Carta Onu sui disabili. Il Vaticano non firma

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Confermate le riserve dello scorso dicembre «Profondo disappunto» per l’esito finale Grazie alla Santa Sede riconosciuto il diritto a trattamenti salvavita Il documento avrebbe la forza di cambiare le leggi nazionali e forzare le interpretazioni aldilà delle reali intenzioni di estensori e firmatari


Di Riccardo Cascioli
Avvenire,  Venerdi 02 febbraio 2007

La Santa Sede non firmerà la «Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità» a causa della presenza nel testo di «inaccettabili riferimenti alla ‘salute riproduttiva’», che molti Paesi intendono come diritto all’aborto. Con un comunicato della Sala Stampa vaticana, la Santa Sede ha perciò confermato la posizione già espressa dall’Osservatore Permanente presso le Nazioni Unite, l’arcivescovo Celestino Migliore, lo scorso 13 dicembre, al momento dell’approvazione della Convenzione da parte dell’Assemblea generale dell’Onu dopo 4 anni di infuocati negoziati.
Il riferimento della Santa Sede è soprattutto agli articoli 23 e 25 della Convenzione: nel primo si riconoscono i diritti dei disabili alla pianificazione familiare, alla «educazione riproduttiva» e ai «mezzi necessari per esercitare questi diritti»; nel secondo si garantisce l’accesso dei disabili a tutti i servizi sanitari, «inclusi quelli nell’area della salute sessuale e riproduttiva». In entrambi i casi la Santa Sede ha confermato le riserve già espresse in precedenti documenti dell’Onu relative al significato di «salute riproduttiva» (che in nessun caso deve includere il diritto all’aborto), ma questo evidentemente non basta. Infatti, pur con questa precisazione – ha detto Migliore – «ci siamo opposti all’introduzione di questa frase perché in alcuni Paesi i servizi di salute riproduttiva includono l’aborto, negando in questo modo l’inerente diritto alla vita di ogni essere umano, affermato anche nell’articolo 10 della Convenzione».
In molti Paesi, soprattutto quelli occidentali, la principale discriminazione contro i disabili è rappresentata proprio dalla possibilità di ricorrere all’aborto in caso di malformazioni del feto. Ed è perciò «tragico – ha ribadito l’Osservatore Permanente all’Onu – che, laddove la malformazione fetale è una precondizione per offrire o praticare l’aborto, questa Convenzione creata per proteggere le persone con disabilità da tutte le discriminazioni nell’esercizio dei loro diritti, possa essere invece usata per negare il diritto fondamentale alla vita delle persone disabili non nate».
C’è dunque un profondo disappunto della Santa Sede per l’esito finale dei negoziati cui ha pure participato costruttivamente fin dall’inizio dei lavori nel luglio 2002. Proprio il contributo della delegazione vaticana, che ha fatto fronte con altri 25 Paesi (tra cui Stati Uniti, Uganda, Egitto, Canada, Costa Rica, Filippine, Salvador, Nicaragua) che si sono battuti per la piena dignità della vita delle persone disabili, ha permesso di migliorare notevolmente la bozza di convenzione presentata inizialmente, che si prestava a interpretazioni in favore non solo dell’aborto ma anche dell’eutanasia e dell’omosessualità.
Il linguaggio e le definizioni più controverse sono state cancellate o sono state corrette nel testo finale. Ad esempio, la bozza iniziale parlava nel premabolo di «dignità » della persona quando tutti i precedenti documenti dell’Onu hanno sempre riportato la dizione «dignità e valore» della persona (espressione ripristinata nel testo finale): ovvio il tentativo di negare il valore assoluto della vita su pressione della lobby per l’eutanasia che sostiene il «diritto a una morte dignitosa». È stato inoltre respinto il tentativo finale dell’Unione europea (anche in questo caso protagonista del fronte anti-vita) di cancellare addirittura il riferimento alla famiglia come «la cellula fondamentale della società». Positivo anche il fatto che sia stato esplicitamente introdotto il diritto dei disabili a trattamenti medici salvavita, quali la somministrazione di liquidi e cibo, proprio per contrastare il tentativo di introdurre l’«eutanasia passiva» legata al linguaggio della «qualità della vita».
Ma tutto ciò non basta a fugare le ombre di questa Convenzione, sostiene la Santa Sede. Sulla decisione di non apporre la firma evidentemente pesano sia la natura del documento sia la procedura prevista per la sua attuazione.
Trattandosi di una Convenzione, il documento è vincolante per i Paesi firmatari e ha perciò la forza di modificare le leggi nazionali laddove queste siano in contrasto. Il concetto di «salute riproduttiva», pure presente in molti documenti dell’Onu, per la prima volta appare in un testo che ha questa forza giuridica e perciò una definizione «vaga e ambigua» come quella approvata è facilmente manipolabile dalle ben note lobby e dai governi interessati.
Inoltre, il meccanismo prevede l’istituzione di una Commissione che vigili sull’attuazione della Convenzione, che quindi può «forzare» l’interpretazione dei singoli articoli anche aldilà delle intenzioni degli estensori e dei firmatari della Convenzione stessa. Pericolo tutt’altro che ipotetico visto che già la Commissione sui diritti umani (da cui nascerà anche l’organismo per l’attuazione della Convenzione per i disabili), pur non avendone titolo, ha recentemente esercitato forti pressioni sulla Polonia per liberalizzare l’aborto.