Don Camillo, Gesù Bambino e il gatto nero

Socialismo

Un regalo natalizio inattuale di G. Guareschi


Natale del ’50


Si può negare il sole, si può perseguitare chi afferma l’esistenza del sole. Si può fare in modo che nessuno più veda il sole strappando gli occhi a tutte le creature, ma non si potrà per questo spegnere o soltanto offuscare mai la luce del sole. Gli uomini non possono che fare male a se stessi. Non possono fare del male a Dio…


di Giovannino Guareschi

Proprio sotto Natale era venuta giù mezza gamba di neve e ancora continuava a fioccare. Don Camillo aveva tirato fuori le statuine di legno del `presepio per ritoccarle e, alla mezzanotte del 22, era ancora lì col pennellino a rinfrescare facce, 4, mantelli e dorature, e il gatto gli faceva compagnia.
Era un gatto giovane e giocava con tutta la roba minuta che gli capitava sotto le zampe e, un bel momento, a don Camillo capitò di dar retta a quel che stava combinando sotto la tavola e vide che la bestia stava giocando con la statuina di Gesù Bambino.
Don Camillo gli tirò un urlaccio e il gatto scappò via tenendo la statuina in bocca e don Camillo dovette rincorrerlo e sparargli una ciabatta, a per fargli mollare la presa.
La statuina di Gesù Bambino, don Camillo se la teneva per ultima, per potersela lavorare meglio: così tirò in giù il saliscendi della lampada e, dopo aver brontolato un po’ col gatto, incominciò a pitturare di fino.
A un bel momento la statuina di Gesù Bambino gli scivolò via di mano e cadde per terra e, chinatosi per raccoglierla, don Camillo vide che il maledetto gatto l’aveva ancora presa tra i denti.
Guardando meglio, don Camillo si accorse di una cosa strana: il gatto era un altro. Più grosso, con due occhi che guardavano in un certo modo. II gatto solito era bigio e questo era invece nero. Di dove era venuto quel gatto forestiero?
“Molla” urlò don Camillo e il gatto fece un balzo verso la porta, ma non lasciò andare la statuina.
Don Camillo si riscosse e il gatto nero uscì nel corridoio e, trovata la porta socchiusa, sgusciò via, a coda bassa, ed eccolo nel sagrato, fermo ad aspettare, nero nero in mezzo al gran bianco della neve.
“Maledetto!” urlò don Camillo che fu subito fuori anche lui.
E il gatto nero via con la statuina di Gesù Bambino tra i denti.
E don Camillo dietro al gatto.
Il gatto prese la via dei campi e don Camillo lo seguì ansimando.
Don Camillo stentava a camminare perché la neve era fresca e vi sprofondava dentro fino a mezza gamba: il gatto nero, invece, volava via come se fosse una piuma. Ma ogni tanto si fermava, volgeva il muso indietro e aspettava che don Camillo gli arrivasse a dieci metri per poi riprendere la sua corsa.
Ed ecco il fatto: il gatto nero diventava, a ogni fermata, sempre più grosso, e anche la statuina di legno di Gesù Bambino aumentava in proporzione.
Quando la bestia nera diventò enorme, come un bufalo, la statuina era alta come un bambino vero.
Ed era difatti un bambino vero. Un Gesù Bambino di carne rosea e viva. Un Gesù Bambino che sanguinava e gemeva tra le zanne della belva nera e mostruosa. Don Camillo lanciò un urlo di terrore e si trovò davanti alla sua tavola, con la statuina di Gesù Bambino in una mano e il pennellino nell’altra.
Il gatto, il solito gattino bigio, stava ronfando sotto il camino. Erano già le quattro del mattino e continuava a fioccare.
Don Camillo andò a dare un’occhiata in chiesa.
“Gesù” disse don Camillo inginocchiandosi davanti al Cristo Crocifisso dell’altar maggiore “ho fatto uno strano sogno.” E raccontò il sogno del gatto nero che diventava un enorme mostro e della statuina che diventava Gesù Bambino vero, sanguinante e gemente tra le zanne della belva.
“Gesù” concluse don Camillo “quel sogno mi a turbato.”
Il Cristo sorrise: “Don Camillo: non è il sogno che ti ha turbato.Ti turba il pensiero che ha originato quel sogno.
È un pensiero che tu hai dentro di te, ed è il prodotto di un ragionamento. Tu, sotto la specie dell’apologo, hai spiegato in sogno a te stesso la sostanza del tuo pensiero”.
“Gesù” esclamò don Camillo “io intendo quel sogno come un presagio, un avvertimento soprannaturale.”
“Non è un presagio, don Camillo: non è un avvertimento, una voce che viene dal di fuori. È una voce che viene dal tuo stesso ragionamento. È la voce della tua paura.”
Don Camillo allargò le braccia: “Gesù, io non ho paura! “.
“Sì, don Camillo: tu hai paura.
Ma non per te. Hai paura per me.
Hai paura che gli uomini possano fare del male a Dio.
Si può negare il sole, si può perseguitare chi afferma l’esistenza del sole. Si può fare in modo che nessuno più veda il sole strappando gli occhi a tutte le creature, ma non si potrà per questo spegnere o soltanto offuscare mai la luce del sole.
Gli uomini non possono che fare male a se stessi.
Non possono fare del male a Dio.
Ma io non ti rimprovero per questa tua paura, perché essa non è che l’immenso amore che tu hai per me.”
***
Don Camillo andò a letto e lo svegliarono le donnette che venivano per la Messa mattutina e avevano trovato chiusa la porta della chiesa.
Don Camillo immerse la faccia nel catino pieno d’acqua fredda e scese di corsa.
“E tardi, mi dispiace” spiegò alle donnette raccolte davanti alla porta della canonica. “Non so cosa possa essermi successo. Il campanaro non è tornato, ieri sera: è rimasto bloccato in città dalla neve.”
Il gattino bigio gli si strusciò contro una gamba e don Camillo rabbrividì. Si avviò verso la chiesa, ma in quel momento si udì uno schianto.
“Il tetto della chiesa si sfascia!”
***
II colmo del tetto non era più orizzontale, si era abbassato di mezzo metro verso la parte posteriore. Qualche trave doveva aver ceduto, disse qualcuno, ma si fece avanti il Bigio, il capomastro,che, considerata la faccenda, scosse il capo.
“Non si è spaccato niente” disse. “La trave maestra del colmo poggia, davanti, sul culmine del frontale della chiesa e, dietro, su una capriata. Il peso della neve ha fatto sbracare i puntoni dei due capi del tirante. Adesso i puntoni poggiano (sulla trave del tirante e si sono abbassati per quel ;tanto che il puntone del culmine è più corto. Fin che i puntoni degli spioventi non si sbracano dal puntone del culmine, non c’è nessun pericolo.”
Era un ragionamento complicato per dire una cosa semplice: ma si udì un nuovo schianto e il colmo del tetto si inabissò.
“Si è spaccata la trave del tirante” disse il Bigio.
“Adesso il peso è tutto sulla volta: se la volta cede, a Messa, stamattina, ci va il tetto.”
Don Camillo, che era rimasto a guardare sgomento, pensò all’altare, al Tabernacolo, al Cristo crocifisso.
“Non fate stupidaggini” gli gridarono. Ma oramai aveva aperto la porta della chiesa ed era entrato.
Ma una voce imperiosa si udì:
“Fermati, don Camillo!”.
E don Camillo ristette un istante sulla porta e, proprio in quell’istante, rovinò la volta e la chiesa si riempì di mattoni, di travi, di tegole e di neve.
Don Camillo trovò tra sé e l’altare una montagna di macerie cementate dalla neve: ma l’altare c’era ancora, intatto, perché la cupola non s’era mossa.
Guardò in alto e vide soltanto la neve scendere dal gran rettangolo di cielo che ora stava al posto del soffitto della sua chiesa.
Don Camillo pensò al gatto nero e non capiva come potesse entrarci il gatto nero con la neve che aveva fatto crollare il tetto.
Tutto il paese venne a vedere quella rovina: don Camillo pareva che anche lui fosse un grosso rottame perché, dopo un’ora, stava ancora immobile a guardare sbalordito il mucchio di macerie. E la neve gli si era ammucchiata sulle spalle e non si poteva capire bene se don Camillo avesse il viso bagnato perché la neve gli si scioglieva sulla faccia o perché piangeva.
A un tratto il suo sguardo, occupato fino a quel momento a considerare nel suo impressionante complesso la montagna di macerie, si concentrò su un particolare del mucchio.
Poi, con un balzo, don Camillo fu sul mucchio e, agguantata una grossa trave, la scosse e la tirò fin che non fu riuscito a cavarla fuori dal groviglio.
La gente si fece avanti.
“È la trave del tirante della capriata” disse il Bigio. “Anzi, è una mezza trave del tirante.”
Poi tacque perplesso: anche un orbo avrebbe visto che la trave del tirante era stata segata nel mezzo. Il taglio era fresco.
La trave non era stata segata tutta: segata per tre quarti. L’altro pezzo era spaccato.
Don Camillo pensò ancora al gatto nero e sentì che il suo occhio, adesso, stava guardando una cosa che egli ancora non vedeva.
Poi vide, nella neve mescolata alle macerie, la cosa.
E allora tutti si buttarono sul mucchio e cominciarono a tirar via roba. Dopo un’ora di lavoro furibondo trovarono l’uomo che aveva macchiato col suo sangue la neve. Vicino a lui era un segaccio
L’uomo giaceva bocconi, morto e stramorto, e aveva la faccia affondata nel calcinaccio. E nessuno ebbe il coraggio di rivoltarlo per vedere chi fosse perché tutti avevano paura di conoscerlo.
Lo voltò il maresciallo dei carabinieri.
Tirarono fuori anche l’altro pezzo della trave e studiarono il taglio.
“Aveva pensato di tagliare tre quarti del tirante e andarsene: poi la neve, aumentando di peso, avrebbe fatto il resto. Non si era accorto che la trave, proprio sotto il taglio, aveva una crepa e così tutto è crollato prima che il tipo si fosse messo in salvo. Probabilmente era una sorpresa che aveva preparato per il Natale.”
Non disse chi era il tipo venuto giù assieme al tetto.
“È uno di via, uno di quelli che lavorano per la pace” si limitò a spiegare.
La sera del 23 dicembre, don Camillo pensava con  immenso sgomento che la sera dopo era la Vigilia: “Dove dirò la Messa di Mezzanotte?”.
***
E venne la sera della Vigilia e la gente si era tutta chiusa in casa perché la Paura ululava dalle macerie della chiesa sepolta nel buio.
Pareva un paese in guerra: ed era davvero un atto di guerra feroce degli uomini contro il loro Dio. E il mostruoso gatto nero galoppava in tutti i campi deserti, tenendo la statuetta di Gesù Bambino tra le zanne.
Cadde sul paese un silenzio orrendo perché era una meravigliosa notte serena e la neve candida e immacolata copriva la terra nera.
Chi avrebbe infranto il cristallo di quell’insopportabile silenzio?
Ed ecco, improvvisamente, si udirono le campane della chiesa e, poco dopo, apparve a una estremità della lunga strada, ai margini della quale erano allineate le case del borgo, una luce inconsueta.
Su un carro pavesato di damasco e trascinato da otto paia di candidi buoi era l’altare sormontato dal grande Cristo Crocifisso. E don Camillo celebrava davanti all’altare la Messa.
Ai lati del carro e dietro era il gruppo dei cantori, uomini e donne, con torce fiammeggianti.
La gente si affacciò, scese e, man mano che il Carroccio avanzava, si accodava. II Carroccio percorse lentamente la lunga strada principale, poi si inoltrò nelle strade secondarie e, da ogni aia, la gente usciva e si univa agli altri.
Poi il ritorno e la sosta per l’Elevazione nella piazza gremita.
“Fratelli!” disse don Camillo “la pacifica armata di Cristo, stretta attorno al suo Carroccio, ha vinto stasera la sua battaglia contro la paura.
La casa di Dio è l’universo senza confini e il soffitto è quell’immenso cielo stellato e nessuno potrà farlo crollare.
Non pensate al soffitto della vostra chiesa: guardate quel cielo eterno e infinito e cantate con gioia le lodi del Signore.”
Don Camillo disse questo e altro e, nel cuore della gente, tornò la serenità.
La gente accompagnò il Carroccio fin davanti alla chiesa. Qui qualcuno gridò che bisognava pensare a rimettere a posto tutto e subito, e depose sul piano del Carroccio del denaro.
E tutti passarono davanti al Carroccio e tutti diedero il loro obolo. Don Camillo era sceso e appoggiato al carro, guardava sorridendo la sfilata. Fra gli ultimi si presentò un bambino alto due o tre spanne, non arrivava a mettere il suo danaro sul piano del Carroccio. Allora don Camillo lo sollevò.
Era il figlio di Peppone e don Camillo lo guardò con angoscia pensando al gatto nero e mostruoso che teneva tra le fauci il Bambinello.
Rimise giù il ragazzino.
Riportò lui stesso, scavalcando il mucchio di macerie, il Cristo Crocifisso al suo posto, sull’altar maggiore.
“Gesù” disse “l’altra sera, mentre io Vi parlavo, un uomo sul mio capo stava segando la trave. E se Voi non mi aveste detto “Fermati!” io sarei rimasto travolto da quelle macerie.”
“Perché, don Camillo, parli ancora di travi e di soffitti, quando hai detto tu stesso, poco fa, che il vero soffitto della casa di Dio non ha travi e nessuno lo può far crollare?”
Don Camillo guardò in su e vide il grande rettangolo di cielo stellato.
Ma il mostruoso gatto nero non poteva uscire dalla sua mente, e lo vedeva galoppare per i campi deserti e sull’argine in riva al fiume.


Giovannino Guareschi, “Mondo Piccolo”, “Ciao, Don Camillo”, Biblioteca Universale Rizzoli, ed. Bur, pagg. 347-355

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