Contro il delirio antinatalista: c’è posto per tutti

Vita: altri temi

Non è vero che bisogna fare meno figli perché le risorse scarseggiano.
L’uomo è dotato di una fonte energetica illimitata: l’intelligenza

Alcuni assunti fondamentali della pubblicistica attuale sono presentati come fossero verità lapalissiane e condizionano i comportamenti di intere masse. Uno di essi è il calcolo statistico antinatalista sulla popolazione del mondo. Se la matematica non è un’opinione, l’operazione è presto fatta: eccesso di popolazione rispetto ai prodotti disponibili per la sopravvivenza; dunque necessità di riduzione della popolazione mondiale. Ora, se i bisogni fondamentali dell’uomo sono mangiare, bere e fare sesso e l’ultimo di essi ha lo spiacevole effetto di aumentare la popolazione e quindi di creare nuovi concorrenti al consumo dei beni disponibili, evidentemente la natura ha fatto male i conti e perciò l’ultimo imperativo categorico sarà quello di correggere le sue incongruenze ricorrendo ad anticoncezionali, profilattici e – perché no? – anche all’aborto e alla sterilizzazione. Come affermano, tra gli altri, Mary S. Calderone e Eric W. Johnson in “The Family Book About Sexuality”, 1981: “Se la riproduzione umana non è presto ridotta drasticamente, la nostra terra conterrà più persone di quante il suo spazio e le sue risorse possano assolutamente sostenere… La fertilità umana deve in qualche modo essere ridotta. Se non lo è, il disastro è inevitabile.”
Quel “in qualche modo” in altri documenti viene ampiamente specificato: pillola, diaframma, condom, vasectomia, legamento tubale, aborto, sterilizzazione ecc. Se poi anche nelle nazioni occidentali, come già avviene in alcuni paesi del terzo mondo, un giorno queste misure di controllo potranno essere imposte dallo stato – mentre oggi si sbandierano come una conquista della libertà – è una questione riservata ai moralisti statistici del futuro.
Ma le premesse apparentemente tanto razionali di questo ragionamento non sono poi così evidenti. Infatti il calcolo delle risorse non può essere fatto ignorando il fattore “intelligenza umana”. Secondo l’economista controcorrente Julian Simon non si può porre un limite alle risorse, giacché esse sono “create” dall’intelligenza dell’uomo, che è una risorsa infinitamente rinnovabile: carbone, petrolio e uranio non erano risorse finché non divennero patrimonio della conoscenza dell’uomo. “In breve” egli scrive, “poiché troviamo nuovi filoni metalliferi, inventiamo migliori metodi di produzione e scopriamo nuovi sostituti, l’ultimo vincolo alla nostra capacità di usufruire di illimitate materie prime a prezzi accettabili è la conoscenza. E la sorgente della conoscenza è la mente umana. In ultima analisi dunque il limite risolutivo è l’umana immaginazione e l’esercizio di ben formate abilità”. Posta questa premessa egli conclude, contro gli antinatalisti: “Perciò un aumento degli esseri umani costituisce un apporto all’essenziale riserva delle risorse, mentre provoca nello stesso tempo un addizionale consumo delle medesime” (J. Simon, “Population Matters”, 1996). Quindi puntualizza: “Il principale meccanismo economico opera nel modo seguente: l’aumento della popolazione e l’incremento delle entrate dilatano la domanda tanto delle materie prime quanto dei prodotti lavorati. L’effettiva e prevista insufficienza dei beni che ne risulta provoca l’aumento dei prezzi delle risorse naturali. I prezzi aumentati fanno scattare la ricerca di nuovi mezzi per soddisfare la domanda, e presto o tardi si trovano nuove sorgenti e sostituti innovativi. Infine queste nuove scoperte portano a risorse naturali più a buon mercato di quando è incominciato il processo, lasciando l’umanità in condizioni migliori che se l’insufficienza dei beni non fosse sopravvenuta. Lo sviluppo di nuove fonti di energia, dalla legna al carbone al petrolio all’energia nucleare, esemplifica questo processo”.

E’ noto che la posizione di Simon ha suscitato e continua a suscitare accese discussioni. In particolare si osserva che la sua negazione di un limite obiettivo delle risorse fisiche e della validità delle prospettive apocalittiche degli ecologisti appare paradossale e irrealistica. Rimandando ad un altro momento una discussione più approfondita di questo punto piuttosto complesso, per il momento osserviamo soltanto che, anche ammettendo – e non saremo noi a negarlo – che dal punto di vista fisico le risorse non sono infinite, nella pratica non è poi così facile determinarne il limite. Per quanto riguarda le prospettive apocalittiche degli ecologisti, non sono pochi a dare ragione, almeno parzialmente, a Simon. Fra questi è l’economista danese Bjorn Lomborg, che nel suo libro “The Skeptical Environmentalist” (Cambridge University Press, 2001) ridimensiona radicalmente gli scenari degli ecologisti. Naturalmente anche quest’opera ha suscitato una marea di polemiche, ma la sua stessa amplissima diffusione e lo stimolo positivo che essa ha rappresentato per numerosi ricercatori, che l’hanno accolta con favore, sembra indicare la sua almeno parziale validità.

Ma per il nostro discorso queste differenti valutazioni, come vedremo, hanno importanza molto relativa. Ciò che è certo è che ridurre l’uomo a fame-sete-sesso e le risorse a un dato puramente materiale non è legittimo: l’uomo è anche intelligenza e perciò l’uomo è anche risorsa, anzi è la risorsa fondamentale, senza la quale le altre neanche lo sarebbero. Naturalmente oltre all’intelligenza l’uomo ha anche la volontà. Come scrive Simon: “La risorsa primaria sono le persone – specialmente giovani persone capaci, animose e piene di speranza – le quali metteranno in opera la loro volontà e la loro immaginazione per il proprio vantaggio e perciò, inevitabilmente, per il vantaggio di tutti noi”.

Come vedremo, le prospettive che qui si aprono sono assai suggestive. Per il momento vorremmo semplicemente osservare che gli stessi statistici antinatalisti dimostrano come l’uomo di fatto non sia mosso soltanto, e neanche principalmente, da fame-sete-sesso. Lo statistico malthusiano è la prova vivente del contrario di ciò che afferma: sono l’intelligenza e la volontà che danno vita alla sua campagna antinatalista. Di fatto tutti i motivi da lui addotti non agiscono, né possono agire, se non come idee e come deliberazioni della volontà. Egli stesso dunque dimostra che sono l’interiore concetto e la libera volontà a guidare gli uomini, e proprio gli argomenti del suo razionalismo economico ci forniscono le dimensioni e l’efficacia della sua fervida “creatività.”
Lo spauracchio dell’aumento della popolazione, che determina il comportamento delle masse, non è certamente una causa fisica. E’ invece un’idea che determina una volontà. Sono state questa idea e questa volontà a mettere in movimento organizzazioni internazionali e governi, pensatori e scienziati. Per esse sono stati fatti convegni, pubblicazioni, interventi legislativi. Esse hanno ispirato ricerche biologiche, iniziative pratiche su larghissima scala, produzioni industriali, speculazioni finanziarie, campagne pubblicitarie, movimenti politici, polemiche confessionali, interventi papali.

Tutti questi non sono certamente effetti della pressione spalla a spalla degli uomini tra loro in un mondo superaffollato. Sono effetti di un pensiero, iniziative di una libera volontà, speculazioni mistiche sui numeri e meno mistiche sui guadagni delle case farmaceutiche. E’ l’ossessione della globalizzazione astratta che ubriaca gli spiriti, impedendo loro di vedere la contraddizione di chi opera la riduzione dell’uomo a fame-sete-sesso e delle risorse a presumibili giacenze materiali e su questa base fa grandi progetti di una nuova organizzazione mondiale con sperticate acrobazie mentali e audaci strategie operative. E’ evidente che questa contraddizione dimostra la validità delle argomentazioni di Simon.

Ma di fatto il suo ragionamento è troppo unilaterale e non è abbastanza conseguente e perciò finisce per condurre ad affermazioni erronee. Egli infatti non rende piena giustizia all’intelligenza e alla volontà. Certamente egli ha avuto il merito di segnalare agli economisti l’imprescindibilità, per la creazione della ricchezza, delle energie racchiuse nell’interiorità umana, ma poi questa interiorità l’ha indebitamente mortificata. Del resto lui stesso ci mette sulla strada per superare il suo punto di vista. Egli infatti racconta che la sua intuizione nacque quando, visitando un campo di sterminio, gli avvenne di pensare: tra tante persone soppresse non ci sarebbe stato forse un altro Michelangelo, un altro Mozart, un altro Einstein? Vorremmo osservare: forse Michelangelo e Mozart furono scienziati o tecnici? Dunque Simon stesso riconosce che l’intelligenza e la volontà umana hanno altri ambiti e altri bisogni che non siano quelli della tecnologia. L’arte, la filosofia, la morale, la religione non rientrano nell’ambito dell’intelligenza dell’uomo e non rispondono alle più profonde aspirazioni della sua volontà?

Ora non ci sembra che riguardo a tali ambiti e a tali bisogni si possa dire che il capitale della cultura umana stia crescendo qualitativamente e quantitativamente. Un’intelligenza soltanto tecnica – quale è assai spesso l’intelligenza moderna, che anche Simon e Lomborg vorrebbero unilateralmente promuovere – può valutare e proteggere la bellezza della natura e dell’arte? Può comprendere il valore della musica e della poesia? Può istruirci sugli obblighi della nostra condotta morale, sui principi della filosofia e della religione? E una volontà a cui è negato l’accesso ad una felicità che non si identifichi con il sesso, il potere e il denaro, o comunque con il benessere materiale, ad un amore non egoistico e non sensuale della bellezza, della bontà, della virtù, della fedeltà coniugale, della responsabilità paterna e materna, della vita semplice e modesta, del contatto con la natura, della pace dell’anima, dei beni spirituali, di Dio, si accontenterà di una vita sobria e appagata dai peccatucci permessi dallo stato? Trovandosi insoddisfatta nelle sue più profonde aspirazioni, non si esaspererà piuttosto in orge di divertimenti, di lusso, di viaggi, di alcool, di droga, di sesso, di rave party, di brividi di velocità, di violenza, di sadomasochismo, di satanismo e quant’altro?

Lo stesso Simon, quando afferma che la crescente disponibilità delle risorse aprirà un maggiore accesso al soddisfacimento dei desideri umani, non addita senza volerlo la strada alle peggiori aberrazioni della volontà di godimento? Scrivono Barbara Ward e René Dubos: “In una delle prime mitologie occidentali, il fuoco non è un dono benefico… Con questo nuovo potere e capacità di dar forma al suo ambiente, l’uomo è visto nella mitologia greca come esercitante il ruolo proprio di un dio, creatore, innovatore, ricostruttore del suo mondo e di se stesso. Questa è la sua dignità e libertà. Ma è potenzialmente la via al presuntuoso orgoglio e a un’arroganza pronta a traboccare nel rischio della distruzione… Un modo di considerare questa grande espansione in personali opportunità è stato suggerito dal dott. Buckminster Fuller, il quale, trent’anni fa, fece una stima della quantità di energia muscolare necessaria per produrre il quantitativo di potenza allora disponibile e suggerì che ogni americano aveva l’equivalente di 153 schiavi che lavoravano per lui. Oggi la figura probabilmente sarebbe più vicina a 400 schiavi…Non sappiamo se quelli che ora usufruiscono di questi livelli di vita ne vorranno di sempre più elevati – per esempio un accrescimento da 400 a 1000 schiavi-energia entro i prossimi vent’anni – benché il comportamento passato dei ceti ricchi non suggerisca che l’appetito diminuisca mangiando”. (“Only One Earth”, Penguin Books, 1972).

Già cent’anni fa un pensatore più profondo di Simon scriveva che, nel mito di Prometeo, “nelle profondità dell’anima… non si vede soltanto lo smisurato contingente di forza e di vita apportato nella società umana dalla signoria sulle forze naturali, ma si presenta altresì con profondo orrore lo smisurato orgoglio che invaderà gli uomini all’apogeo della loro potenza, e la sfrenata cupidigia che verrà in loro scatenata dalla possibilità di disporre a piacimento del mondo delle forze.” (Friedrich Wilhelm Förster, “L’istruzione etica della gioventù”, S.T.E.N., 1911). E, rivolto alla gioventù del suo tempo, al fine di sottolineare l’ineludibile importanza della formazione del cuore e dello spirito più che dell’intelligenza tecnica, scriveva ancora: “I vostri padri ed i vostri nonni hanno compiuto un lavoro immenso in questo trionfo sulle forze della natura… Quale sarà ora il vostro lavoro? Io credo che il compito che vi aspetta sia infinitamente più difficile, ma anche infinitamente più grande e più importante. E se non lo adempirete, anche tutte le altre glorie non serviranno a nulla e saranno soltanto una fonte di lutto e di maledizione per l’umanità. Voi dovete lavorare affinché gli elementi selvaggi nell’anima umana siano domati una volta per sempre; questi, come cattivi geni, distruggono sempre ciò che la ragione e l’amore hanno creato” (“Il Vangelo della vita”, S.T.E.N., 1909). Queste osservazioni ci fanno comprendere quanto sia erronea una valutazione della tecnologia non integrata da altri fattori assolutamente fondamentali per la vita umana e perciò più importanti. Non sarebbe anzi auspicabile un nuovo tipo di tecnologia, attenta non soltanto agli equilibri ecologici, ma ancor più alla salvaguardia psicofisica e morale dell’uomo e alla sua profonda connessione con essi?

Dunque quelle che sarebbero state, se ben valutate e formate, le vere sorgenti della ricchezza, sono diventate le più esiziali cause del consumo delle energie, del degrado dell’ambiente, dell’imbarbarimento della civiltà. Ma proprio la permissione e la sfacciata propaganda dei sistemi anticoncezionali, teorizzata e promossa come un dovere morale dall’ideologia antinatalista, è stata la prima causa di degrado delle energie spirituali dell’uomo, soffocandole nel sesso emancipato dall’amore e dalla responsabilità, abbassando il tono morale la gioventù e avviandola ad una vita senza ideali superiori e perciò preda indifesa degli stimoli più sensuali, per giunta eccitati artificialmente per egoistici motivi commerciali. Un’ampia documentazione sul fenomeno qui accennato, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, si trova in Jacqueline Kasun, “The War Against Population” (Ignatius Press, 1988). Nei vent’anni trascorsi dalla pubblicazione di questo volume la situazione è tutt’altro che migliorata.
Secondo un’intervista rilasciata recentemente da Bjorn Lomborg, gli economisti più autorevoli di diverse nazioni e di diverse tendenze, da lui interrogati, si sono trovati d’accordo nello stabilire la seguente gerarchia di priorità: Aids, malnutrizione, libero commercio, malaria.

A loro volta i politici indicavano come obiettivi prioritari: salute, acqua potabile, scolarità, nutrizione. A nostro umile giudizio – confortato, oltre che da dati di fatto, da un’antichissima tradizione dell’oriente e dell’occidente – la priorità assoluta, anche per l’economia, va data alla formazione etica della gioventù. La stessa prevenzione dell’Aids dipende più da essa che dall’uso dei condom, i quali possono essere un’ultima ratio inevitabile – di efficacia del resto discussa – ma nella misura in cui contribuiscono al degrado morale della gioventù costituiscono invece una causa gravissima e incontrollabile della diffusione dell’Aids, tanto più quando intervengono cinici interessi commerciali. Dunque i deliri statistici degli antinatalisti e le loro previsioni catastrofiche, ripetutamente smentite dai fatti, che occultano alle masse le risorse preziose della loro intelligenza e della loro libertà, appaiono come l’oppio dei popoli, come una deteriore mistica dei numeri, come un perverso velo di Maia gettato sugli uomini per chiudere i loro occhi alle realtà meravigliose che essi potrebbero progettare e realizzare. Se la casta che si crede intelligente e che vorrebbe dominare su una mandria di esseri senza coscienza, anche se ha una cognizione assolutamente inadeguata della realtà, è stata capace di farneticare una ristrutturazione globale del mondo e di mettere tutto a soqquadro per realizzarla, con immaginazione e creatività degne di miglior causa, cosa non potrebbero programmare intelligenze aperte ad ogni verità sul mondo, sull’uomo e su Dio?

E’ stato giustamente osservato da più parti che il difetto dell’intelligenza moderna non è ciò che si potrebbe chiamare legittimamente un “materialismo”, ma è uno spiritualismo deteriore, ovvero un intellettualismo disincarnato, per il quale le idee cognitive, morali e operative non sono fondate nella realtà fisico-intelligibile del mondo e dell’uomo, ma aleggiano in un’irreale mondo di astrazioni, in uno strano collage di concetti matematici e di illimitati desideri illusori lontani dalla vita reale. Tale “mistica” deteriore è stata propagandata come la vera cultura dell’uomo moderno. Ma una vera vita spirituale deve fondarsi sul rispetto dell’individualità concreta dell’uomo, in cui le funzioni superiori della socialità e dell’amore non possono svilupparsi se lo spirito non adempie prima l’indispensabile compito di governare, secondo le esigenze della sua natura, il mirabile composto psico-organico umano.

Se non si compie questo percorso – come era richiesto dalla morale tradizionale – e si sviluppa invece un intellettualismo astratto che lascia – o piuttosto costringe – la vita organica nel disordine sensualistico, cose ne può nascere se non un individualismo anarchico innaturalmente innestato a un utopismo disincarnato e dispotico? Al contrario, quali cambiamenti interiori ed esteriori non potrebbe mettere in atto una vita spirituale sana per arricchire spiritualmente e materialmente i popoli e per redimere da condizioni di degrado tante famiglie in miseria senza ricorrere ad espedienti che, invece di apportare un vero rimedio alla loro indigenza materiale e morale, pretendono di ovviare agli inconvenienti che ne derivano favorendo il logoramento dei corpi e la depressione degli animi? Ma ovviamente per i governi malthusiani è più comodo lasciare le famiglie in condizioni inumane se si può fare in modo che ciò non crei problemi. Tanto più se si convincono le stesse famiglie povere a collaborare con mezzi che, oltre ad ottenere la loro sterilità, le debilitano fisicamente e moralmente, togliendo loro l’energia spirituale e la volontà di lottare per un cambiamento sostanziale della loro condizione.

di Massimo Lapponi, Il Foglio, 3 gennaio 2009