Dibattito sull’omosessualità alla Lateranense

La cappa ideologica

OMOSESSUALITÀ, PAROLE DA CHIARIRE


Studiosi riuniti alla Lateranense
Binasco: un’insegna attorno a cui fare gruppo. Anatrella: le richieste di matrimonio gay sono un cambio radicale nell’interpretazione del sesso


Affronta un tema quanto mai attuale e complesso il seminario in corso in questi giorni presso la Pontificia Università Lateranense: «La questione omosessuale: psicologia, diritto e verità dell’amore».
«Il problema è reso attuale da quei movimenti che cercano di dare una rappresentazione politica, sociale e giuridica a quella che chiamano omosessualità e lo fanno sul piano della rivendicazioni dei diritti: un collo di bottiglia che porta a impostare il problema a prescindere dalla realtà del fenomeno», spiega Mario Binasco, docente di Psicologia e di psicopatologia dei legami familiari del Pontificio Istituto «Giovanni Paolo II», che ha organizzato il seminario. Questo significa che «l’omosessualità oggi è diventata un’insegna attorno alla quale fare gruppo e costruire recinti. Dal ’68 in poi, tutti i movimenti di rivendicazione che arrivano alla scena pubblica, lo fanno contro qualcosa o qualcuno che, nella loro analisi, limita la libertà. Su questo tema hanno identificato la Chiesa come il nemico da battere».
Ecco dunque le polemiche sulla Chiesa che vorrebbe «fermare la cultura gay», o che difende posizioni liberticide non volendo riconoscere alle coppie omosessuali il matrimonio o la possibilità di adottare bambini. Posizioni che nascono da una duplice semplificazione: della realtà dell’omosessualità da una parte, della posizione della Chiesa dall’altra. La Chiesa, sempre attenta alle persone più che alle categorie, «non vuole “fermare la cultura gay” – spiega Binasco -, semmai vuol comportarsi come davanti a ogni realtà umana: interrogandola, perché renda conto di sé. Ma per questo occorrono luoghi appropriati: le manifestazioni non sono situazioni in cui ci si interroga, semmai sono occasioni di schieramento attorno a parole d’ordine che lasciano poco spazio alle esperienze soggettive».
Le generalizzazioni, le omogeneizzazioni sotto un’unica etichetta sono pericolose: «Esistono solo le persone singole, ognuna delle quali ha il proprio problema. Cosa farsene del proprio corpo? Cosa farsene del sesso? Ognuno cerca una risposta personale. Non ce ne accorgiamo ma queste categorie, come quella di “omosessuali”, creano nuovi recinti, nuovi lager, in cui ognuno è costretto a sopravvivere pur avendo perso la propria identità».
E attenzione: «Per definire l’omosessualità la Chiesa non parla mai di malattia, né di normalità. Non esiste documento della Chiesa in cui si definisca che cosa è normale e che cosa non lo è. Del resto, il concetto di malattia è un’eredità del discorso medico che ha preso forma nell’Ottocento e quello di normalità è figlio della medicalizzazione della politica operata dal Settecento in poi. Possiamo dire che tutti gli esseri umani sono in qualche modo bizzarri, ma ciascuno ha un compito nella vita. Per la Chiesa, piuttosto, c’è un orientamento nei rapporti con l’altro, e quindi anche nell’amore, che può essere più o meno corrispondente al disegno di Dio. Del resto la Chiesa sa bene che il reale esiste, ma va al di là di quello che sembra essere. Per questo offre alle persone mezzi per leggere l’esperienza».
Peraltro la costruzione dell’identità sessuale è un processo complesso, in cui «la presenza di un desiderio o di una infatuazione omosessuale è un fatto abbastanza variabile, e non raro. Ma l’assunzione di un orientamento è altra cosa, è un processo lungo. Non sempre si vuole ciò che si desidera, e un sintomo non è un destino: vale per questo come per altri problemi». Su questo tema è intervenuto, ieri mattina, Tony Anatrella, psicoanalista parigino e specialista in psichiatria sociale, secondo il quale «l’omosessualità non è una variante della sessualità umana, che si pone sullo stesso piano dell’eterosessualità, ma è l’espressione di una tensione all’interno di una tendenza in discontinuità con l’identità sessuale».
I rapporti all’interno di una coppia eterosessuale, poi, non sono paragonabili a quelli in una coppia gay, perché «l’omosessualità è fondata su una fascinazione narcisistica di sé e del rapporto con l’altro, mentre la coppia è fondata sul dinamismo dell’alterità dei sessi. È la nozione stessa di coppia che implica la non simmetria dei partner». Per questo, tra l’altro, «le rivendicazioni per dare ai gay la possibilità di sposarsi e di adottare bambini non sono un semplice adattamento giuridico o un modo per riconoscere l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, ma una modificazione radicale dell’interpretazione della sessualità umana. Sono il risultato di un’ideologia, quella sul genere (il genere sessuale per indicare il maschile e il femminile, ma anche l’orientamento sessuale che ciascuno si costruisce), che tra l’altro punta a far regredire il matrimonio, il quale è un’istituzione, a un semplice contratto civile all’insegna dei sentimenti. È una visione irrealistica: esistono due sole identità sessuali, quella maschile e quella femminile, e la loro relazione fonda il legame affettivo e sociale del matrimonio. Su questo si fonda il legame sociale, che non può essere a libera disposizione della soggettività individuale».
In altri termini, si chiede Anatrella, «si possono erigere a norme universali dei casi particolari? È interesse della società organizzarli e farne dei modelli sociali?». «Sulla coppia e sul matrimonio, oggi la Chiesa è un povero profeta disarmato – conclude Binasco – che ci avverte: se basta una rivendicazione perché si cambino le strutture della lingua, allora si mina la convivenza. Tutti i regimi totalitari, di qualunque tipo, hanno cercato di purgare la lingua nella logica omologatrice dell’uniformare tutto. Se le parole non hanno più significato reale, la convivenza tra persone cosa diventa? Un nuovo campo di concentramento, dove non contano più le differenze, perché siamo tutti chiusi in una gabbia decisa dal potere».

Paola Springhetti


Avvenire.it