Cosa si nasconde dietro l’onda emotiva dei divi?

Dal mondo

Megaconcerti per l’Africa (dei Dittatori)

La retorica buonista cantata sui palchi mondiali non racconta mai in quali tasche vanno a finire i ricavi degli incassi

Come dare torto a Gordon Brown, ministro delle Finanze britannico, quando alla vigilia del G8 in corso in questi giorni a Gleneagles in Scozia ha dichiarato che «l’impegno per l’Africa comporterà sforzi senza fine»? Da più parti, invece, si è privilegiato il trionfalismo ad effetto di nove concerti benefici, scappatoia mediaticamente vincente alla realtà di un problema che impone realismo e non demagogia. Invece, da Hyde Park al Circo Massimo, le parole d’ordine erano sempre le stesse: ‘Basta scuse’, ‘Facciamo che la povertà diventi storia’, il tutto condito da canzonette e belle intenzioni (salvo il piccolo particolare che i big intervenuti al concerto romano sono stati gli unici dell’intero Live8 a non cedere i loro diritti). A Edimburgo, poi, sta andando in onda – sapientemente orchestrata dal solito Bob Geldof – la versione soft (più che altro perché lassù con la polizia non si scherza) di Genova ed Evian: non si protesta per i poveri, ma contro i ricchi. Ovvero, per salvare l’Africa occorre contestare lui e sempre lui, George W. Bush. Non importa che, come sapientemente raccontato dal settimanale conservatore britannico The Spectator, gli aiuti a cascate delle anime belle vadano a fare la gioia – fonte Merril Lynch – di «100 mila africani che si dividono 500 miliardi di euro mentre gli altri 300 milioni vivono con meno di 75 cents di euro al giorno». Proprio così e basta spulciare il corposo dossier per avere qualche dato da opporre al teatrino patetico andato in scena in mezzo mondo a reti quasi unificate. Che dire del ras dello Zimbabwe, quel Robert Mugabe che gira su due Mercedes S600L con motore da 7300 cc, completamente corazzate a prova di kalashnikov e con video e bar a bordo? Senza dimenticare le 72 Mercedes S3230 ed E240 a disposizione di familiari e accoliti. E che dire ancora di Bakili Muluzu, presidente del Malawi, che ha festeggiato la sua vittoria elettorale comprando 39 Mercedes classe S oppure di re Mswati III dello Swaziland che lo scorso anno ha comprato una Maybach 62 e una flotta di Bmw destinate alle 10 mogli e 3 fidanzate ufficiali?

BASTA DAR LA COLPA A BUSH
Non male, no? Soprattutto partendo dal presupposto che dei 20 milioni di euro ottenuto annualmente da questo Stato, più delle metà viene destinato ai vizi della corte. Ma la lista è lunga e comprende anche Kenya, Nigeria, la Libia di Gheddafi oltre al Sudafrica di Nelson Mandela e del suo attuale discepolo Tabo Mbeki, che circola su una S600L. Ma il nemico è lui e sempre lui, George W.Bush. Il quale, nonostante si sia dichiarato favorevole a un maggiore impegno finanziario per aiutare davvero lo sviluppo dell’Africa e non dei suoi satrapi, ha preannunciato chiaramente che al G8 non accetterà «accordi in stile Kyoto sui cambiamenti climatici». Già, perché con la scusa della giustizia sociale e sull’onda emotiva dei divi che schioccano le dita mentre lo schermo rimanda immagini di bimbi denutriti, qualcuno vorrebbe ratificare in Scozia un documento sulla falsa riga di quella colossale baggianata scientifica nata per limitare le emissioni e finita per diventare una stinta bandiera dell’ambientalismo engagè. E questo non lo dice il presidente Usa ma l’ambientalista Bjorn Lomborg che ha definito inutile il trattato perché non farebbe altro che rinviare di pochi anni l’innalzamento della temperatura planetaria: anziché nel 2100 l’aumento si verificherebbe nel 2106. Secondo alcuni la previsione di Lomborg in realtà è ottimistica: il britannico ‘Institute for Public Policy Research’, nella persona del suo vicedirettore Tony Grayling ha fatto sapere a suo tempo che «Kyoto non fermerà il cambiamento climatico», e ha stimato che, anche in caso di applicazione letterale del protocollo, le emissioni nell’atmosfera aumenteranno del 70 per cento nel corso del secolo. Cominciamo a parlare sul serio e continuiamo a dare retta a Geldof e Jovanotti?


di Bottarelli Mauro

Tempi num.28 del 05/07/2005