Documento ufficiale: in Cina 10.000 condanne a morte ogni anno

Socialismo

UN DOCUMENTO SVELA LA TERRIBILE REALTÀ
Cina, 10mila condannati a morte ogni anno


È ufficiale: la Cina condanna a morte diecimila persone ogni anno. La cifra, fino ad oggi un segreto di Stato, compare in un documento di Chen Zhonglin, che non è un dissidente ma bensì un delegato ufficiale della municipalità di Chongqing, stimato giurista e preside della facoltà di legge dell’Università Sud-Orientale cinese…

È ufficiale: la Cina condanna a morte diecimila persone ogni anno. La cifra (fino ad oggi un segreto di Stato) compare in un documento di Chen Zhonglin, che non è un dissidente: anzi è un delegato ufficiale della municipalità di Chongqing e uno stimato giurista (è preside della facoltà di legge dell’Università Sud-Orientale cinese).
Il documento del professor Chen è una proposta riservata al governo per alleviare la piaga delle esecuzioni capitali. Ogni anno 10mila persone sono condannate a morte in Cina, “un numero cinque volte maggiore di tutte le esecuzioni che avvengono nel mondo”, dice Chen. Fino ad oggi, Amnesty International valutava le esecuzioni capitali in Cina sulle 5-6 mila l’anno.
Il peggio è, aggiunge Chen, che le condanne “vengono immediatamente eseguite”, impedendo ogni ricorso legale dei condannati. Il professor Chen propone perciò che tutte le sentenze capitali siano previamente esaminate dalla Corte Suprema del Popolo, la più alta istanza giuridica della Cina, analoga in qualche modo alla Corte Costituzionale. Non deve essere permesso più ai tribunali provinciali, che emettono condanne capitali in eccesso, di autorizzare automaticamente l’esecuzione.
C’è il sospetto che i corrotti magistrati municipali eccedano nelle condanne a morte perché sono cointeressati nel tragico ma lucroso business dei trapianti d’organo. Spesso ai condannati vengono espiantati i reni poche ore prima dell’esecuzione. Chen non lo dice: ma nella sua proposta, firmata da altri 40 delegati parlamentari, scrive che il problema “dovrebbe preoccupare ciascuno”.
La macchina della morte giudiziaria funziona a questo ritmo dal 1983. Allora il Partito, di fronte all’aumento della delinquenza comune e dell’instabilità sociale, lanciò la campagna “Colpire Duro”. E aumentò da 32 a 73 i delitti che comportano la pena capitale. Dei nuovi reati capitali, ben 28 sono reati economici, come evasione fiscale, contrabbando e furto, che nei Paesi civili sono puniti con lieve detenzione o anche solo con multe.
Ad essere presa di mira da questo indurimento penale è l’immensa e disperata classe sotto-proletaria formatasi in questi anni di boom economico, e costretta a vivere di espedienti ai margini della legge.
Si tratta di 60 milioni di ex-lavoratori licenziati dalle imprese non più competitive nel nuovo sistema di mercato, fra cui 37milioni espulsi dalle aziende di Stato in perdita, di cui solo il 10% trova un altro lavoro. E di 100-200 milioni di contadini che hanno abbandonato i campi e vagano da una città all’altra in disperata ricerca di un salario, pronti a qualunque lavoro a giornata, ma spesso perseguitati perché considerati “migranti illegali” senza diritto di residenza. Quando questi “illegali” trovano un lavoro (in nero, naturalmente), sono pagati la metà dei colleghi nati in città.
Si aggiungano i 15milioni (40-50 milioni, con i familiari) di abitanti delle città impoveriti dalla modernizzazione economica, dalla sostituzione del lavoro umano con macchine e dalla legge che dal 1994 autorizza i licenziamenti senza giusta causa e senza liquidazione: raggiungono il 13% della popolazione urbana, e vivono spesso in tragiche condizioni di fame. La metà di loro campa di riso e verdure, spesso raccolte tra i rifiuti dei mercati.
E questa situazione si aggrava: ogni anno, da qui fino al 2020, entrano nel mercato del lavoro 15 milioni di nuove braccia, siano i licenziati o i giovani in cerca di primo impiego. La maggior parte di loro ingrosserà la folla dei disoccupati cronici.
Questa enorme massa di affamati, disoccupati o sottoccupati, a cui spesso padroni senza scrupoli non pagano nemmeno i salari promessi, costituiscono una sottoclasse turbolenta e violenta, che per vivere ruba e a volte uccide, e spesso si scatena in manifestazioni incendiarie. Nel 2003, ha scritto il giornale South China Morning Post, almeno 3 milioni di diseredati hanno preso parte a proteste violente. Proteste di questo genere avvengono al ritmo di 600-100 mila l’anno: ogni giorno hanno luogo nell’immenso corpo della Cina almeno 300 manifestazioni di protesta per salari non pagati o per l’esasperazione della miseria. I giornali non ne danno notizia che raramente, e la polizia soffoca queste proteste senza pietà. La macchina della morte legale lavora a pieno ritmo proprio contro questi disperati.
Ma i poveri nelle città “non hanno niente da perdere”, ha scritto la rivista Far Eastern Economic Review. E sono tanto più inaspriti perché hanno sotto gli occhi il lusso dei pochi privilegiati, favoriti e profittatori del boom economico.
La ditta francese di lusso Louis Vuitton ha aperto in Cina dodici negozi in dieci città, e deve agli acquisti dei cinesi ricchi il 17% del suo fatturato. A Shanghai, nel lussuoso quartiere di Jing An, un consorzio di 60 aziende francesi di marchi famosi hanno aperto uno scintillante shopping center, il Plaza 66: vanno a ruba il costoso cognac XO e i cosmetici della Lancome, che ha l 20% della quota del mercato dei cosmetici di pregio in Cina. Le case di moda Karl Lagerfeld e Jean Paul Gaultier vanno a Shanghai a presentare le loro collezioni. La Chanel ha esposto a Shanghai un gioiello in forma di rosa tempestato di 1500 diamanti.
Nel complesso, la Cina “consuma” il 3% degli oggetti di lusso che si vendono nel mondo. Una percentuale enorme, se si pensa che i compratori cinesi sono una classe molto esigua: 300 mila i cinesi che risultano milionari in dollari, ossia miliardari in vecchie lire. Ma altri 5 milioni di cinesi (lo 0,3 per cento della popolazione) possono dirsi ricchi: i miracolati dell’economia di mercato che guadagnano oltre 30 mila dollari l’anno. Può sembrare poco. Ma tenuto conto del basso costo della vita cinese, il loro potere d’acquisto è pari a quello di un europeo con reddito annuo di 110 mila euro. Questa classe media benestante sta crescendo, grazie al boom che dura da un decennio. Nel 2014, secondo gli analisti francesi delle merci di lusso, nel 2014 questa classe acquisterà da sola il 24% dei beni di lusso francesi venduti nel mondo.
Ecco il paradosso: la Cina inonda il mondo di marchi contraffatti, ma compra insaziabilmente i marchi autentici.
Perché ai ricchi in Cina piace esibire. E mostrano le loro costose borsette Vuitton, i loro braccialetti Chanel e i foulard di seta Made in France alla folla dei disperati senza lavoro che affollano le città. È per la protezione dei nuovi ricchi che l’ultimo grande regime comunista del mondo fa girare a pieno ritmo la ruota delle esecuzioni capitali. La repressione come unica risposta allo sfruttamento di massa e ai problemi sociali che ne derivano.


di MAURIZIO BLONDET
La Padania [Data pubblicazione: 04/11/2005]