Chi ha inventato il disprezzo del gentil sesso

Politiche per la donna

Il nemico della donna non sta in Vaticano, leggere Diderot per credere


La misoginia della Chiesa è una fola che non regge neppure alla prova della storia…


di Francesco Agnoli

Sulla concezione che il cattolicesimo avrebbe della donna se ne sentono tante: raramente qualcuno che ricordi quello che Cristo ha significato per la nobilitazione del genere femminile. Eppure basterebbe leggere il Vangelo, con lo stuolo di donne di cui il Salvatore era circondato. Oppure pensare a Maria, una umile donna chiamata ad essere “figlia di suo Figlio, termine fisso d’eterno consiglio”: qualcosa di inconcepibile, per qualsiasi religione. La misoginia della Chiesa è una fola che non regge neppure alla prova della storia. Nel cristianesimo, sin dall’origine, le donne hanno un ruolo centrale: dalla Maddalena, alla miriade di martiri dei primi secoli, a santa Monica, vera autrice della conversione di Agostino… Anche per molti eventi politici dei primi secoli del cristianesimo vale il detto “cherchez la femme”. Pensiamo a Elena, madre dell’imperatore Costantino; alla principessa Clotilde, che converte Clodoveo, re dei Franchi; a Teodolinda, che porterà i longobardi al cattolicesimo; a Berta, che nel VI secolo converte il marito Etelberto, duca di Kent… Perché tante donne? Perché il cristianesimo muta profondamente la condizione femminile: con Giustiniano viene tolto dal diritto romano lo ius vitae ac necis del marito sulla moglie e sui figli. La Chiesa rinnova l’istituto del matrimonio, impedendo in generale la poligamia, il ripudio, il consenso vincolante dei genitori, e infine imponendo il controllo da parte della comunità sulla coppia nubenda, per evitare i matrimoni forzati, quelli di comodo, quelli tra parenti, sempre subiti dalle donne… Non è certo questa la condizione femminile sotto altre religioni e altri cieli: nell’islam, per esempio, la donna è sottoposta alla poligamia, alle mutilazioni genitali, alla lapidazione, al burqa… Analogamente, nel mondo induista, l’essere donna rappresenta una condizione di punizione nella dinamica del karman, con precise conseguenze: dall’abitudine degli indù ortodossi di non mangiare in compagnia delle mogli, alla pratica della eliminazione delle femmine, così diffusa oggi in India, tramite aborto o infanticidio, sino all’usanza, già descritta da Verne, di immolare le vedove sulla pira del marito. Oggi, mutati i tempi, vengono spesso emarginate, esautorate, spinte al suicidio (la Repubblica, 13 luglio 1999). Ciononostante vi sono persone, come Piergiorgio Odifreddi, che affermano che “per i Padri della Chiesa la donna esiste solo per procreare (ad opus generationis ordinata)” (“Il Vangelo secondo la scienza”, Einaudi), dove non si capisce come la frase latina usata dai Padri, così chiara e ovvia, venga arbitrariamente tradotta inserendo un “solo” che non c’è. L’esistenza delle suore e delle consacrate dovrebbe bastare a confutare una simile convinzione, tanto più che i recenti tentativi di rendere madri a ogni costo le donne, con la fecondazione artificiale, hanno trovato proprio nei cattolici molti dei più convinti avversari. La realtà è che sono alcune filosofie laiche moderne, non riconoscendo la verginità consacrata né la maternità spirituale, ad aver fatto delle donne creature atte solamente alla procreazione (oppure, nel caso di tanto femminismo, persone per le quali la femminilità è un amaro “destino” da sfuggire)! E’ tra gli illuministi, infatti, che si distinguono personaggi pronti a identificare la potenza di uno Stato con il numero degli abitanti: la donna diventa essenzialmente produttrice di “lavoratori, contribuenti e soldati”, al punto che il giacobino Giuseppe Compagnoni, “titolare della prima cattedra di Diritto costituzionale in Europa, arriverà ad auspicare la poligamia in chiave demografico-patriottica come mezzo per dare più figli alla nazione” (Giulia Galeotti, “Storia dell’aborto”, il Mulino). Analogamente per Denis Diderot, “purché fertile qualsiasi unione, breve o lunga, anche adulterina, o incestuosa, è approvata”, perché dona figli allo Stato, mentre “la donna non fertile veste un abito apposito, che nel colore e nella foggia (un velo nero!) annuncia pubblicamente il suo stato” (Maria Codignola, “Il paese che non c’è e i suoi abitanti”, La Nuova Italia). Sono dunque alcuni illuministi a tramandare ai dittatori del Novecento l’idea della “maternità come patriottismo”, e dei figli come mezzo per realizzare la volontà di potenza. Il “numero è forza”, dirà Mussolini, ma la Chiesa non approverà le sue politiche pro nataliste, proprio perché inficiate, all’origine, da una distorta antropologia. La stessa che considerava l’aborto un delitto non contro la persona, ma contro la stirpe, in riferimento al cosiddetto “interesse demografico dello Stato”.


di Francesco Agnoli
Il Foglio 15 settembre 2005