Dal Corriere un bigino a senso unico

Mass media

di Francesco Agnoli


In questi giorni il Corriere della Sera, e cioè il più venduto quotidiano italiano, allega in edicola un libro dal titolo La fecondazione assistita. Si tratta di una raccolta di brevi saggi, a cura della Fondazione Umberto Veronesi e della Fondazione Corriere della Sera. Nonostante il prezzo assai popolare, quasi mecenatesco, si tratta di un’opera di difficile accessibilità, tanto tecnica da apparire astrusa. Il Corriere è il giornale che aveva chiesto un dibattito sereno sulla fecondazione artificiale: niente urla, parliamone con calma, aveva scritto in un editoriale Gian Antonio Stella. Con simili premesse il lettore si aspetterebbe una raccolta di contributi aperta a varie collaborazioni e sensibilità. E invece no: per garantire la calma e la serenità del dibattito, la cosa migliore è che parlino solo coloro che la pensano allo stesso modo (al punto che gli articoli sono talora incredibilmente simili tra loro).


 

Ci si potrebbero anche aspettare contributi di giuristi, filosofi, medici e scienziati, e perché no, anche di personalità con un credo religioso. Invece vi compaiono solo interventi giuridici, in cui si analizza la legge 40, in tutti i suoi aspetti, ma non si toccano mai le questioni più importanti: quali percentuali di successo ha la fecondazione in vitro? Quali conseguenze hanno sulla donna i trattamenti ormonali? È vero che la scienza è in grado di manipolare gameti ed embrioni senza conseguenze per gli eventuali nascituri? Cos’è l’embrione? Tutto questo manca, soffocato dal tecnicismo. L’unico intervento di uno scienziato è quello del celebre oncologo Umberto Veronesi, che invece di scrivere da scienziato, invece di fornirci qualche dato tecnico, discetta di storia e filosofia, in poco più di due brevi paginette. La sua prefazione, che vorrebbe dare patina scientifica all’operazione editoriale, si rivela  un intervento riciclato, pari pari, da una precedente prefazione, quella al numero 4 della rivista «Darwin» del novembre-dicembre 2004.


Cosa si dice in questa riciclata introduzione? Con una buona dose di retorica si spiega che siamo oggi di fronte a una situazione simile a quella del Seicento. In quel secolo, infatti, vi erano da una parte «Newton, Cartesio e Galilei», dall’altra «migliaia di donne venivano bruciate sui roghi». Insomma, con un semplice, grazioso paragone si vorrebbe sottintendere che chi mette in dubbio efficacia e moralità della fecondazione in vitro saebbe molto simile ai bruciatori di streghe: personaggi inqualificabili, che è meglio non ascoltare. E neppure ospitare.
Se proseguiamo nell’analisi dei brevi saggi salta all’occhio il martellamento serrato e continuo alla legge 40: si afferma in mille occasioni che è troppo restrittiva, che forse sarebbe stato meglio il vuoto legislativo (p.38), che la fecondazione eterologa non ha conseguenze negative sulle coppie, e neppure, sembra di capire, sul bambino (di cui, in realtà, non si parla quasi mai). A pagina 95 Gilda Ferrando, ordinario di Diritto privato all’Università di Genova, inizia sostenendo che «grazie ai progressi della scienza e delle nuove tecnologie» le coppie sterili «possono diventare ugualmente genitori» e le coppie «portatrici di malattie genetiche possono aspirare ad avere un figlio sano». Dopo dichiarazioni così rassicuranti, e così lacunose, poche righe sotto si spiega che la fecondazione in vitro è un «percorso non facile, dagli esiti incerti, non privo di rischi e di conseguenze sulla salute fisica e psichica: la procreazione assistita non è una pratica innocua per chi vi si sottopone, tutt’altro».


Ecco, la questione sembrerebbe finalmente circoscritta: esiti incerti, rischi , conseguenze sulla salute fisica e psichica… E ci aspetteremmo, sul punto, un approfondimento, invece il discorso scivola via, come l’acqua sul marmo.
Ma una delle critiche che più stupiscono è senz’altro quella al «consenso informato», introdotto dalla legge 40, affinché le coppie possano decidere con vera libertà. Eppure il celebre giurista Pietro Rescigno, ad esempio, si scaglia contro la prescrizione di un simile consenso, considerato troppo dettagliato e analitico. Preferirebbe che ci si limitasse a far riferimento al «codice deontologico della professione medica», e che al povero medico di un centro privato, quasi fosse un ignorante, non venissero richieste troppe spiegazioni «di carattere economico (circa i costi della procedura…), di natura morale e psicologica (quanto agli effetti collaterali, alle probabilità di successo e ai rischi, e con l’ulteriore considerazione del profilo bioetico) e soprattutto giuridiche» (p. 34-35). Ma perché tanta paura di un pezzo di carta in cui finalmente la coppia possa leggere e firmare spiegazioni un po’ complete su quello che sta per fare?


Cosa c’è da nascondere, da mimetizzare? Perché non volere che la coppia sia informata, almeno in parte, dei costi non indifferenti, dei rischi fisici e di quelli giuridici (disconoscimenti e altro)? Da quando in qua il medico non è chiamato, nell’esercizio della sua professione, a valutare una complessità di fattori di carattere non solo sanitario ma anche economico, etico, giuridico? Infine, dopo tante critiche sulla restrittività della legge, non mancano un po’ contraddittoriamente considerazioni, condivisibili, su alcune sue eccessive aperture. Sempre Rescigno, dopo aver dichiarato preferibile l’assenza di qualsiasi regola alla legge adottata, scrive: «Dalla convivenza, sufficiente per l’accesso (alla fecondazione in vitro, ndr) non si richiede, come pur sarebbe prudente fare, una stabilità confermata da una ragionevole durata nel tempo» (p.38). Analoga osservazione è fatta anche da Enrico Quadri a pagina 45, e a pagina 133 da Salvatore Patti, allorché spiega anch’egli che apparirebbe più opportuna «la soluzione privilegiata in altri ordinamenti giuridici che richiedono una convivenza stabile». Critiche comprensibili, ripeto, ma che suonano un po’ stonate nel contesto in cui sono inserite; che ci ricordano però che la legge 40 non può essere “accusata” di essere una legge cattolica, come da più parti, per pura ideologia, si tenta di fare.


(03 marzo 2005)


 http://www.impegnoreferendum.it/NR/exeres/B28263BD-5609-4067-9CC4-E34405F488D5.htm