Cofferati stoppa la moschea. Ma non troppo

I diversi islam

ISLAMOPOLI SOTTO LE DUE TORRI

Vinta solo una battaglia. Ma torneranno alla carica

La rabbia popolare ferma i lavori ma il sindaco già pensa a un referendum per farla da un’altra parte…

di RENATO FARINA

Non caschiamoci, almeno noi, no. Ieri il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, non ha bloccato la costruzione di un luogo di culto per i poveri musulmani che non sanno dove andare a pregare. Ha fermato – provvisoriamente, ahimè – la costruzione di una vera e propria cittadella comandata da estremisti. Un fortilizio: questa è, nei progetti di chi l’ha ideata, la moschea più grande d’Europa. Moschea non è luogo di culto. Non c’entra con la nostra idea di chiesa o di cattedrale. È un luogo sottratto alla sovranità di qualunque Stato che non abbia per legge il Corano. Nella moschea è indistinguibile, proprio per la natura dell’islam, ciò che è religioso e ciò che è tutto il resto, cioè cultura, organizzazione sociale, politica. Il problema è che “tutto il resto” nel caso dell’islam è esattamente ciò che oggi più somiglia alla morte della libertà e del diritto. La predicazione dell’odio è la padrona di gran parte dei locali dove si radunano i fedeli ad ascoltare l’imam. Bologna era il colmo dei colmi. Qualcosa che avrebbe dovuto far rizzare i capelli al ministro Giuliano Amato e forse anche a Romano Prodi, visto che è della città. Qui ci attribuiamo qualche merito. Non c’entra la provocazione maialesca di Calderoli. I musulmani se ne sbattono del purismo, avrebbero costruito il loro castello turrito e con capaci cantine e bazar, anche sulle cotiche con o senza verze. Come si fa a non capire che quello che importa ai capatàz e agli intellettuali islamici tipo Ramadan, su cui tanto si è discusso se parlargli o no, è la possibilità di usare le nostre leggi e il nostro diritto per riempirlo della loro merce che soffocherà i diritti nati dalla nostra cultura? Ed ecco che stavolta ha vinto la legge. Se gli islamici sono bravi a soffocarci con citazioni dei nostri codici, allora devono ingoiare un fatto piuttosto tecnico messo in rilievo da Andrea Morigi su Libero. Nel terreno ceduto dal Comune di Bologna per questo santuario non del tutto santo passa un gasdotto di importanza militare: è destinato a rifornire le forze della Nato. Un cittadino italiano non potrebbe tirare un colpo di piccone su quelle zolle. Un cittadino italiano convertito all’islam invece sì? Questo è il punto che ha deciso – si suppone – il sindaco Cofferati a dare l’alt! A questo punto deve essere consentito di fare un referendum, come del resto impone lo statuto cittadino. Non si tratta di votare su un diritto religioso, ci mancherebbe. Esistono prerogative della persona che non si possono mettere in questione. Non siamo arabi, se un musulmano vuole praticare la sua fede in Italia, avanti, si accomodi, si inginocchi, si inchini. Se un ateo come capitò al comunista Garaudy o più di recente al terrorista Carlos oppure un cattolico vuole abbracciare il Corano, nessuno lo toccherà. Ma almeno il regolamento edilizio, quello vi tocca rispettarlo, signori Imam. E magari i cittadini possono non gradire un regalo del loro comune quantificato in 7,5 milioni di euro. Mi rendo conto. Fermare una moschea che diventerebbe assai probabilmente un luogo da cui lanciare la guerra santa contro l’Occidente impugnando una delibera per un motivo del tubo, sia pure Nato, non è bello. Somiglia alla condanna di Al Capone per evasione fiscale. Ma intanto tiriamo il fiato. Non siamo cattivi a scrivere così. Vogliamo semplicemente impedire che acquistino peso e potere quei musulmani che hanno la guida intellettuale e morale della comunità islamica di Bologna, quelli dell’Ucoii. C’è bisogno di ricordare che è la sigla che controlla più del 50 per cento delle circa 700 moschee italiane? E che ha firmato un manifesto a pagamento in cui parificava gli israeliani ai nazisti? Di recente uno dei suoi leader storici, Hamza Piccardo, ha pubblicato, sul sito internet che fa scuola tra i musulmani, una fatwa in cui si impone l’assassinio di chi si converta dall’islam a un’altra fede, qualora lo faccia con pubblici annunci: è “Tradimento supremo”. E la traduzione dall’arabo nella nostra lingua è stata squisitamente condotta da un italiano che si è convertito dal cattolicesimo all’islam. Ora è diventato il capo della moschea di Bologna El Nour, si chiamava Andrea Merighi ora è Abu Yasin. Proprio l’uomo a cui Cofferati aveva dato il consenso al trasferimento nella nuova sede ora bloccata. Verrebbe voglia di chiedergli se sarebbe contento se si applicasse tra noi il suo dotto insegnamento sugli apostati: qualcosa si deve pur imparare dalla civiltà islamica. Ma non abbiamo voglia di scherzare. C’è qualcosa di troppo serio in ballo. C’è di mezzo non la libertà di culto degli islamici, ma la nostra libertà. Per il momento alziamo il calice, lessiamo un cotechino. Affettiamo una fetta di mortadella. A proposito, era direttore di questa stessa moschea di Bologna quel Nabil Bayoumi che il 7 settembre del 2005 fu filmato da una telecamera nascosta di Matrix (Canale 5) mentre esaltava Bin Laden e i kamikaze palestinesi. Non fu espulso. Amato a chi glielo ricordava ha detto in Parlamento lo scorso 11 aprile: «Non è possibile espellere qualcuno sulla base di una trasmissione televisiva». Bella logica. Con la prova tivù si può espellere Zidane da una partita, ma buttar fuori un filo terrorista no. Siamo su “Scherzi a parte”.

LIBERO 19 settembre 2007