Con Putin monumenti solo ai grandi criminali sovietici

Socialismo

Bukovskij: un monumento per le vittime dei gulag


“Durante l’era Eltsin ci furono svariati tentativi di costruire un monumento alle vittime dei campi di concentramento… Ma dopo Eltsin, nessun progetto di questo tipo è stato preso in considerazione. Al contrario, sotto il governo Putin sono stati eretti monumenti a Yuri Andropov (uomo del Kgb, ideatore dell’internamento dei dissidenti in ospedali psichiatrici) e Marshall Zhukov (eroe militare, comandante di reggimento). La ragione di tutto ciò sta nella permanenza al potere di gran parte della nomenclatura sovietica, che condiziona tutt’ora molti altri aspetti della Russia di Putin. Non abbiamo avuto alcun tribunale di Norimberga…

Vladimir Bukovskij, letterato e storico russo, esponente della dissidenza sovietica, vive a Cambridge dal 1976, anno d’inizio del suo esilio in Inghilterra.
Ha raccolto la sua testimonianza di ex dissidente in un libro tradotto in Italia da Feltrinelli nel 1978, Il vento va e poi ritorna. Il libro descrive a fondo la sua esperienza personale dei lati oscuri del regime sovietico post-stalinista.
La sua pubblicazione più recente è una raccolta di atti segreti del Partito Comunista Sovietico (Pcus) da lui personalmente, e a proprio rischio, trafugati dagli archivi di Stato (Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano, 1999). Dal 1999 presiede i Comitati internazionali per le libertà, un’organizzazione che opera in Italia e all’estero per il riconoscimento delle libertà fondamentali dell’individuo nei Paesi dove ancora resistono le dittature. Una manifestazione a favore del ricordo delle vittime dei gulag ha avuto luogo a Roma il 7 novembre del 2003, promossa e coordinata dai Comitati stessi. Lo scopo è quello di non dimenticare e perciò abbiamo chiesto a Bukovskij di aiutarci a mantenere viva la memoria.
Gli intellettuali russi hanno svolto una funzione politica fondamentale nel segnare le tappe della storia del regime sovietico. Può raccontarci la sua esperienza?
“Ho speso circa dodici anni fra diverse prigioni, campi di lavoro e ospedali psichiatrici. Sono stato espulso dall’università nel 1961 e arrestato nel 1963. Sono stato poi rilasciato e arrestato innumerevoli volte e sempre a causa del mio sostegno a intellettuali dissidenti come Andrej Siniavskij, irriducibile letterato difensore della libertà artistica, o Aleksandr Ginzburg, editore e giornalista di samizdat (giornali clandestini, ndr), entrambi condannati come me al gulag e poi mandati in esilio. Se è mai esistito Dreyfus in Unione Sovietica credo sia proprio Siniavskij. Dopo l’ “Affaire Siniavskij-Daniel”, un processo che lo vide imputato per “attività antisovietiche” nel 1966 insieme al poeta Julij Daniel, l’Occidente per la prima volta si interessò alla nostra reale situazione. Per la prima volta anche da noi, nella nostra morta società, sorgeva il germe dell’opinione pubblica. Ai nostri occhi cominciava il movimento per la difesa dei diritti del cittadino.”
I gulag rappresentavano un sistema di detenzione organizzato a fini economici e politici dal regime stalinista. Quali conseguenze di lungo periodo hanno prodotto sulla realtà economica della Russia di oggi? A suo avviso le scelte politiche della Russia di Putin sono condizionate da quel passato?
“Il lavoro dei prigionieri dei gulag è stato parte integrante dell’economia sovietica in vista della costruzione del socialismo. Così furono create le grandi opere del comunismo, con l’invio forzato nei “cantieri dell’economia popolare”. Esistono ancora gigantesche fattorie, centrali idroelettriche, strade e canali che furono costruiti dai prigionieri. E ancora sono in piedi dei giganteschi complessi industriali militari, gli stessi che hanno portato l’Unione Sovietica alla definitiva bancarotta. La Russia naturalmente ha ereditato questa economia e in seguito ha fatto veramente poco per cambiarla. Tuttavia il lavoro svolto dai prigionieri è oggi in gran parte inutilizzato nel sistema economico moderno. Per quanto riguarda l’agenda politica di Putin credo che sia più orientata a restaurare il passato sovietico che a smantellarlo.”
Parliamo della memoria dei russi di oggi. Non esiste un monumento nazionale che ricorda le vittime dei campi di concentramento sovietico. Come se ci fosse stata una sorta di complessiva volontà di rimozione del passato. Perché? Quanta parte della responsabilità dell’assenza di elaborazione del passato va attribuita alle élites dirigenti russe di oggi?
“Durante l’era Eltsin ci furono svariati tentativi di costruire un monumento alle vittime dei campi di concentramento. Un mio amico e grande scultore, Ernst Neizvestny, ha creato in quegli anni, praticamente a sue spese, un monumento a Magadan (Kolyma). Eltsin sostenne l’iniziativa pubblicamente, sebbene il suo governo non avesse contribuito alla realizzazione. Ma dopo Eltsin, nessun progetto di questo tipo è stato preso in considerazione. Al contrario, sotto il governo Putin sono stati eretti monumenti a Yuri Andropov (uomo del Kgb, ideatore dell’internamento dei dissidenti in ospedali psichiatrici) e Marshall Zhukov (eroe militare, comandante di reggimento). La ragione di tutto ciò sta nella permanenza al potere di gran parte della nomenclatura sovietica, che condiziona tutt’ora molti altri aspetti della Russia di Putin. Non abbiamo avuto alcun tribunale di Norimberga, nessun “programma di decomunistizzazione” come fu per la Germania dopo la seconda guerra mondiale. Al contrario, il Kgb è oggi presente nella maggior parte delle strutture di potere. Non sorprende se queste persone non desiderano ricordare i gulag.”
Il problema dei gulag non è solo un problema di coscienza storica russa, ma anche occidentale. Che cosa ha fatto l’Occidente per aiutarvi? E soprattutto che cosa hanno fatto gli intellettuali occidentali?
“A partire dal 1917 e durante l’era stalinista, molti tra gli intellettuali occidentali simpatizzavano col regime sovietico ed era come se rifiutassero di considerare negativamente l’esistenza di gulag. Per ideologia molti di loro hanno approvato, o giustificato, le repressioni politiche. La loro percezione del fenomeno Gulag si riduceva alla comparazione con l’agonia di un parto. Uno di loro, il filosofo francese Sartre, sentendo parlare di gulag, immediatamente disse: “Anche se fosse vero, non dovrebbe essere ripetuto spesso, perché disilluderebbe i lavoratori di Lione”. Dopo la seconda guerra mondiale era impossibile nascondere il numero di informazioni sempre più elevato che circolavano sui campi stalinisti. Un crescente numero di intellettuali sono così diventati diffusori della conoscenza del fenomeno. Molti tra questi sono stati ostracizzati. Per le informazioni c’è stata una svolta nel 1957, dopo la denuncia di Kruscëv al XX congresso del Pcus, e dopo il rilascio di molti prigionieri politici. Sotto il successivo governo Brezhnev, quando io fui imprigionato, molti intellettuali dell’Ovest manifestarono per il rilascio mio e di tutti gli altri prigionieri politici. Alcuni di essi sono divenuti poi miei amici. Così, infine, ci aiutarono.”


di Marta Brachini
Avvenire 22 Settembre 2004