Cellule staminali embrionali umane: i tentativi per ottenerle senza gli embrioni

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Il 26 agosto la rivista “Science” ha pubblicato un interessante articolo sulle cellule staminali, salutato da buona parte del giornalismo scientifico come una pietra miliare per la ricerca: la possibilità di ottenere cellule staminali di tipo embrionale senza creare, eliminare o danneggiare embrioni (C. A. Cowan, J. Atienza, D. Melton, K, Eggan, Nucleare Reprogramming of Soamtic Cells After Fusion with Human Embryonic Stem Cells, “Science”, 309, 26 agosto 2005, pp. 1369-1373). L’interesse suscitato dalla questione nella comunità scientifica, fra l’altro, prova indirettamente come la legge 40 italiana sulla procreazione medicalmente assistita sia saggia, equilibrata e davvero all’avanguardia nel panorama delle normative nazionali e internazionali.

La legge 40, infatti, non vieta in sé la ricerca sulle cellule staminali, nemmeno su quelle embrionali, a dispetto di quello che tanti credono (o fingono di credere); pone semplicemente un limite etico fondamentale e indiscutibile: non si può distruggere un essere umano allo stadio embrionale. Si riconosce cioè che ogni essere umano, indipendentemente dal suo grado di sviluppo, ha un valore enorme, che non autorizza alcuno, per qualsivoglia scopo, a sacrificarne volontariamente l’esistenza. Se dunque l’unico modo per ottenere staminali embrionali è l’uccisione di un individuo umano appena creato, tale ricerca non può essere consentita.

Da qualche tempo il mondo scientifico si sta occupando dell’eventuale produzione di staminali embrionali senza passare per l’embrione. Nel maggio 2005 è stato pubblicato negli Stati Uniti il “libro bianco” del Presidente sulle cellule staminali intitolato Alternative Sources of Pluripotent Stem Cells, in cui venivano appunto indicate quattro vie possibili per ottenere queste cellule in modo alternativo rispetto all’eliminazione di embrioni formati in vitro (C. Navarini, Staminali embrionali: criteri etici, fatti scientifici e desideri ideologici, ZENIT, Servizio giornaliero, 3 luglio 2005): 1) cellule staminali ricavate da embrioni morti; 2) cellule staminali ottenute da embrioni vivi, senza che questi ne risultino danneggiati; 3) cellule staminali estratte da pseudo-embrioni ottenuti tramite bio-ingegneria; 4) cellule staminali riprogrammate da cellule adulte.

Ora, l’articolo su “Science” rende pubblici i risultati di uno studio messo a punto da un gruppo di ricercatori di Harvard, che potrebbe confermare le possibilità di successo di una delle tecniche presentate nel “libro bianco del presidente”, quella della riprogrammazione di cellule adulte, di cui più volte ha parlato nei mesi passati anche il Prof. Angelo Vescovi (cfr. A. Vescovi, La cura che viene da dentro, Mondadori, Milano 2005).

In realtà, non è ben chiaro se i requisiti etico-scientifici specificati dal libro bianco siano stati rispettati: di certo, lo stridente contrasto tra i toni estremamente prudenti dei ricercatori e l’entusiasmo mediatico per questo studio rende legittimo il sospetto che vi sia l’intenzione di supportare l’utilità delle staminali embrionali nel difficile confronto con le staminali adulte, unica via sicura disponibile per la ricerca terapeutica. Il sospetto si rafforza in considerazione di un acceso dibattito americano in tema di staminali: quello relativo all’imminente discussione al Congresso del progetto di revoca dell’attuale divieto di sovvenzioni federali a favore della ricerca sulle staminali embrionali umane ottenute da nuove distruzioni di embrioni (il Presidente Bush ha già annunciato il suo veto a difesa della normativa vigente).

Questi in sintesi i dati esposti dai ricercatori di Harvard: attraverso un processo analogo a quello della clonazione per trasferimento nucleare, è stata operata la fusione di cellule staminali embrionali umane con cellule somatiche (della pelle), ottenendo cellule ibride che hanno preso a moltiplicarsi stabilmente; non in direzione embrionale, cioè formando un nuovo organismo umano come avviene nella clonazione riproduttiva o terapeutica, ma come linee cellulari di tipo staminale embrionale, geneticamente compatibili con il donatore delle cellule somatiche.

La differenza fondamentale rispetto alla clonazione di organismi è che non si utilizza un ovocita, in cui il trasferimento di nucleo (somatico) ricrea “una sorta” di fecondazione, ma si utilizzano cellule di un organismo nelle prime fasi dello sviluppo, quando è ancora totipotente – cioè composto di cellule staminali embrionali – oppure cellule staminali derivate da linee cellulari già esistenti di origine embrionale.

Nel caso in esame, le cellule staminali embrionali utilizzate per lo studio derivavano da linee precedentemente ottenute per distruzione di embrioni in vitro, ma non si esclude che l’estrazione delle cellule staminali necessarie possa effettuarsi in futuro senza danneggiare l’embrione stesso, (in Italia questo renderebbe il processo compatibile con la legge 40). Dicono gli autori: “questo approccio potrebbe condurre ad una via alternativa per creare linee di cellule staminali embrionali umane geneticamente compatibili, da utilizzare per gli studi e la cura delle malattie dell’uomo” (A. Cowan et al., Nuclear reprogramming… cit., p. 1372).

Ma la di là delle speranze, l’unico risultato attuale della ricerca di Harvard è quello di mostrare che “le cellule staminali embrionali umane hanno la capacità di riprogrammare i cromosomi delle cellule somatiche adulte dopo la fusione cellulare” ( ibidem). È un dato indubbiamente significativo, che tuttavia non elimina il problema di fondo, ossia se e come ottenere lecitamente staminali embrionali.

Per questo sono state avanzate alcune giuste esortazioni alla prudenza: se, da un lato, tale ricerca potrebbe – forse – giungere a vanificare il ricorso alla cosiddetta “clonazione terapeutica” – ovvero alla clonazione effettuata allo scopo di reperire cellule staminali compatibili con il donatore – , dall’altro necessita comunque di cellule staminali embrionali, le cui modalità di reperimento restano ad oggi moralmente inaccettabili. La possibilità di estrarre cellule staminali embrionali senza distruggere embrioni richiede ancora molta ricerca, e probabilmente una fase sperimentale su embrioni vivi che risulterebbe comunque eticamente assai problematica (S. Milloy, Another Stem Cell Fast One , FOXNews, 26 agosto 2005).

Inoltre, le capacità “riparatrici” delle cellule ottenute dalla fusione sono tutte da dimostrare. Gli stessi ricercatori di Harvard affermano che le linee cellulari ibride ottenute hanno formato corpi embrioidi ( embryoid bodies) che introdotti nel topo hanno dato origine a teratomi. Le cellule para-embrionali, insomma, “continuano ad evolvere in tumori e in tipi errati di cellule, mentre non sono riusciti a curare un solo paziente” (cfr. Family Research Council Newsletter, New stem cells for old? , 28 agosto 2005).

Infine, lo studio ha evidenziato un importante limite tecnico: la permanenza del DNA delle cellule staminali embrionali accanto a quello delle cellule somatiche. In altre parole, “non basta semplicemente fondere cellule adulte con cellule staminali embrionali; è anche necessario rimuovere il materiale genetico delle cellule staminali embrionali dalle cellule ibride, sperando che tali cellule continuino a comportarsi come cellule staminali embrionali. I ricercatori non sanno ancora come eliminare i cromosomi delle staminali embrionali dalle cellule ibride, né sanno che cosa accadrebbe se tali cromosomi fossero rimossi. I ricercatori hanno soltanto prodotto cellule ibride che, per quanto ne sanno, sono inutili” (S. Milloy, Another Stem Cell… cit.).

L’eliminazione del materiale genetico embrionale si presenta dunque complessa, e dalle conseguenze imprevedibili, che potrebbero anche cancellare il valore scientifico della scoperta. Non a caso, uno degli autori dello studio, il prof. Eggan, ha definito la tecnica “non pronta per le notizie di prima serata” e “il primo passo lungo una strada incerta”.

Le conclusioni che si possono trarre a livello bioetico da questa ennesima “svolta” – forse più mediatica che scientifica – ribadiscono quale sia la corretta prospettiva dell’uomo nei confronti della ricerca: un atteggiamento umile, cauto eppure fiducioso, nella consapevolezza che fra verità e bene non può esserci contraddizione o conflitto. Ogni ricerca che si origini da un male, che sia o che generi direttamente un male, non porterà naturalmente ad una migliore conoscenza della verità, ma al contrario ad un aumento della confusione, dell’incertezza, quando non apertamente della menzogna.

È possibile che da esperimenti discutibili dal punto di vista etico – si pensi ad esempio agli studi di anatomia compiuti su cavie umane durante il nazionalsocialismo in Germania – derivino conoscenze “utili” alla scienza e alla medicina. E tuttavia l’atteggiamento distorto nei confronti dell’essere umano si risolve sempre in un misconoscimento della dignità umana che supera i “vantaggi” delle informazioni così acquisite, e che ultimamente va a detrimento della ricerca autentica.


ROMA, domenica, 28 agosto 2005 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.