre Pio volle chiamarla “casa” perché il malato, specialmente quello povero, si sentisse in essa a proprio agio, accolto in un clima familiare, e in questa casa egli potesse trovare “sollievo” alla sua sofferenza. Sollievo grazie a due forze convergenti: la preghiera e la scienza. Questa era l’idea del Fondatore, che va sempre tenuta ben presente e fatta propria da tutti coloro che operano nell’Ospedale. La fede in Dio e la ricerca scientifica cooperano al medesimo fine, che si può esprimere nel modo migliore con le parole di Gesù stesso: “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Sì, Dio è vita, e vuole che l’uomo sia guarito da ogni male del corpo e dello spirito. Per questo Gesù si prese cura instancabilmente dei malati, preannunciando con la loro guarigione il Regno di Dio ormai vicino. Per lo stesso motivo la Chiesa, grazie ai carismi di tanti santi e sante, ha prolungato e diffuso nel corso dei secoli questo ministero profetico di Cristo, mediante innumerevoli iniziative nel campo della sanità e del servizio ai sofferenti.
Se la dimensione scientifica e tecnologica è propria dell’Ospedale, la preghiera invece si estende a tutta l’opera di Padre Pio. E’ l’elemento, per così dire, trasversale: l’anima di ogni iniziativa, la forza spirituale che muove tutto e tutto orienta secondo l’ordine della carità, che è ultimamente Dio stesso. Dio è amore. Perciò il binomio fondamentale che desidero riproporre alla vostra attenzione è quello che sta al centro della mia Enciclica: amore di Dio e amore del prossimo, preghiera e carità (cfr Deus caritas est, 16-18). Padre Pio è stato anzitutto un “uomo di Dio”. Fin da bambino, egli si è sentito chiamare da Lui e ha risposto “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (cfr Dt 6,5). Così l’amore divino ha potuto prendere possesso della sua umile persona e farne uno strumento eletto dei suoi disegni di salvezza. Sia lodato Dio, che in ogni tempo sceglie anime semplici e generose per compiere grandi cose (cfr Lc 1,48-49)! Tutto nella Chiesa viene da Dio, e senza di Lui nulla può reggersi. Le opere di Padre Pio offrono un esempio straordinario di questa verità: la Casa Sollievo si può ben definire un “miracolo”. Chi poteva umanamente pensare che accanto al piccolo convento di San Giovanni Rotondo sarebbe sorto uno degli Ospedali più grandi e più moderni del Meridione d’Italia? Chi, se non l’uomo di Dio, che guarda la realtà con gli occhi della fede e con una grande speranza, perché sa che a Dio nulla è impossibile?
Ecco perché la festa della Casa Sollievo della Sofferenza è al tempo stesso la festa dei Gruppi di Preghiera di Padre Pio, cioè di quella parte della sua opera che “bussa” continuamente al cuore di Dio, come un esercito di intercessori e di riparatori, per ottenere le grazie necessarie alla Chiesa e al mondo. Cari amici dei Gruppi di Preghiera, la vostra origine risale all’inverno del 1942, mentre la seconda guerra mondiale sconvolgeva l’Italia, l’Europa e il mondo. Il 17 febbraio di quell’anno il mio venerato Predecessore, Papa Pio XII, lanciò un appello al popolo cristiano perché molti si riunissero a pregare insieme per la pace. Padre Pio incitò i suoi figli spirituali a rispondere prontamente alla chiamata del Vicario di Cristo. Così nacquero i Gruppi di Preghiera, e come centro organizzativo ebbero proprio la Casa Sollievo della Sofferenza, che era ancora in costruzione. Un’immagine, questa, che rimane un simbolo eloquente: l’Opera di Padre di Pio come un grande “cantiere” animato dalla preghiera e destinato alla carità operosa. I Gruppi di Preghiera si sono diffusi nelle parrocchie, nei conventi, negli ospedali, ed oggi sono più di tremila sparsi in tutti i continenti. Voi, qui oggi, ne siete una folta rappresentanza! Quella originaria risposta data all’appello del Papa ha segnato per sempre il carattere della vostra “rete” spirituale: la vostra preghiera, come recita lo Statuto, è “con la Chiesa, per la Chiesa e nella Chiesa” (Proemio), da vivere sempre in adesione piena al Magistero, nell’obbedienza pronta al Papa e ai Vescovi, sotto la guida del presbitero nominato dal Vescovo. Sempre lo Statuto prescrive anche un impegno essenziale dei Gruppi di Preghiera, e cioè la “carità fattiva e operosa a sollievo dei sofferenti e dei bisognosi come attuazione pratica della carità verso Dio” (ibid.). Ecco nuovamente il binomio preghiera e carità, Dio e prossimo. Il Vangelo non consente scappatoie: chi si rivolge al Dio di Gesù Cristo viene spinto a servire i fratelli, e viceversa chi si dedica ai poveri vi scopre il misterioso volto di Dio.
Cari amici, il tempo è trascorso, ed è giunto il momento di concludere. Desidero lasciarvi il mio “grazie” sincero per il sostegno che mi date con la vostra preghiera. Il Signore vi ricompensi! Al tempo stesso, per la comunità di lavoro della Casa Sollievo della Sofferenza domando la speciale grazia di essere sempre fedele allo spirito e al progetto di Padre Pio. Affido questa preghiera alla celeste intercessione di Padre Pio e della Vergine Maria. Con questi sentimenti imparto di cuore a tutti voi e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.


Sala stampa vaticana