Dolore, fede e speranza per i cristiani in Iraq

Dal mondo

Io, sacerdote irakeno, rapito e torturato perché sono cristiano

Padre Hani Abdel Ahad, che a giugno è stato sequestrato a Baghdad per 12 giorni, racconta ad AsiaNews la sua prigionia: violenze quotidiane, minacce psicologiche, torture fisiche. Non è solo il denaro a muovere l’industria dei sequestri di sacerdoti: “Ho potuto conoscere l’odio profondo che i terroristi nutrono verso i cristiani e ho subito sulla mia pelle il loro progetto di cacciarci dall’Iraq”. Ancora in convalescenza per i traumi riportati ringrazia Dio per la fede, “unica speranza che ci fa andare avanti”…

Damasco (AsiaNews) – Anche quando ride, p. Hani Abdel Ahad, 33 anni, il suo viso non si accende. Tutto in lui è come trattenuto: parla con lentezza e l’entusiasmo della sua espressione è frenato dalla stanchezza e dal dolore. Padre Hani è stato rapito lo scorso 6 giugno a Baghdad. Solo tre giorni prima, a Mosul, erano stati uccisipadre Ragheed Gani, parroco caldeo, e tre diaconi. Per lui invece era stato chiesto un “ingente riscatto”, ma non erano solo i soldi a muovere i suoi rapitori. Il racconto della sua prigionia e delle torture subite mostra che dietro la lucrosa industria dei sequestri di preti iracheni vi è anche un chiaro “movente religioso”, che mira a seminare il terrore nella comunità e a spingerla all’esilio. Lo stesso piano si è attuato con gli ultimi episodi di attacchi coordinati ad obiettivi cristiani nel giorno dell’Epifania.
P. Hani è stato rilasciato dopo 12 giorni di prigionia. “Sta bene” ha detto subito chi lo ha incontrato. Ma ancora oggi, a 7 mesi dall’accaduto, questo giovane sacerdote caldeo, tarda a guarire. Nel periodo della sua prigionia ha subito torture, violenze, minacce: ogni giorno i suoi aguzzini gli chiedevano di convertirsi all’islam; al suo rifiuto, una volta gli hanno rotto il naso; un’altra volta, una vertebra; ha riportato seri problemi alla spina dorsale, e altre ferite meno evidenti per le “molte cose che ancora non riesco a raccontare”. Ora è a Damasco, parroco nella cittadina di Sednaya. È dovuto fuggire con la sua famiglia. “Qui in Siria – racconta lui stesso – non è vita, aspettiamo solo il via libera dalle diplomazie occidentali per poter partire e tentare l’impresa di ricostruirci un futuro, speranza alimentata solo dalla nostra fede”.
Padre Hani, aveva già ricevuto minacce personali prima del suo sequestro?
Quando mi hanno rapito, ero rientrato in Iraq dal Libano da appena un anno. Ho vissuto a Beirut dal 2002 al luglio 2006. Lì ho studiato e mi sono laureato in “Religioni comparate”. All’inizio, a Baghdad ero responsabile dei giovani studenti al seminario minore caldeo. Più volte l’edificio è stato obiettivo delle aggressioni di milizie e terroristi: per un periodo hanno continuato a gettare cadaveri all’interno per spaventarci. Il seminario si trova in una zona “sensibile”, al confine tra il quartiere sciita di Kadhimiya e quello sunnita di Adhamiya. Ho sporto denuncia alla polizia, ma nessuno è intervenuto. A novembre 2006 erano rimasti solo tre studenti, così mi è stata assegnata la parrocchia della Divina Saggezza. I fedeli che riuscivano a venire a messa erano pochi e quando andavamo in chiesa cercavamo di rimanerci il meno tempo possibile, a volte solo per una preghiera in tutta fretta. Quasi ogni giorno subivo minacce e più volte gruppi di uomini in moto mi hanno circondato aggredendomi a parole. Ma sono rimasto comunque lì per portare avanti il mio lavoro.
Cosa è successo quel 6 giugno?
La tensione saliva, finché non è arrivato il 6 giugno… quel giorno terribile. Avevo svolto del lavoro in parrocchia e stavo tornando a casa, camminavo con i 4 ragazzi poi rapiti insieme a me. All’improvviso alcuni miliziani a bordo di due moto hanno ordinato di fermarmi e chiesto i documenti: “Vogliamo solo sapere chi sei, perché non ti abbiamo mai visto qui”, mi hanno detto. Io ho spiegato loro che ero un sacerdote e subito è arrivata un’auto con dentro un uomo dal viso coperto il quale ha ordinato: “Il prete viene con noi”. In un’altra macchina, invece, hanno fatto salire i ragazzi. Solo al momento della mia liberazione ho saputo che erano stati rilasciati già il giorno successivo. In un primo momento ho cercato di scherzare e mantenere la calma, ma forse è stato peggio, perché si sono irritati e mi hanno avvertito: “Parla ancora e ti salta la testa!”. Mi hanno bendato e portato in una casa, dove per quattro giorni mi hanno lasciato nudo in un bagno.
Come è andata avanti la sua prigionia?
In quei 12 giorni mi hanno fatto di tutto, in modo barbaro. Ogni giorno mi chiedevano di convertirmi all’islam, mi obbligavano a recitare il Corano e mi spiegavano gli insegnamenti islamici. Mi ripetevano in continuo che noi cristiani siamo degli infedeli. Ho potuto conoscere la profondità dell’odio che quelle persone nutrono verso i cristiani e che muove le loro azioni. Mi dicevano che su di me volevano vendicarsi dell’attacco sferrato dall’esercito libanese ai miliziani del gruppo Fatah al-Islam (maggio – luglio 2007, nel campo profughi di Nahr al-Bared, alle porte di Tripoli, ndr). Accusavano i cristiani di sostenere gli Stati Uniti e quando il Papa ha incontrato il presidente americano Bush (9 giugno, ndr) hanno cominciato a torturarmi ancora di più. Prendendomi in giro mi dicevano: “Adesso dì al tuo Papa che venga a liberarti”.
Poi abbiamo cambiato casa e mi hanno trattato peggio di prima. Mi hanno legato le mani al soffitto e mi tenevano sospeso, mentre continuavano con il loro indottrinamento. Purtroppo hanno scoperto il contenuto della pen drive che avevo in tasca. Hanno letto un mio articolo sul paragone tra islam e cristianesimo e mi hanno accusato di essere nemico della loro religione e per questo meritavo una punizione. In questa seconda fase hanno giocato sul terrore psicologico: ho visto uccidere un altro ostaggio, un ufficiale della polizia irachena. Gli avevano chiesto se la polizia forniva armi agli sciiti. Lui non ha risposto, allora lo hanno legato come un agnello, messo in un angolo e ucciso. Poi mi hanno avvertito che sarei stato il prossimo: il mio processo si era concluso e mi avevano condannato a morte, dicevano. Penso, però, che volevano solo spaventarmi; uno di loro mi ha spiegato che non mi avrebbero ucciso, perché il mio sangue di cristiano avrebbe reso impura perfino la casa dove eravamo e non avrebbero più potuto pregare in quel luogo. Quando si rivolgevano a me mi chiamavano sempre “sporco”. Ma non riesco a raccontare oltre, deve ancora passare del tempo…
Che idea si è fatto dei suoi rapitori e dello scopo che li ha mossi?
Erano dei professionisti, intelligenti, ben addestrati, organizzati, con armi di qualità. Non potevo vedere i loro volti, ma a sentire le loro voci e i loro accenti, alcuni erano di sicuro iracheni. Vi erano anche altri arabi nel gruppo, ma i più duri penso fossero afgani. Non so cosa li abbia spinti. L’idea che mi sono fatto è che il denaro non era il loro primo obiettivo. Mi hanno rapito e torturato per la mia religione. Prima di rilasciarmi mi hanno avvertito: “Voi e le vostre famiglie dovete lasciare l’Iraq, dovunque andrete vi troveremo”. Per loro ero un simbolo dell’odiata cristianità e sapevano che colpendo me avrebbero spaventato molti altri.
Dopo il rilascio cosa è successo?
Sono andato dalle autorità a denunciare il mio caso, le minacce e le torture subite, ma non è stata presa nessuna iniziativa. Sono stato costretto per sicurezza ad emigrare qui in Siria con la mia famiglia: anche per loro era troppo pericoloso rimanere in Iraq. Ma quella che viviamo ora non è vita; solo la nostra fede ci dà la speranza in un futuro migliore. Fino all’ultimo, mio padre ha cercato in tutti i modi di non lasciare l’Iraq. Ha lavorato come dirigente presso un’azienda francese, parla tre lingue, è un uomo colto. Qui invece è solo un rifugiato; deve contare sugli aiuti alimentari della Caritas, dell’Unhcr o della Croce Rossa.
Pensa mai di tornare in Iraq?
Al momento sono parroco qui a Sednaya, a pochi chilometri da Damasco, ma con i miei familiari speriamo di ottenere presto il visto per gli Stati Uniti o per la Nuova Zelanda. In Iraq non vogliamo tornare. Il sogno di tutti gli iracheni cristiani qui in Siria è andarsene in Occidente.
È vero, negli ultimi mesi decine di migliaia di profughi sono rientrati in Iraq, ma si tratta soprattutto di sciiti e le ragioni sono varie. Anche se la situazione non è ancora sicura, si torna per disperazione, e forse anche perché ormai ci si è abituati alla violenza: è come se facesse meno paura. Io sono stato in Iraq appena un anno e ho perso tutto, per poco anche la vita. L’unica cosa che ci rimane è Dio, la nostra fede. E questa non potranno togliercela nemmeno le più atroci violenze.

di Layla Yousif Rahema
AsiaNews 08/01/2008