Cina alla conquista dell’Africa: armi in cambio di petrolio.

Socialismo

La Repubblica popolare cinese si allea coi tiranni africani
Usa le milizie islamiche del Sudan come braccio armato per garantire la sicurezza dei suoi interessi e si assicura il 50% della produzione di un paese da 500.000 barili di greggio al giorno

 La Cina sta conquistando l’Africa, un’impresa in cui non era riuscita l’Unione Sovietica. Ma non vuole imporre il comunismo, le basta l’islam. La sua immensa sete di petrolio l’ha spinta a puntare verso l’Africa e, in particolare, verso il Sudan, Paese retto da un governo islamico che si è sporcato le mani del sangue di decine di migliaia di persone in una lunga guerra civile. Una guerra combattuta anche per interessi cinesi. Combattuta con armi cinesi. Nella sfida tra oriente e occidente, l’Africa, grazie alle sue immense riserve petrolifere, sta assumendo un’importanza sempre maggiore e sta diventando un potenziale alleato che Usa e Cina, i primi due consumatori al mondo di petrolio, si stanno contendendo. La lotta, però, non viene combattuta ad armi pari: da una parte, Washington impone ai partner con cui stringe accordi un rigido rispetto dei diritti umani e una trasparenza nella gestione degli accordi commerciali che pochi Paesi africani soddisfano. Dall’altra, Pechino non ha problemi a fare accordi senza alcuna condizione ” ideologica”. Anzi, sembra esserci un filo che lega la posizione cinese e quella islamica riguardo l’inutilità del concetto di diritti umani. Una sorta di mezzaluna gialla nel fare business. La politica ufficiale cinese è quella della non interferenza su questioni interne ad altri Paesi. Insomma, come ha dichiarato il vice- ministro degli esteri cinese Zhou Wenzhong, «Business is business. Gli affari sono affari, e noi cerchiamo di tenerli separati dalla politica». Evidentemente poi, poco importa se per fare affari si devono vendere armi ad alcuni paesi africani. Già, perché per ottenere il controllo del petrolio africano, la Cina sta andando ben oltre il livello della semplice sfida commerciale. In Zimbabwe, ad esempio, Pechino ha sostenuto il regime autoritario di Robert Mugabe, a cui ha venduto armamenti per 200 milioni di dollari. Tra il 1998 e il 2000, durante la guerra tra Etiopia ed Eritrea, ha stretto accordi militari con entrambi i Paesi per un totale di un miliardo di dollari. Il Paese in cui l’influenza cinese è stata più forte è però il Sudan. Il più vasto Stato africano è da anni teatro di una violenta guerra civile tra governo arabo e islamico e opposizione nera. Secondo organizzazioni per la tutela dei diritti umani, come Human Rights Watch, il governo ha organizzato e armato le milizie che hanno poi ucciso più di 70.000 persone nella regione del Darfur e nel sud del Paese. Guarda caso, il Sudan è uno dei principali produttori di petrolio del continente con 500.000 barili al giorno e la Cina ha comprato oltre il 50% della sua produzione di greggio. Guarda caso, la Cina è il suo principale fornitore di armi. Secondo quanto dichiarato da Lam Akol, ministro dei trasporti sudanese dal 1998 al 2002, e ora leader dei ribelli, il governo spende l’ 80% dei ricavi da petrolio per comprare armi. Cinesi. Insomma, il Sudan è diventato una sorta di colonia cinese. Pechino vende fucili, munizioni, carri armati, elicotteri e mine antiuomo all’esercito sudanese che poi gioca al tiro al bersaglio contro gli infedeli antigovernativi, colpevoli di non credere in Allah e, soprattutto, di vivere in zone ricche di giacimenti petroliferi. Viste le enormi cifre che entrano nelle casse sudanesi dalla vendita di petrolio ai cinesi, per il governo è essenziale che Pechino faccia tranquillamente i suoi affari. La Cina utilizza quindi il Sudan e il suo esercito come braccio armato per garantire la sicurezza dei suoi interessi nel Paese e per eliminare gli ostacoli che incontra. Secondo quanto testimoniato dalla Civilian Protection Monitoring Team, un’organizzazione non governativa statunitense, nel 2002, truppe governative avrebbero «ripulito la strada per l’esplorazione petrolifera e creato un cordone sanitario attorno ai giacimenti» nel sud del Sudan. Tradotto significa che la Cina voleva procedere con nuove trivellazioni per avere più petrolio in una zona popolata da gruppi non islamici e antigovernativi. Il governo sudanese è intervenuto bombardando una città utilizzando aerei ed elicotteri da guerra cinesi e ha poi inviato 7000 soldati armati di fucili cinesi. Secondo le testimonianze, circa 3000 persone sono morte e la Cina ha potuto procedere con le trivellazioni. Infischiandosene dei diritti umani e della democrazia, Pechino sostiene uno “stato canaglia”, un governo islamico che anni fa offrì un rifugio sicuro a Osama Bin Laden e che oggi è direttamente e indirettamente responsabile della morte di 70.000 persone. L’Africa ” gialla”, la mezzaluna “gialla”, è legata a doppio filo con lo sponsor comunista e ne segue gli esempi nella violazione dei diritti umani. Business is business.


di Paolo Fontana
Libero 26 febbraio 2006