DOSSIER «Cattolici adulti» all’assalto della libertà della Chiesa…

Dal mondo

«LA CHIESA SULLA FAMIGLIA HA IL DOVERE DI PARLARE.
CHI VUOLE, ASCOLTA. MA NON LE SI CHIEDA DI TACERE»


I «cattolici adulti e democratici», che non si rassegnano all’idea di una Chiesa combattiva che difende le proprie concezioni in materia di etica e di morale, scendono ora in campo nel tentativo di spezzare l’asse interno alle gerarchie ecclesiastiche e impedire che la CEI promulghi il documento anti-“Dico” prospettato dal cardinale Camillo Ruini.
Da New Delhi il ministro per la famiglia Rosy Bindi, già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica e ora coautrice del disegno di legge sui “Dico”, ha reagito così, mercoledì 14 febbraio, alle affermazioni di Benedetto XVI e del cardinale Camillo Ruini: “Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”. Sono parole che ricalcano quelle di Pietro Scoppola in un articolo su “la Repubblica” di dura critica agli indirizzi attuali della gerarchia cattolica: “Una Chiesa che parla dei Pacs più che del mistero di Cristo morto e risorto”.
«È dal Risorgimento che la Chiesa non teneva un atteggiamento tanto intransigente nei confronti di un governo italiano» osserva l’ex presidente della Corte Costituzionale, il cattolico Leopoldo Elia. Anche l’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro si associa e volendo insegnare a Benedetto XVI a fare il papa e a Ruini a fare il presidente della Cei, lancia il suo altolà: «La Chiesa, pure nella fermezza dei suoi principi, non ha mai compiuto in sessant’anni interventi che ponessero a un bivio obbligato i parlamentari cattolici. Io confido che interventi del genere non ci saranno. Se dovessero invece avvenire, distruggerebbero la possibilità stessa di una presenza dei cattolici in Parlamento in condizioni di dignità e libertà…». Un altro gruppo di «cattolici adulti» cappeggiati da Giuseppe Alberigo (tra di essi troviamo anche il presidente del movimento ereticale “Noi siamo chiesa”) firma un “APPELLO ai Vescovi italiani”, in cui si afferma che «l’annunciato intervento della Presidenza della Conferenza episcopale che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge su “diritti delle convivenze” è di inaudita gravità».
A questo durissimi attacchi ha fatto seguito un “CONTROAPPELLO ai Vescovi italiani” firmato da laici e cattolici italiani. E L’Osservatore Romano, giustamente, replica a Bindy & C. : «Una Chiesa che si occupa delle cose di Dio non può non occuparsi delle cose degli uomini. Perché l’uomo è cosa di Dio. Per questo tutto ciò che riguarda l’uomo riguarda la Chiesa. E nulla più della famiglia riguarda l’uomo».
Intanto Antonio Socci in un suo articolo dimostra quanto poco «roncalliani» siano questi «cattolici democratici»… Questa è la stoccata finale.


1) Leopoldo Elia: la Chiesa sbaglia, mai così intransigenti con un governo
2) L’altolà di Scalfaro a Ruini. “Sulla legge nessuna imposizione”
3) L’Appello e il Cotroappello
4) I cattolici di Dio e quelli delle poltrone     di ANTONIO SOCCI

1)


Leopoldo Elia: la Chiesa sbaglia, mai così intransigenti con un governo


Il costituzionalista cattolico: tentano di imporre un’ egemonia culturale. Ruini segua Moro: battersi nella società, non alle Camere


«Forse sarò troppo drastico. Ma preferisco parlar chiaro oggi, piuttosto che pentirmi domani per aver taciuto». Leopoldo Elia, principe dei costituzionalisti cattolici, parla con voce sommessa e sorriso mite, ma dice cose insolitamente dure. «È dal Risorgimento che la Chiesa non teneva un atteggiamento tanto intransigente nei confronti di un governo italiano. Persino sull’ aborto, un tema ben più delicato e drammatico delle coppie di fatto, si trovò una linea di compromesso, individuando una fase preliminare di riflessione per la donna. Oggi la Chiesa italiana, avvezza ai privilegi concordatari, è abituata a esercitare non l’ auctoritas di cui parla il professor Mirabelli sull’ Osservatore Romano, ma una potestas indiretta del tutto anacronistica. Non voglio fare processi alle intenzioni, ma qui sembra di assistere a un tentativo di imporre un’ egemonia culturale, a un progetto più ambizioso del gentilonismo. Nel 1913 i cattolici si alleavano con i liberali in chiave difensiva, per evitare il divorzio e la morte della scuola privata. Ora pare che la Chiesa voglia fare del nostro Paese l’ eccezione d’ Europa: l’ Italia cattolica dove non valgono le leggi in vigore in tutti gli altri Paesi cattolici». Deve costare sofferenza al professore dire che il conflitto è davvero grave, al punto da vanificare qualsiasi paragone con il passato recente. «Divorzio e aborto toccavano davvero a fondo il matrimonio e il diritto alla vita. Oggi ascolto controversie che si immiseriscono nella dichiarazione anagrafica; quasi si dovessero scrivere le leggi sotto dettatura. E poi non è vero che il referendum sul divorzio fu imposto alla Dc dal Papa. Al più gli si può rimproverare di non aver esercitato una “moral suasion” più efficace sui promotori del referendum. Fanfani lo appoggiò perché credeva di stravincere: non aveva capito l’ evoluzione della società intuita invece da Dossetti, che già nel 1957 aveva teorizzato come nel Paese non esistesse più una maggioranza cattolica. E, dopo la sconfitta, Moro invitò a difendere “principi e valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi, e cioè nel vivo, aperto e disponibile tessuto della nostra vita sociale”. Ruini e il suo successore farebbero bene a seguire l’ idea di Moro: la Chiesa si batta nella società, non in Parlamento o nelle urne. Concorra alla sintesi di cui ha parlato Napolitano, collabori con lo Stato per restituire ai giovani la preferenza per il matrimonio. Una cosa è certa: molti cattolici italiani chiedono alla loro Chiesa generosità e lungimiranza. Ad esempio sarebbe meglio rinunciare a istituzioni anacronistiche, che sono sparite ovunque tranne che in Italia, come gli effetti civili della giurisdizione ecclesiastica, amministrata dalla Sacra Rota come dai tribunali regionali ecclesiastici: relitti del passato, che non esistono più nemmeno nei concordati con la Lituania e la Lettonia». Torna a risuonare il «non possumus» di Pio IX, ed Elia ne denuncia l’ anacronismo: «Quello era uno scontro epocale. Finiva dopo secoli il potere temporale dei Papi. Le conseguenze durarono per decenni. La questione di oggi ha dimensioni non paragonabili a quella. Ma il grado di drammaticità di uno scontro dipende non solo dalla gravità del problema, ma anche dalla tensione impressa dalle parti. Per fortuna Prodi si è comportato in modo fermo e sereno. Il documento dei 60 parlamentari della Margherita si inscrive nella tradizione migliore dei cattolici democratici. E Rosy Bindi ha fatto in Parlamento un discorso molto aperto. So che sta soffrendo: non meritava di essere trattata così. Lei ha offerto il dialogo; le hanno chiuso la porta in faccia». Elia evoca «la presa di posizione nella Costituente di De Gasperi, Dossetti e Moro a favore della revisione del Concordato». Il rifiuto di De Gasperi all’ alleanza con monarchici e fascisti alle amministrative di Roma. E il pronunciamento dell’ Osservatore romano contro i cattolici comunisti, «da non confondere con la successiva scomunica del ‘ 49. Quel piccolo gruppo ne uscì sfaldato: Rodano e Ossicini rimasero nel Pci, Felice Balbo e Scassellati ne uscirono». Ma quella, sostiene il professore, non fu un’ operazione reazionaria: «Il “partito romano” di monsignor Ronca si augurava che sorgesse un movimento cattolico di sinistra, per giustificare la nascita di un partito cattolico di destra, da affidare a Gedda». Invece la Dc salvò l’ unità politica dei cattolici; e non fu mai necessario un «documento impegnativo» per i fedeli come quello annunciato da Ruini. «Non era mai accaduto – dice Elia -. I parlamentari cattolici devono farsi carico dell’ intero Paese, dell’ evoluzione sociale della nazione intera. Non possono, per obbedienza alla dottrina cattolica del diritto naturale, rifiutare di offrire ai cittadini italiani di ogni fede e credenza quel che si offre in gran parte d’ Europa. Perché la Chiesa spagnola ha reagito con misura alla proposta sulle unioni di fatto contenuta nel programma del popolare Aznar, mentre quella italiana spinge alle barricate in Parlamento? Perché una reazione così diversa da quella del tutto corretta delle conferenze episcopali francese e tedesca? Pare quasi si manifesti la volontà di mantenere un’ eccezione italiana. Forse perché Roma è la sede di Pietro, perché abbiamo avuto lo Stato pontificio, la Controriforma, una lunga tradizione di legami tra trono e altare; fatto sta che la Chiesa italiana non accetta di europeizzarsi». La degenerazione dei costumi, dice Elia, «non si combatte squalificando tutto come relativismo etico. Qui i principi supremi non c’ entrano: nei Dico non vedo nessuna collisione con l’ articolo 29. Siamo oltre o prima della famiglia prevista dalla Costituzione, che è davvero di “una unicità irripetibile”, secondo la formula di Benedetto XVI. Semmai, il comportamento della Chiesa rischia di andare oltre il Concordato e lo stesso articolo 7 della Carta, là dove prevede che Stato e Chiesa sono sovrani e indipendenti ognuno nel proprio ordine: l’ ordine temporale separato da quello spirituale». Non solo il Papa e i vescovi hanno ovviamente il diritto di parlare; «hanno il diritto di esigere dai fedeli una condotta conforme ai loro insegnamenti. Ma non hanno il diritto di ricorrere a leggi – o di imporre di non fare una legge – per vincolare i non credenti. Per loro sarebbe un’ inaccettabile discriminazione. E poi la Chiesa italiana deve sfuggire alla tentazione di approfittare della debolezza degli uomini politici e della loro mancanza di senso dello Stato, allorché corrono a genuflettersi per ottenere il consenso della minoranza cattolica». Con Wojtyla sarebbe cambiato qualcosa? «Giovanni Paolo II ha avuto per un periodo abbastanza lungo contatti con la destra italiana. Forse il suo grande prestigio e la sua grande ascendenza ci avrebbero risparmiato un contrasto così aspro. Ma è probabile che alla fine si sarebbe comunque arrivati alla collisione». 


di Cazzullo Aldo
Corriere della Sera 13 febbraio 2007



2)


L’ex capo dello Stato: se la Chiesa proclamasse un obbligo di scelta distruggerebbe il cattolicesimo parlamentare


L’altolà di Scalfaro a Ruini.
“Sulla legge nessuna imposizione”


Un altolà senza sfumature al cardinale Ruini, se davvero vuole imbrigliare nei precetti della Chiesa la libertà di decisione politica sui DICO, un tempo noti come Pacs. Oscar Luigi Scalfaro, presidente emerito della Repubblica e padre nobile del centrosinistra, non è contrario alla mediazione Bindi-Pollastrini, e teme la “distruzione” del cattolicesimo parlamentare se la Cei dovesse lanciare diktat a chi riconosce il suo magistero. In sessant’anni – dice – questo non è mai accaduto. Prima di correre certe avventure Ruini dovrebbe avviare “un ampio esame” dentro l’assemblea dei vescovi.
Presidente Scalfaro, il Parlamento aspetta di sapere quale forma assumerà il “non possumus” di Ruini sulle unioni di fatto. Che cosa succederebbe se la Cei o il Papa avanzassero richieste “vincolanti” per i politici cattolici?
“La Chiesa, pure nella fermezza dei suoi principi, non ha mai compiuto in sessant’anni interventi che ponessero a un bivio obbligato i parlamentari cattolici. Io confido che interventi del genere non ci saranno. Se dovessero invece avvenire, distruggerebbero la possibilità stessa di una presenza dei cattolici in Parlamento in condizioni di dignità e libertà, quella libertà che consente l’assunzione individuale delle responsabilità. Ma a chi serve, oggi e domani, un gruppo di parlamentari che si limitano a eseguire gli ordini? Certo non alla Chiesa. Sarebbero una inutile pattuglia, e l’effetto sarebbe una crescita di laicismo esasperato”.
Il centrosinistra non drammatizza troppo l’iperattivismo vaticano? E’ vero che è stato l’Avvenire a citare Pio IX, ma dall’altra parte si invoca il Risorgimento, si tracciano scenari foschi, si ipotizza, come anche lei fa, il naufragio del cattolicesimo politico. Eppure gli scontri tra l’etica cattolica e quella laica, condivisi e alimentati dalla Chiesa, in Parlamento e fuori non sono mancati. Gli anni Settanta, il divorzio, l’aborto, i referendum. Grandi asprezze, ma alla fine siamo tutti qui, comprese le leggi soggette ad anatema.
“Vede, io sono nella vita politica da 61 anni, dalla Costituente. È vero, abbiamo attraversato come parlamentari cattolici momenti faticosi, difficili, prese di posizione delicate. Ma già dall’Assemblea costituente fu preminente in tutti la ricerca di un denominatore comune sui temi dei diritti e della dignità delle persone. Ne nacque un documento d’eccezione, la Carta, del quale dobbiamo ringraziare i grandi nomi che resero un tale servizio al popolo italiano: penso, nel mondo cattolico, a De Gasperi, a La Pira, a Dossetti, più tardi a Aldo Moro e a tantissimi altri rappresentanti del popolo. Il grande tema per noi cattolici era fare sintesi fra diritti e doveri del cittadino e diritti e doveri del cristiano, portare nella politica il pensiero filosofico che anima i principi cristiani sempre con grande rispetto per le impostazioni altrui. L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che ogni membro del parlamento rappresenta la nazione e esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Al tempo del divorzio e dell’aborto, che lei cita, in entrambi i casi il partito mi diede incarico di parlare ufficialmente a nome del gruppo democristiano. Non dimentico, e ne ringrazio la Provvidenza, che nell’uno e nell’altro caso ebbi ascolto ampio, proprio dagli avversari politici: non condivido le tue tesi – mi fu detto – ma apprezzo lo sforzo di dialogare. Dopo la sconfitta sul divorzio qualcuno in assoluta buona fede sostenne che non potevamo collaborare a formulare gli articoli della legge perché così facendo avremmo aiutato un istituto che contestavamo. Ma giustamente vinse la tesi che quando cade l’affermazione di un principio rimane sempre il dovere di lottare per il male minore”.
Insomma, lei sostiene che la capacità di ascolto reciproca non è venuta mai meno, nemmeno quando lo scontro era al massimo della tensione.
“Non solo. C’è anche un altro insegnamento. La chiarezza delle posizioni della Chiesa, e il risultato del referendum che diede ragione alle tesi contrarie a quelle sostenute da noi cattolici, non impedirono che tanti cattolici si servissero poi dell’istituto del divorzio. Ne è prova che da anni all’interno della gerarchia ecclesiastica si discute sull’ammissibilità dei divorziati ai sacramenti”.
L’invito al pragmatismo, per tornare a Ruini, onestamente oggi non sembra avere grandi chance. La grandinata vaticana – da Avvenire a Sir, dall’Osservatore allo stesso Ratzinger – non lascia grandi margini alla mediazione.
“La profonda devozione e ubbidienza alla chiesa madre e maestra – e mi piace ricordare che fu la saggezza di Giovanni XXIII, oggi beato, a dare nella sua enciclica questa preminenza alla maternità della Chiesa – mi fa confidare che il richiamo che è stato annunziato, e che manifesta un diritto e anche un dovere della Chiesa di dire il suo pensiero, non abbia la forma di una imposizione”.
Il fronte dei sessanta parlamentari della Margherita che difendono i Dico non ha un gran futuro, se l’intervento di Ruini dovesse trasformarsi in un vero e proprio precetto. Non crede?
“Un atteggiamento rigido della Chiesa sfascerebbe tutto. Ne sono convinto”.
Lei, pur da senatore a vita, è un uomo del centrosinistra: quale potrebbe essere una contromisura per far prevalere la moderazione?
“Posizioni da parte della Chiesa che portassero a conseguenze tanto pesanti, così come non si sono verificate neanche quando furono compromessi l’indissolubilità del matrimonio e il diritto alla vita, richiederebbero a mio avviso un ampio esame nell’Assemblea dei vescovi italiani, la Cei”.
Nel merito della legge, come giudica la soluzione Dico “inventata” da Bindi e Pollastrini?
“Mi piace ricordare che quando il presidente del consiglio Romano Prodi annunziò nella formulazione del programma il desiderio di riconoscere dei diritti e dei doveri a ciascun cittadino, affermò espressamente che con quel programma prendeva l’impegno di non toccare o turbare l’istituto del matrimonio così come previsto dalla Costituzione. Mi pare giusto non fare processi alle intenzioni. Le proposte di legge che sono state presentate da posizioni a mio avviso non accettabili sono giunte con non poca fatica (quanto intensa quella del ministro Bindi!), in questo necessario dialogo tra impostazioni diverse, a un testo che come tutti i testi è indubbiamente migliorabile ma che certamente non prevede – per essere chiari – il matrimonio fra gli omosessuali o una formula mascherata ma simile. Si tratta di dare eventuali, maggiori garanzie? Se ne può discutere, rimanendo chiaro un punto: se al dunque si fosse richiesti di un voto esplicito che preveda di fatto il matrimonio per gli omosessuali, allora, senza bisogno di disturbare la dottrina della chiesa cattolica, è chiaro che un voto a favore non si può dare perché in contrasto con una realtà di storia dell’umanità, che prevede per il matrimonio un maschio e una femmina”.
Il matrimonio gay, per la verità, sembra essere un simbolo e uno spauracchio, anche se di prima fila. Quel che la Chiesa sembra temere nella sostanza è che il riconoscimento delle unioni civili, innanzitutto eterosessuali, sgretoli la famiglia “naturale” su cui si fonda la sua dottrina.
“È vero, c’è chi obietta che aprendo una seconda strada si dà ai cittadini con troppa facilità la possibilità di un’altra scelta. La preoccupazione della Chiesa è più che condivisibile. Ma il problema vero è rafforzare nei cattolici la fede, in modo che sappiano scegliere secondo i principi nei quali credono. Più che allo Stato, al quale si chiede di impedire una duplice strada che consentirebbe gli abusi, il tema è affidato alla evangelizzazione e alla formazione dei fedeli. Lo Stato deve pensare a tutti e, pur non tramutando speranze, desideri e sogni in diritti deve, se esistano basi certe per individuare quei diritti, riconoscerli dove e quando ci sono”.


di VITTORIO RAGONE
(La Repubblica 15 febbraio 2007)



3)


Battaglia su laicità e libertà
Cattolici di sinistra ai vescovi: non battetevi per le idee della Chiesa. Ma c’è un controappello


APPELLO AI VESCOVI ITALIANI
La Chiesa italiana, malgrado sia ricca di tante energie e fermenti, sta subendo un’immeritata involuzione. L’annunciato intervento della Presidenza della Conferenza episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge su “diritti delle convivenze” è di inaudita gravità. Con un atto di questa natura l’Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino. Condizione insorta dopo l’unificazione del paese e il “non expedit” della Santa Sede e superata definitivamente solo con gli accordi concordatari.
Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro Paese fuori dalla storia. Si può pensare che il progetto di legge in discussione non sia ottimale, ma è anche indispensabile distinguere tra ciò che per i credenti è obbligo, non solo di coscienza ma anche canonico, e quanto deve essere regolato dallo Stato laico per tutti i cittadini.
Invitiamo la Conferenza episcopale a equilibrare le sue prese di posizione e i parlamentari cattolici a restare fedeli al loro obbligo costituzionale di legislatori per tutti.
Giuseppe Alberigo – Bologna, Alberto Melloni – Bologna, Gian Carlo Jocteau – Torino, Maria Serena Piretti – Bologna, Stefano Sciuto – Torino, Ugo Perone – Vercelli, Corrado Truffelli – Parma, Vittorio Bellavite – Milano [Presidente di NOI SIAMO CHIESA], Maria Serena Piretti – Bologna, Raniero La Valle – Roma, Ettore Masina – Roma, Angelina Nicora – Bologna, Giuseppe Ruggieri – Catania


CONTROAPPELLO AI VESCOVI ITALIANI
Noi laici e cattolici italiani chiediamo ai vescovi di mantenere chiara e libera la loro impostazione di dottrina e di cultura morale in tema di legislazione familiare. Riteniamo ingiusta ogni forma di intimidazione intellettuale contro l’autonomia del pensiero religioso. Consideriamo decisivo, per arricchire il pluralismo di valori della società italiana, che la religione occupi uno spazio pubblico nella vita della comunità. Giudichiamo improprio, e sintomo di un uso politico della sfera religiosa, l’appello dei cattolici democratici affinché la Chiesa italiana rinunci a un suo atto di magistero, che la libera coscienza di laici e cattolici, compresi i parlamentari della Repubblica, potrà valutare serenamente e in piena libertà.
Il nuovo Concordato del 1984 affida alla Chiesa italiana, che non è più espressione di una “religione di stato”, un ruolo indipendente di testimonianza civile, politica e morale che è pienamente compatibile con la funzione laica e sovrana nel suo ordine dello stato. La cultura di questo paese deve liberarsi delle pastoie politiciste di un pensiero illiberale e veteroconcordatario che intende censurare con argomenti obliqui la libertà religiosa e la sua funzione sociale.
Sergio Ricossa – Torino, Marta Sordi – Milano, Francesco D’Agostino – Roma, Vittorio Mathieu – Torino, Giuliano Ferrara – Roma, Lucetta Scaraffia – Roma, Giovanni Maria Vian – Roma, Ubaldo Casotto – Roma, Antonio Socci – Siena, Nicoletta Tiliacos – Roma, Eugenia Roccella – Roma, Sergio Soave – Milano, Luigi Amicone – Milano


Il Foglio (15/02/2007)



4)


I cattolici di Dio e quelli delle poltrone


di ANTONIO SOCCI


Il ministro Rosy Bindi, già vicepresidente dell’Azione Cattolica, oggi chiamata “Rosy nel pugno”, per difendere i suoi DICO ha sparato così contro Benedetto XVI e il cardinale Ruini: «Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio». Padre Livio Fanzaga, dai microfoni di Radio Maria, ha risposto: «Noi ameremmo che i politici non si occupassero solo delle proprie poltrone». Ormai siamo alla resa dei conti dentro al mondo cattolico. Da una parte i cattolici del popolo come Savino Pezzotta che conosce le difficoltà delle famiglie a tirare avanti e far crescere i figli (anche per colpa delle politiche del governo). Pezzotta ieri ha sparato a zero – da Avvenire – sui DICO e in difesa della libertà di parola della Chiesa. Dall’altra parte ci sono i cattolici del potere, culturalmente subalterni alla Sinistra, come Oscar Luigi Scalfaro che ieri sulla Repubblica – si è lanciato anche lui all’attacco del Papa e del cardinal Ruini. Il peggior presidente della nostra storia repubblicana vuole insegnare a Benedetto XVI a fare il papa e a Ruini a fare il presidente della Cei. Scalfaro evoca Giovanni XXIII per contrapporlo al pontefice vivente e intima alla Cei di non fare “una imposizione” (si riferisce alla “Nota” sui DICO che è stata annunciata da Ruini), ma di comportarsi come papa Roncalli con l’enciclica “Mater et Magistra“.
I SEDICENTI RONCALLIANI
Scalfaro – come al solito superficiale neanche l’ha letta quella enciclica giovannea. Altrimenti avrebbe trovato lì esattamente le stesse posizioni della Chiesa di oggi. Anzi, sembra quasi il “manifesto” a cui si attengono Benedetto XVI e Ruini. Con buona pace dei professori Alberigo, Melloni e compagni che si dichiarano “roncalliani” e hanno appena lanciato un appello perché la Chiesa si auto-imbavagli sui DICO. Innanzitutto Giovanni XXIII afferma che «la Chiesa è portatrice e banditrice di una concezione sempre attuale della convivenza» e «il sommo Pontefice ribadisce il diritto e il dovere della Chiesa di portare il suo insostituibile contributo alla felice soluzione degli urgenti, gravissimi problemi sociali che angustiano la famiglia umana». Quindi c’è la denuncia del «processo di disintegrazione della famiglia». Papa Giovanni – con Pio XII – «rivendica alla Chiesa la inoppugnabile competenza di giudicare se le basi di un dato ordinamento sociale siano in accordo con l’ordine immutabile che Dio creatore e redentore ha manifestato per mez zo del diritto naturale e della rivelazione… e coglie l’occasione per dare ulteriori principi direttivi morali» sui “valori fondamentali della vita sociale” fra cui c’è “la famiglia”. A proposito della quale, il papa afferma: «Dobbiamo proclamare solennemente che la vita umana va trasmessa attraverso la famiglia, fondata sul matrimonio uno e indissolubile, elevato, per i cristiani, alla dignità di sacramento». Non manca un altro “affondo” di Roncalli che oggi, i sedicenti “roncalliani”, definerebbero integralista: «La vita umana è sacra: fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio. Violando le sue leggi, si offende la sua divina maestà, si degrada se stessi e l’umanità e si svigorisce altresì la stessa comunità di cui si è membri». E, con toni “ruiniani”, aggiunge: «L’ordine morale non si regge che in Dio: scisso da Dio si disintegra. L’uomo infatti non è solo un organismo materiale, ma è anche spirito dotato di pensiero e di libertà. Esige quindi un ordine etico-religioso, il quale incide più di ogni valore materiale sugli indirizzi e le soluzioni da dare ai problemi della vita individuale ed associata». PAPA GIOVANNI COME RUINI
Papa Giovanni spiega pure «l’uomo staccato da Dio diventa disumano con se stesso e con i suoi simili, perché l’ordinato rapporto di convivenza presuppone l’ordinato rapporto della coscienza personale con Dio, fonte di verità, di giustizia e di amore». Sembrano parole di Ratzinger e Ruini, ma è papa Giovanni: «Resta sempre che l’aspetto più sinistramente tipicodell’epoca moderna sta nell’assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggere». Come se non bastasse, sempre nella “Mater et Magistra”, Giovanni XXIII ribadisce che «tra comunismo e cristianesimo l’opposizione è radicale, e non è da ammettersi in alcun modo che i cattolici aderiscano al socialismo moderato». Diranno – Scalfaro, la Bindi, Alberigo e compagni – che tuttavia questi pronunciamenti non sono come «l’annunciato intervento della Cei» che – a loro dire «imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare» i Dico. In realtà non c’è proprio nessuna imposizione, ma solo il giudizio della Chiesa che è impegnativo per chi vuole dirsi – davanti agli elettori – cattolico. D’altronde lo stesso Giovanni XXIII – che Scalfaro, Alberigo e compagni additano ad esempio fece un intervento sulla politica ben più pesante di quello annunciato da Ruini. Gli storici hanno rimosso questo fatto. La disinformazione ha fatto il resto, come appariva chiaro ieri sulla Stampa dove Lietta Tornabuoni evocava la «scomunica verso i comunisti» del 1949 e aggiungeva: «Ben presto la scomunica venne dimenticata». Le cose non andarono affatto così perché, dieci anni dopo, proprio papa Giovanni aggravò e di molto quella scomunica.
Ecco i fatti. Con un “Decretum contra communismum”, approvato da Pio XII, il S. Uffizio, nel luglio 1949, dichiarava che non era lecito a un cattolico “iscriversi al partito comunista o sostenerlo”. Con un giudizio particolarmente attuale il S. Uffizio affermava: «I capi comunisti, sebbene a volte sostengano a parole di non essere contrari alla Religione, di fatto sia nella dottrina sia nelle azioni si dimostrano ostili a Dio, alla vera Religione e alla Chiesa di Cristo». Dunque ai cattolici che li sostengono fu negato l’accesso ai sacramenti: «I cristiani che professano la dottrina comunista materialista e anticristiana, e soprattutto coloro che la difendono e la propagano, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica, in quanto apostati della fede cattolica».
Dieci anni più tardi – nell’aprile 1959, era papa Giovanni XXIII – lo stesso S.Uffizio aggravò questo pronunciamento: «Non è lecito ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano». In data 2 aprile Giovanni XXIII approvò tale pronunciamento e ne dispose la pubblicazione. Siccome non risulta che questi pronunciamenti siano stati rinnegati, sarebbe interessante sapere se non rientrino in questa fattispecie anche coloro che hanno votato partiti oggi alleati di partiti comunisti (fra i quali spiccano diversi vescovi). Lo stesso progetto del “Partito democratico” – con cui la sinistra dc si suiciderebbe definitivamente, sciogliendosi nell’ex Pci – uscirebbe a pezzi da un tale giudizio dottrinale.
L’ARTICOLO 29
Se si rispettano queste direttive di papa Giovanni i cattolici non possono che contrapporsi ai partiti comunisti e pure ai partiti che vi si alleano. In ogni caso è evidente che l'”anatema” di papa Giovanni fu ben più forte e solenne della “Nota” annunciata da Ruini. Peraltro oggi la Chiesa, nel contestare i DICO, non fa che richiamare l’articolo 29 della Costituzione (che riconosce “i diritti famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”) e così mette in scacco non solo la Sinistra, ma tutti quei cattolici dossettiani (e pure Scalfaro) che negli anni passati – in polemica col centrodestra hanno sacralizzato la Costituzione, dichiarandola perfetta e immodificabile. Mentre oggi la cestinano.
www.antoniosocci.it


LIBERO 16 febbraio 2007