Cartoline dall’inferno degli italiani dimenticati

Socialismo

«La morte rossa» di Dario Fertilio: venti storie di vittime del comunismo. Una tragedia rimossa che riaffiora attraverso le voci dei protagonisti

La morte non ha colore. L’angelo della morte giunge in silenzio, invisibile. L’alito della morte svanisce nel nulla di un’ombra. Ma quando la morte è il frutto di una violenza indicibile e travolge una moltitudine incalcolabile, essa allora diventa qualcosa di orrendamente concreto, di assurdamente spettacolare, qualcosa che ipnotizza la coscienza degli ancora vivi, sopravvissuti a una catastrofe innaturale. È il caso delle ecatombi del secolo passato, il Ventesimo. Non che i precedenti millenni di storia siano stati avari di morti efferate: del resto, come si può immaginare la storia senza la fine atroce di vite umane? Forse soltanto nei sogni delle utopie, i cui tentativi di attuazione li trasformarono negli incubi di una realtà infernale, così difforme dalle pie e stolte intenzioni che ne hanno lastricato l’accesso. Ma nel Ventesimo secolo la Storia (la maiuscola accentua l’autonomia di un movimento oggettivo, fatto sì dagli uomini, ma governato da una sfuggente logica che li trascende) ha subìto un’accelerazione rispetto al più lento decorso antecedente e un incremento anche della messe della falcigera dea. Le morti violente, di decine e decine di milioni di esseri umani, hanno acquistato un colore, a seconda dell’ideologia che le ha provocate; un fragore, come quello di un’esplosione o di una fucilazione, e l’afrore di una camera a gas o della baracca di un lager.
Tra tante morti il primato spetta a quella «morte rossa» alla quale ha dedicato il suo ultimo libro Dario Fertilio, un libro il cui sottotitolo è «Storie di italiani vittime del comunismo». Perché «primato»? Non sarà malevolmente tendenzioso attribuire ad essa questa disonorevole palma, anziché alla «morte bruna» (del nazionalsocialismo) o a quella «bianca» (di qualsivoglia reazione)? Una prima risposta è data dallo stesso Fertilio, esplicitamente nelle pagine introduttive e, in modo ancor più convincente, nei venti racconti che descrivono il cammino verso la morte di altrettante vittime, la biografia dei cui prototipi è poi riferita in appendice.
Non si tratta di riaccendere la miserevole contesa tra i fautori, e complici, dell’una e dell’altra ecatombe: è stato più ricco il bottino della «morte rossa» o quello della «morte bruna»? E a chi spetta la colpa maggiore di aver dato l’avvio al gioco del massacro in nome di un «ordine nuovo», che si vantava superiore a quello dell’avversata democrazia liberale? Quale democrazia totalitaria è risultata peggiore: quella comunista o quella nazista? E via dicendo. Il libro di Fertilio, che pur non ignora questa macabra diatriba, va letto in un’altra chiave, non politologica e ideologica, ma storico-esistenziale: venti destini umani, venti figure emblematiche del lungo Ventesimo secolo, quasi un «libro dei morti», per ripetere il titolo dato a un antico testo egizio, ovvero, più banalmente, un album di famiglia, ma non della «famiglia» di una parte politica, comunista, secondo un’espressione memorabile di una persona che a quella famiglia appartiene, ma della grande famiglia umana, di noi tutti, partecipi di un’esperienza che qualcuno, dopo l’abbattimento del «muro di Berlino», riteneva chiusa, ma che si è prolungata nel nuovo secolo, trasformandosi, è vero, ma sempre con un ferace raccolto di mortali violenze: quelle del nuovo terrorismo antioccidentale. Le «vittime del comunismo» non sono state italiane soltanto, anzi comparativamente i nostri connazionale ne hanno costituito una microscopica minoranza. E poi le «vittime» non sono state soltanto singole persone, per quanto in un numero incalcolabile: intere istituzioni e tradizioni sono state massacrate e intere comunità nazionali e plurinazionali sono state sacrificate.
Si pensi alla Russia, vittima in gran parte consenziente e correa di un esperimento non puramente locale, ma mondiale che, dopo il suo fallimento, ha lasciato quel Paese in una condizione miserevole, peggiore, socioculturalmente, di quella che la rivoluzione bolscevica aveva voluto trasformare. Ma non si tratta di Russia soltanto: questa, nel Ventesimo secolo, è stata semplicemente l’epicentro di un sovvertimento ben più vasto, neppure soltanto europeo, del quale avvertiamo ancor oggi, anche nel nostro Paese, i duraturi effetti postumi. Rispetto a questo sovvertimento, le mostruosità del coevo totalitarismo hitleriano (e del semitotalitarismo mussoliniano), ricordato anche da Fertilio nell’eterna comparazione tra comunismo e nazifascismo, appaiono collaterali, forse anche perché una guerra micidiale ma liberatoria li ha liquidati sia materialmente, sia, per così dire, spiritualmente, mentre col comunismo, con la sua storia e il suo significato, si comincia solo ora a fare seriamente i conti, anche se chi ha portato a lungo l’uniforme del suo potere, ora spesso continua a portare la livrea del suo fantasma e cerca di tacitarne ogni ricerca critica al proposito.
La morte rossa di Dario Fertilio non è un’opera di analisi storica e teorica, ma il suo senso e valore non sono inferiori perché, senza nulla togliere all’importanza di opere di questo tipo, fa parlare gli umili protagonisti di un’esperienza tragica che la storia e la teoria, quando siano libere, possono sì illuminare nei suoi significati profondi, ma che resterebbe pur sempre opaca se non si conoscessero le vicende di chi l’ha vissuta: non dei capi comunisti, ma delle loro vittime, più grandi di loro per umanità. La morte rossa diventa così un libro di vita, di una vita che ha i colori della sofferenza e della dignità e le cui voci, anche nelle pagine intense di Fertilio, risuonano e da nessuna censura possono più essere soffocate.

CorSera 3-9-2004