Democrazia in Indonesia e Arabia?

Cooperazione allo sviluppo


I fatti mostrano che, quando in un paese musulmano o a fortissima componente islamica, si svolgono elezioni libere non truccate, i conservatori moderati hanno la meglio sui fondamentalisti filoterroristi. Non è un dogma, ma un buon segnale.

Massimo Introvigne


il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 3, n. 35, 28 agosto 2004



 


 


“L’Islam è compatibile con la democrazia?” È il titolo di un libro di Renzo Guolo (Laterza, Roma – Bari 2004), che offre molte osservazioni di buon senso e non si abbandona a facili ottimismi. Le sue osservazioni hanno anche un banco di prova: subito dopo la pubblicazione del libro, sviluppi del tutto diversi fra loro ma importanti si sono avuti in Indonesia e in Arabia Saudita.



L’Indonesia sta diventando una vera democrazia? Formalmente, il più grande paese musulmano del mondo (150 milioni di abitanti) è democratico fin dall’indipendenza, conquistata dalla ex-colonia olandese fra il 1945 e il 1950. La Costituzione indonesiana fin dal 1945 prevede l’elezione diretta a suffragio universale (votano tutti i cittadini, uomini e donne, che abbiano compiuto 17 anni e anche i minori di 17 anni se sono legalmente sposati) di 462 membri su 500 della Dewan Perwakilan Rakyat, la Camera dei Rappresentanti. Oggi sono elettivi tutti i membri, la quota di 38 deputati di nomina presidenziale e militare essendo stata abolita nel 2002. Le riforme del 2002 e 2003 hanno introdotto anche un Senato (“Consiglio dei Rappresentanti Regionali”), ma già dal 1945 i 500 membri della Camera dei Rappresentanti costituivano la maggioranza della Majelis Permusyawaratan Rakyat, l’Assemblea Consultiva del Popolo che eleggeva il presidente per cinque anni e votava la fiducia al governo. Con le riforme, a partire dal 2004 presidente e vice-presidente sono eletti direttamente a suffragio universale. Il problema è che l’Indonesia è stata prima, sotto il governo del padre della lotta per l’indipendenza Sukarno (1901-1970) e secondo le sue stesse parole, una “democrazia guidata” dove i risultati delle elezioni erano pre-determinati sia dalla scelta da parte del governo di quali partiti potevano parteciparvi e quali no, sia da diffusi brogli elettorali; quindi, dopo il colpo di Stato di Suharto (1921-), dal 1967 al 1998, una dittatura a tutti gli effetti, dove le garanzie costituzionali erano sospese e le elezioni ridotte a una farsa.


Con la caduta di Suharto nel 1998 il processo costituzionale è stato restaurato ma secondo gli osservatori internazionali solo le elezioni politiche dell’aprile 2004 sono state gestite in modo sostanzialmente corretto. Vi hanno partecipato 24 partiti, di cui solo 11 hanno superato il 2%. Al primo posto è emerso con il 21,5% un partito laico, il Golkar, che riunisce gli ex-collaboratori di Suharto che hanno gestito la fuoriuscita dalla dittatura; al secondo posto un altro partito laico-nazionalista, il PDI-P, guidato dalla presidente in carica Megawati Sukarnoputri, figlia del “padre della patria” Sukarno, con il 18,5%. Al terzo posto si è piazzato un partito ufficialmente non religioso, ma con forti contatti con il mondo delle associazioni musulmane moderate e delle confraternite sufi, il Partito Nazionale del Risveglio (PKB), con il 10,5%. Un partito nuovo di zecca, il Partito Democratico del generale Susilo Bambang Yudhoyono, ex-ministro dell’Interno, filo-americano e filo-occidentale ma aperto al dialogo con il mondo islamico organizzato, ha lucrato il 7,5%. È stato di poco preceduto dal Partito Unito dello Sviluppo (PPP) del vice-presidente in carica Hamzah Haz, espressione del mondo fondamentalista islamico con punte radicali (8,1%), e ha a sua volta di poco superato due partiti fondamentalisti di tendenza neo-tradizionalista affini, il Partito della Prosperità e della Giustizia (PKS), che ha i maggiori contatti con la rete internazionale dei Fratelli Musulmani (7,3%) e il Partito del Mandato Nazionale (PAN) guidato dall’ex-capo carismatico della Mohammadiyya, e presidente della Camera dei Rappresentanti, Amien Rais, un’organizzazione che si situa sul lato meno estremista del fondamentalista (6,4%). Ma l’islam politico si è presentato frammentato in una dozzina di partiti, con molte sigle minori intorno o sotto il 2%. Il PKS, peraltro, è emerso come primo partito nella capitale Jakarta, un risultato che deve fare riflettere.


Nel luglio 2004 si è svolto il primo turno delle prime elezioni presidenziali dirette nella storia dell’Indonesia. Lo spoglio, turbato da problemi tecnici inevitabili in un arcipelago con migliaia di isole e centocinquanta milioni di elettori, è andato avanti con fatica. Ne è emerso in testa (33,5%) il generale Yudhoyono, al ballottaggio con la presidente uscente Megawati Sukarnoputri (26,2%). Al terzo posto il generale Wiranto (22%), candidato del partito maggioritario Golkar ma controverso per la sua dura repressione dei cristiani a Timor Est e addirittura ricercato negli Stati Uniti come criminale di guerra. Fuori dal ballottaggio, ma con un risultato interessante (15%), è il leader della Mohammadiyyah, Amien Rais. Duramente sconfitto, invece (3%), il vice-presidente Hamzah Haz, candidato dei fondamentalisti islamici radicali,.


Si tratta in ogni caso di un successo della più grande organizzazione mondiale dell’islam conservatore e moderato, la Nahdlatul Ulama (NU), che conta in Indonesia quaranta milioni di membri. La NU ha già espresso un presidente dell’Indonesia, Abdurrahman Wahid, tuttora influente ma escluso dalla competizione elettorale a causa della salute malferma. Stavolta la NU ha giocato su tre tavoli, candidando tre suoi esponenti alla vice-presidenza: Hasyim Muzadi, presidente del movimento, a fianco della Sukarnoputri; Salahuddin Wahid, fratello dell’ex.presidente Wahid e vice-presidente anche della NU, con Wiranto; e il miliardario Jusuf Kalla il principale finanziatore della NU, con Yudhoyono. Di questi tre candidati alla presidenza, solo la Sukarnoputri era dichiaratamente una abangan (musulmana non praticante). Wiranto, di cui si diffida all’estero per il suo comportamento a Timor Est, è rispettato in patria come amico dell’islam e difensore dell’integrità nazionale contro i separatismi. Yudhoyono aveva fama nell’esercito di generale insieme democratico e religioso.


L’altra grande organizzazione islamica indonesiana, la Muhammadiyya (trenta milioni di membri), che rappresenta in un certo senso un ponte fra riformismo conservatore e fondamentalismo neo-tradizionalista, ha candidato, come si è accennato, il suo ex-presidente Amien Rais direttamente alla presidenza della repubblica. Rais non è andato al ballottaggio, ma con il suo 15% circa si candida a rappresentare legittimamente l’islam politico più rigido (ma democratico) nella politica indonesiana. Con il vice-presidente Haz – che chiede la rigida applicazione della legge islamica, la sharia – sono rimasti isolati, e sconfitti, i fondamentalisti radicali. E la Sukarnoputri ha evitato il crollo al primo turno prendendo le distanze da Haz e scegliendo come vicepresidente un esponente religioso più moderato.


Che al ballottaggio vinca Yudhoyono o la Sukarnoputri (che potrebbe raccogliere molti dei voti del partito Golkar andati al primo turno a Wiranto, benché anche Kalla, che corre con Yudhoyono, sia iscritto al Golkar), il tradizionale islam indonesiano delle grandi associazioni e delle confraternite avrà in ogni caso più di un piede nel governo. Comunque vada, anche in Indonesia sarà confermata la regola che nel mondo islamico dove arriva la democrazia, e le elezioni non sono truccate a favore di laicisti invisi alla popolazione, l’islam moderato batte quello fondamentalista e radicale.



Si dice che l’incontro fra islam e democrazia sia più facile in culture non arabe – non solo in Indonesia ma in India, in Turchia, nello stesso Pakistan al momento non democratico – che non tra gli eredi di una cultura araba cui il metodo democratico sarebbe geneticamente ancora più estraneo. C’è del vero: ma anche qui qualche cosa si muove, forse dove meno ci si attenderebbero sviluppi – in Arabia Saudita.


L’annuncio saudita secondo cui si è messa in moto la macchina che porterà entro qualche mese alle elezioni comunali in 178 municipalità del Regno non va sottovalutato. Si tratta, certo, di un primo cautissimo passo verso la democrazia: gli elettori voteranno solo per metà dei membri dei consigli comunali, l’altra metà resterà di nomina regia. E tuttavia nella storia dell’Arabia Saudita è la prima volta che si vota per qualcosa. Non è ancora chiaro se voteranno le donne (probabilmente no), ma almeno per gli uomini il suffragio sarà universale, il che assicurerà una rappresentanza alle minoranze religiose finora ampiamente escluse dalle cariche pubbliche: sciiti (oltre un milione) al Sud e all’Est, sunniti che non seguono però la scuola giuridica hanbalita e la tradizione wahhabita, puritana e ultra-conservatrice, della famiglia reale a Ovest, nell’Higiaz. Un ampio fronte riformista vede nelle elezioni comunali il primo passo per rendere elettiva la Shura (“Assemblea”), un embrione di parlamento inaugurato nel 1993 e i cui 120 membri sono per ora nominati dal re, e per farne la sede autentica del potere legislativo. Questo fronte comprende minoranze religiose, confraternite sufi tradizionalmente ritenute eterodosse e perseguitate dall’ortodossia wahhabita, democratici educati in Occidente, alcuni religiosi wahhabiti riformatori, e l’ala dei fondamentalisti ispirati ai Fratelli Musulmani che ha preso le distanze dal terrorismo. È possibile che comprenda anche il principe ereditario Abdullah, che di fatto governa il paese da quando un infarto ha lasciato semi-paralizzato il re Fahd nel 1995, e che – in contrasto con altri membri della famiglia reale – manifesta un cauto riformismo.


La posta in gioco è enorme. L’Arabia Saudita ha reagito alle grandi crisi degli anni 1990 – determinata dalla Guerra del Golfo e dalla presenza di truppe americane sul suo suolo – e degli anni 2000, che hanno visto dopo l’11 settembre ripetuti attentati di Al Qaida all’interno dello stesso regno dei Saud, con un grande movimento popolare di ritorno alla religione chiamato sahwa (“risveglio”). Questo movimento non è unitario: ne hanno beneficiato gli ultra-fondamentalisti di bin Laden, ma anche un nuovo wahhabismo aperto alle riforme e ostile al terrorismo, e forme di islam non wahhabite. Nel linguaggio religioso, l’unico capace di coinvolgere la maggioranza dei sauditi, ne è emerso un dibattito su come reagire al terrorismo. Il fronte riformista ritiene (come Bush) che l’antidoto al terrorismo sia la democrazia. Gli ultra-conservatori, che non mancano nella famiglia reale, ripetono la “canzone algerina”, ispirata alle elezioni del 1991 in Algeria e ai tragici eventi successivi, secondo cui se si tengono elezioni le vincono i fondamentalisti, dunque niente elezioni. Il teorema algerino è insieme falso e vero. È falso, perché dieci anni di elezioni nel mondo islamico mostrano che, quando l’islam politico vince in elezioni libere, al suo interno l’ala conservatrice e non violenta prevale su quella vicina al terrorismo. È vero, nel senso che in paesi che non le hanno mai conosciute alle elezioni occorre arrivare gradualmente. Per questo la posizione di Kerry, che – sulla scia della truculenta retorica anti-saudita del film Fahrehneit 9/11 – chiede a gran voce elezioni politiche subito in Arabia Saudita è una ricetta per il disastro. La democrazia, se vince in Arabia Saudita, vince in tutto il mondo arabo. Ma può vincere solo gradualmente: molto gradualmente.


http://www.cesnur.org/2004/mi_arabia.htm