Cosa si pensa di Benedetto XVI nella chiesa milanese?

Dal mondo

La chiesa milanese e Benedetto XVI

di Renato Farina


Fa così paura, è tanto spaventoso il nuovo Papa?
Il cardinale di Milano ha dovuto tranquillizzare i seminaristi e i loro maestri. Un intellettuale cattolico di rango finisce per augurarsi che il nuovo Papa duri poco e lasci presto il posto a un altro. Povero Benedetto. Vediamo.

Appena rientrato in Diocesi, dopo il Conclave, il Cardinale arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, si è diretto al seminario di Venegono. Lì ci sono i futuri preti e c’è una facoltà teologica agguerritissima. Doveva portare il lieto annunzio dell’elezione di Joseph Ratzinger. In fondo un collega per quegli studiosi e comunque un Successore di Pietro.
Ecco invece la frase centrale dell’intervento del porporato successore di Ambrogio: «Non spaventatevi! Aprite le vostre orecchie, spalancate il vostro cuore e fidatevi del Signore!». Benedetto XVI aveva ripreso con ben altra preoccupazione l’invito di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Aprite anzi spalancate le porte a Cristo!». Che differenza tra i due moniti. Tra le porte e le orecchie.
Nella culla del cattolicesimo milanese, l’arcivescovo ha cercato di confortare i suoi, li ha consolati, non per una morte ma per un’elezione: quasi fosse asceso alla cattedra di Pietro se non un anticristo, comunque un tipo sospetto.
Il Cardinale di Milano, a dire il vero, aveva dato disposizioni entusiastiche alla diocesi. «È giunto il momento della gioia e della festa», ha scritto in una bella lettera ai cattolici milanesi. Aveva garantito a nome dei suoi fedeli ed in particolare preti e seminaristi: «Fin da ora ci facciamo attenti e docili alle indicazioni del nuovo Papa», del quale descrive poeticamente «la figura paterna, il volto sorridente e commosso, il gesto delle braccia allargate e unite e alzate verso il cielo in segno di saluto e di giubilo». Inoltre aveva disposto il suono delle campane per domenica, a mezzogiorno e a sera. Aveva dettato le preghiere per il nuovo Papa con animo lieto e convocato una messa di ringraziamento proprio per oggi, mercoledì. Poi però va in seminario e, dinanzi alle reazioni intuite per questa nomina, dice: «Non spaventatevi!». Ovvio: a Milano si sperava fosse proprio lui, e non sono mancate dalle parti del Duomo manifestazioni “pro eligendo Dionisio”. Ma lo Spirito Santo ha soffiato altrimenti e il Cardinale non prevedeva che avrebbe a tal punto turbato il suo clero e i suoi laici di riferimento.
Proprio tra i preti di Milano si è manifestata una scontentezza resa pubblica subito, senza cura di dar scandalo. Una delusione accompagnata, naturalmente, con disponibilità all’obbedienza. Questo ha fatto ancora più effetto: perché questa amarezza, questa cattiva digestione di Ratzinger è venuta non da sacerdoti del dissenso, ma proprio dai campioni della carità, i fiori all’occhiello della comunità. Ad esempio don Gino Rigoldi, cappellano di carceri minorili e punto di riferimento per molti, ha spiegato in tivù che il prete bavarese è abituato agli uffici, non sa parlare ai giovani, quindi non va. Non aveva ancora detto nulla, Benedetto XVI, ma come pregiudizio non c’è male. Di certo don Gino è onesto, dice quello che pensa, e la pensa più o meno come lui don Antonio Mazzi, prete generosissimo e obbedientissimo. Sono due sacerdoti a noi amici, e allora ci viene da pensare: ma che cosa sta succedendo nella Chiesa di Milano? Si abbeverano dove? Quali informazioni hanno?
Non è finita. Eccoci al pio menagramo. Si tratta di una voce importante. A Milano esprime il sentire di certi ambienti d’Azione cattolica, in particolare di quelli prossimi a Giuseppe Lazzati (ed ai dossettiani): Giovanni Colombo.
È consigliere comunale dell’Ulivo, ma soprattutto è presidente nazionale della “Rosa bianca”, un’importante associazione di intellettuali cattolici impegnati. Subito dopo l’elezione del Cardinale tedesco ha inoltrato via mail una specie di circolare che definire nonaugurale è il minimo. «Il pontificato di Benedetto XVI con tutta probabilità non sarà molto più lungo di quello di Benedetto XV (1914-1922)». E qui lo si immagina tirare un sospiro di sollievo. Con un “però”. «Otto, dieci anni che però si preannunciano intensi perché il nuovo Papa non ci darà scampo». (Si capisce qui il “non spaventatevi!” di Tettamanzi). Perché non gli va Benedetto? Colombo non accetta il Dio di Ratzinger: «Questo Dio per fortuna non è ancora in circolazione». Chiude con una specie di voodoo cattolico del malocchio: «Quindi Ratzinger non l’avrei votato. Ora che è Benedetto XVI l’ascolterò attentamente (l’uomo è autentico, colto, brillante, scrive benissimo) ma continuerò a tifare perché arrivi presto il turno per il mio preferito: papa Francesco I».
Che dire a Benedetto? Tu no, ma noi ci tocchiamo.

Libero 27 aprile 05