Card. Stepinac: un eroe sconosciuto

Libertà religiosa

Il Card. Stepinac 
eroe e martire dimenticato


L’arcivescovo di Zagabria, che lottò strenuamente contro la dittatura nazista e comunista, è un grande esempio per le nuove generazioni di cattolici del nostro continente che devono affrontare la dittatura relativista


L’ 11 ottobre 1946 venne condannato a 16 anni di lavori forzati. Nel 1951 fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la sua parrocchia di origine di Krasich, dove morì il 10 febbraio 1960. Sembra ormai accertato che venne ucciso con un veleno che gli veniva somministrato poco alla volta, come testimoniato da uno dei suoi carcerieri nel corso della causa di beatificazione.

Il cardinale Alojzije Stepinac é una figura relativamente poco conosciuta in Italia.(1) Quando, il 3 ottobre 1998 durante la sua seconda visita in Croazia, Giovanni Paolo II lo proclamò beato, riaffiorarono le polemiche e ci fu chi contestò nuovamente il suo operato durante la seconda guerra mondiale (2). A quell’epoca, la Croazia aveva ottenuto un’effimera indipendenza e fu governata da Ante Pavelich, leader degli ustaša. La documentazione e le testimonianze prodotte per la causa di beatificazione che ora è possibile consultare, gettano nuova luce non solo su Stepinac, ma anche sull’intera vicenda dello Stato indipendente croato dal 1941 al 1945 (3).
Per orientarci un po’ fra le intricate vicende balcaniche di quegli anni, può essere utile un breve inquadramento storico. Senza andare troppo lontani nel tempo, ricordiamo che alla fine della prima guerra mondiale una delle conseguenze della scomparsa dell’impero austro-ungarico fu la creazione del «Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni» (Jugoslavia dal 1929). Favorito dalla volontà delle potenze vincitrici per poter contenere un eventuale ritorno dell’espansionismo tedesco e contrastare quello sovietico più recente, il nuovo regno fu però frutto di un affrettato accordo tra le varie nazionalità slave.
Vennero presto alla luce i diversi obiettivi che si proponevano soprattutto i serbi e i croati: per questi ultimi, e anche per gli sloveni, il nuovo Stato avrebbe dovuto essere una federazione, con un ampio decentramento e nella quale ogni popolo avrebbe potuto mantenere le proprie istituzioni e le proprie tradizioni culturali. I serbi invece, che avevano pagato a caro prezzo la guerra contro 1’Austria-Ungheria e si sentivano perciò moralmente autorizzati a porsi a capo del nuovo Stato, pensavano all’unione degli slavi del sud con il suo centro a Belgrado e come la realizzazione della Grande Serbia.


Sparatoria in Parlamento

Questi contrasti si manifestarono ben presto e determinarono una forte instabilità politica, nella quale comunque il potere fu saldamente nelle mani dei serbi che mantennero il pieno controllo dell’esercito e dell’amministrazione pubblica. La polemica tra il regime di Belgrado e i croati raggiunse il culmine quando, il 20 giugno 1928, un deputato appartenente al partito radicale serbo, Punisa Račich, dopo un alterco in Parlamento con un deputato croato, si mise a sparare all’impazzata e uccise due deputati croati, ferendone altri tre. Tra questi c’era il leader dei partito contadino croato, Stjepan Radich, che morì pochi giorni dopo. A quel punto il re, Alessandro Karadjordjievich, pensò di risolvere ogni problema con la dittatura personale: abolì la Costituzione, mise fuori legge i partiti e diede una nuova struttura amministrativa al regno, dividendolo in nove regioni (banovine). Soprattutto cercò di fomentare un patriottismo jugoslavo, per favorire 1’unità della nazione. Questo tentativo di omologazione culturale, che nascondeva in realtà un consolidamento del potere nelle mani dei serbi, provocò la reazione delle comunità minacciate e la radicalizzazione dei movimenti nazionalisti.
È in questo momento che sorge il movimento ustaša (insorti) fondato da Ante Pavelich e si sviluppa quello nazionalista macedone dell’Orim (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone) di Vančo Mihailov. Insieme misero in atto alcuni attentati, fino ad arrivare a uccidere lo stesso re Alessandro, il 9 ottobre 1934 a Marsiglia. Pavelich (insieme ad alcuni suoi collaboratori) fu condannato in contumacia dal tribunale francese come mandante dell’assassinio. Poiché il figlio di Alessandro, Pietro II, aveva solo undici anni, le funzioni di reggente vennero esercitate dal principe Paolo. Questi cercò, con l’aiuto del primo ministro Milan Stojadinovich, di rinnovare la politica jugoslava tentando di raggiungere un compromesso con i croati. Per favorire questo avvicinamento, firmò un concordato con la Santa Sede per regolarizzare i rapporti con la Chiesa cattolica. Ma, al momento della ratifica da parte del parlamento, il vecchio establishment serbo e la Chiesa ortodossa in particolare insorsero violentemente. Ci furono manifestazioni e scontri con la polizia a Belgrado e in altre città della Serbia. Il santo Sinodo della Chiesa ortodossa scomunicò i membri della skupština (il parlamento) e del governo che avevano votato a favore della ratifica. Stojadinovich capì che la battaglia era persa e non presentò più il concordato in senato per l’ultima ratifica. Visti i risultati deludenti delle elezioni del 1938, il principe Paolo decise di sostituire il primo ministro e chiamò al governo Dragiša Cvetkovich, che cercò subito di riprendere i colloqui con il leader del partito contadino croato, Vladimir Maček. Finalmente il 26 agosto 1939, una settimana prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, dopo estenuanti trattative si giunse a un accordo (sporazum): fu creata una banovina croata comprendente, oltre all’originario territorio croato, anche la Dalmazia e buona parte della Bosnia-Erzegovina con un’ampia autonomia. Se questo accordo fosse stato firmato due decenni prima, avrebbe probabilmente assicurato l’unità dello Stato jugoslavo; adesso, dopo vent’anni di divisioni in cui gli odi e l’insofferenza reciproci erano cresciuti, non soddisfece nessuno e attirò le critiche dei nazionalisti di entrambe le parti. Inoltre, soprattutto a causa della guerra, la situazione economica peggiorò, frustrando le aspettative di miglioramento che i croati speravano.


L’indipendenza a della Croazia


Dopo la sconfitta della Francia e l’adesione al Patto tripartito (Germania, Italia e Giappone) di Romania, Bulgaria e Ungheria, la Jugoslavia si trovò accerchiata e, non potendo resistere alle pressioni tedesche, il 25 marzo 1941 aderì anch’essa al Patto. La reazione interna all’accordo fu immediata: ispirati da agenti inglesi, la notte tra il 26 e il 27 marzo, i militari guidati dal generale Mirkovich, rovesciarono il governo e la reggenza, mettendo sul trono il diciassettenne Pietro II. La folla in delirio festeggiò a Belgrado gli autori del colpo di Stato e le potenze occidentali interpretarono l’episodio jugoslavo come un duro colpo assestato al prestigio di Hitler. Ma il Führer, che voleva i Balcani sicuri nelle proprie mani prima di sferrare l’attacco alla Russia, ordinò l’invasione della Jugoslavia. Nel giro di pochi giorni, dal 6 al 13 aprile, la Jugoslavia fu conquistata e poi divisa tra la Germania e i suoi alleati. Il 10 aprile fu proclamata l’indipendenza della Croazia e a capo del nuovo Stato venne insediato, con il consenso di Hitler e di Mussolini, Ante Pavelich (4), capo dei movimento nazionalista ustaša. Vladko Maček, il leader del partito contadino Croato che raccoglieva la grande maggioranza dei consensi tra la popolazione croata, aveva rinunciato all’invito fattogli dai tedeschi di essere lui il nuovo capo dello Stato. Il movimento ustaša aveva, ed ebbe sempre, una ristretta base popolare: era un’organizzazione clandestina con caratteristiche paramilitari (5). Nonostante ciò, il popolo croato accolse con gioia l’indipendenza, a lungo aspettata e che segnava la fine dell’invadente regime serbo. Partecipe di questo giubilo fu anche la Chiesa cattolica croata, che aveva subito durante il regno jugoslavo una forte discriminazione rispetto alla Chiesa serbo-ortodossa. Discriminazione che si era manifestata in diversi modi: venivano costruite bellissime chiese ortodosse in centri storicamente e di fatto interamente cattolici; si favorivano in tutti i modi i matrimoni misti a danno della Chiesa cattolica; veniva ostacolata l’apertura di nuove scuole cattoliche e si cercava di far scomparire quelle già esistenti; era quasi impossibile per i cattolici accedere ai gradi più elevati dell’amministrazione dello Stato e dell’esercito (6); le regioni cattoliche venivano sistematicamente colonizzate dagli ortodossi (7). Si calcola che la Chiesa cattolica, tra apostasia e matrimoni misti, abbia perso durante il regno jugoslavo circa 200.000 fedeli. Motivo di ulteriore umiliazione per i cattolici croati fu poi la mancata approvazione del concordato, di cui si è fatto cenno in precedenza. Anche 1’arcivescovo di Zagabria gioì per l’indipendenza. Egli era sicuramente un sostenitore della causa autonomista del popolo croato e vedeva nell’indipendenza una maggiore libertà per la Chiesa, ma non approvò mai il nazionalismo. In un’omelia che rivolse agli studenti universitari di Zagabria il 27 marzo 1938 disse: « Se pertanto l’amore verso la nazionalità supera il confine del buonsenso, allora non é amore ma passione, non é utile e neppure di lunga durata […]. L’amore per la propria nazione non deve fare 1’uomo una bestia feroce, ma nobilitarlo». Dopo essere stato ricevuto da Pavelich il 16 aprile 1941, nel suo Diario (8) é annotato: «[…] l’arcivescovo ha ricavato l’impressione che il Poglavnik [il capo, ndr] sia un cattolico sincero e che la Chiesa avrà la libertà nelle sue azioni, anche se l’arcivescovo non si illude che tutto ciò possa avvenire senza difficoltà». Quindi gioia si, ma unita a una buona dose di realismo che faceva dubitare che questa indipendenza ottenuta sotto la tutela delle potenze dell’Asse potesse essere reale. All’uscita dell’arcivescovado, quando le prime truppe tedesche entrarono a Zagabria, un gruppo di ragazzi manifestava la propria esultanza per la proclamata indipendenza. Stepinac si rivolse al sacerdote che era con lui e gli disse: «Proprio questa ragazzaglia conosce cosa sia lo zoccolo prussiano! Chi piú desideroso di me che ci sia una Croazia libera! Ma non me la posso aspettare dalla pagana Germania. Prima la fede, non il paganesimo e la persecuzione della religione! Oltre a questo, politicamente non credo che Hitler voglia aiutarci a conquistare l’indipendenza». Di fatto, il nuovo Stato croato fu sempre sotto le dipendenze sia della Germania sia dell’Italia: a quest’ultima dovette cedere buona parte della Dalmazia, tedeschi e italiani si divisero il territorio croato in due zone di influenza, nelle quali, quasi sempre, esercito e amministrazione civile croati erano direttamente sotto il loro controllo. Ma le difficoltà vennero dallo stesso regime ustaša, che iniziò subito una campagna persecutoria contro la popolazione serba che si trovava nel territorio dello Stato indipendente croato. Deportazioni verso la Serbia, uccisioni di massa eseguite da bande piú o meno comandate dal potere centrale e in piú, soprattutto da settembre del 1941, una campagna di conversioni forzate alla Chiesa cattolica. Di questa persecuzione, indubbiamente, la propaganda serba prima e quella comunista poi hanno esagerato ampiamente le dimensioni, anche per nascondere cosi le stesse violenze che le bande etniche (nazionalisti serbi legati al precedente regno jugoslavo) e i partigiani misero in atto durante la guerra contro la popolazione croata cattolica e musulmana (9). Ma la persecuzione ci fu e fu sanguinosa. Anche gli ebrei e gli zingari subirono quasi il totale annientamento delle loro comunità presenti sul territorio dell’allora Stato croato (10).


Fermezza dell’arcivescovo


L’arcivescovo Stepinac prese una posizione di ferma opposizione contro questa campagna persecutoria e si impegnò in tutti i modi per soccorrere coloro che ne vennero colpiti. L’ampia documentazione al riguardo e le numerose testimonianze lo provano con sufficiente evidenza. Frequenti furono i suoi interventi presso le autorità del governo croato. Già il 14 maggio 1941, dopo aver avuto notizia del massacro di 260 serbi effettuato dagli ustaša a Glina, inviò una lettera a Pavelich, in cui scrisse: «Io so bene che i serbi hanno commesso gravi misfatti in questi venti anni di governo. Credo però mio dovere di Vescovo di alzare la mia voce e dichiarare che questo non é lecito secondo la morale cattolica; quindi, Vi prego di prendere le misure piú urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo se non sia dimostrato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Cielo, senza la quale dobbiamo soccombere». Innumerevoli furono gli interventi a favore dei serbi. Uno dei primi fu quello per il vescovo ortodosso Dositej Vasich, che era stato arrestato dagli ustaša e venne liberato a seguito dell’intervento di Stepinac. Il 16 maggio protestò contro la deportazione della popolazione serba di Kordun e si interessò della sorte dei deportati del distretto di Sisak. Il 21 luglio protestò contro il trattamento disumano riservato agli internati dei campi di concentramento e nello stesso mese riuscì a salvare 300 donne serbe catturate dagli ustaša e destinate a morte sicura. Un dato può essere significativo della grande opera di carità che svolse Stepinac durante la guerra: tra il 1942 e il 1944, L’arcivescovo riuscì a salvare, facendoli ospitare in istituti religiosi o presso famiglie di Zagabria, 6.717 bambini, di cui circa 6.000 di famiglie ortodosse e partigiane, rimasti abbandonati dopo la battaglia di Kozara del 1942. I bambini arrivarono a essere circa 14.000 quando, nel 1943, se ne aggiunsero 3.000 e altri 5.000 dai campi di concentramento in Dalmazia.


A favore degli ebrei


Altrettanto numerosi furono gli interventi di Stepinac a favore degli ebrei. Già prima della guerra, l’arcivescovo aveva prestato aiuto ai numerosi profughi ebrei che dalla Germania si erano rifugiati a Zagabria per sfuggire alle deportazioni ordinate da Hitler, creando un apposito «Comitato dei profughi», di cui si occupò personalmente. Contro le leggi e le disposizioni antiebraiche varate dal governo inviò, tra la primavera e l’estate del 1941, diverse lettere di protesta al ministro degli interni Artukovich e allo stesso Pavelich, riuscendo a far abrogare la norma che imponeva agli ebrei (anche quelli convertitisi al cristianesimo) di indossare sul braccio una fascia gialla con la stella di Davide e di non entrare nei luoghi pubblici. Di fronte a ulteriori rastrellamenti che si verificarono nel 1943, e sapendo che erano soprattutto le autorità tedesche a spingere in questa direzione, scrisse nuovamente al capo del governo croato: «Se c’è di mezzo qualche autorità estera che si immischia nei nostri affari interni, io non ho paura che questa parola di protesta sia portata a sua conoscenza. La Chiesa cattolica non teme davanti a nessun potere terreno, quando si tratta di difendere i piú elementari diritti dell’uomo…». Tantissimi furono anche gli aiuti concreti che prestò alle persone appartenenti alla comunità ebraica e non è possibile riportarli qui. Le stesse autorità ebraiche lo attestarono. Il delegato in Turchia della commissione per l’aiuto agli ebrei europei, Dr. Weltmann, scrisse ne giugno del 1943 al delegato apostolico a Istanbul Angelo Roncalli: «Noi sappiamo che mons Stepinac ha fatto tutto il possibile per alleviare la sorte infelice degli ebrei in Croazia» (11). Anche il grande rabbino di Zagabrk Freiberger scrisse a Pio XII «per esprimerVi come grande rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei in Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per la bontà che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della Chiesa verso i nostri poveri fratelli» (12).
Pavelich, soprattutto dopo i primi mesi di regime, pensò di risolvere il «problema serbo» costringendo la popolazione ortodossa a convertirsi al cattolicesimo. La motivazione era eminentemente politica: creare uno Stato unitario e omogeneo, cosi da sottrarre i serbi di Croazia all’influsso politico della Chiesa ortodossa. A questo scopo fu emanata dal governo una serie di decreti per regolare queste « conversioni» e impedire che passassero al cattolicesimo quegli ortodossi che appartenevano alle classi colte e piú ricche, perché non si infiltrassero nel nuovo regime e continuassero a esercitare la loro influenza. Questa campagna rappresentava una vera e propria ingerenza dello Stato in un campo di esclusiva giurisdizione della Chiesa. Stepinac intervenne con decisione, sia protestando presso le autorità governative, sia inviando lettere circolari al clero per ricordare che «la fede é questione della libera coscienza e perciò nel decidersi ad abbracciarla devono essere esclusi tutti i motivi disonesti».


Niente conversioni forzate


La posizione della Chiesa croata sulle «conversioni forzate» venne definita chiaramente nella riunione della Conferenza episcopale del novembre 1941, al termine della quale Stepinac inviò una lunga lettera a Pavelich contenente le risoluzioni prese dall’episcopato. In esse si ribadiva che «tutte le questioni riguardanti la conversione degli ortodossi alla religione cattolica sono esclusivamente di competenza della gerarchia della Chiesa» e che possono essere ricevuti nella Chiesa solo coloro che si convertono «senza alcuna costrizione, nella più completa libertà». Nella lettera si chiedeva che ai serbi «venissero garantiti ed effettivamente concessi tutti i diritti civili e particolarmente la libertà personale, il diritto di proprietà e si pronunciassero condanne solo dopo un processo regolare, uguale a quello degli altri cittadini. In primo luogo fosse punita con estremo rigore ogni iniziativa privata intesa a distruggere le loro chiese o cappelle o ad asportarne i loro beni». Il clima di sopraffazione e di violenza in cui si viveva costrinse Stepinac a fare un’eccezione alle leggi canoniche, quando in un’istruzione ai sacerdoti scrisse: «Quando vengono da voi persone di religione ebraica o ortodossa, che si trovano in pericolo di morte e desiderano convertirsi al cattolicesimo, accoglietele per salvare la loro vita. Non richiedete a loro nessuna particolare istruzione religiosa, perché gli ortodossi sono cristiani come noi e la religione ebraica é quella nella quale il cristianesimo ha le sue radici. L’impegno e il dovere del cristiano é in primo luogo quello di salvare la vita degli uomini. Quando sarà passato questo tempo di pazzia, resteranno nella nostra Chiesa coloro che si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, ritorneranno alla loro fede». La campagna di conversioni non ebbe il successo che il governo sperava; varie furono le cause, tra queste anche l’opposizione della Chiesa.
Piú volte Stepinac condannò nelle sue omelie il razzismo, sostegno ideologico delle azioni degli ustaša e degli occupanti nazisti, in un momento in cui pochi in Europa ebbero il coraggio di farlo. Particolarmente incisive furono le omelie pronunciate nelle teste di Cristo Re. In quella dei 1941, dopo aver condannato le «teorie e ideologie atee» che « sono riuscite ad infettare il mondo», ammoni: «Vi é il pericolo che perfino coloro che si gloriano del nome cattolico, per non dire addirittura della vocazione spirituale, divengano vittime della passione dell’odio e della dimenticanza della legge che é il tratto caratteristico e più bello del cristianesimo: la legge dell’amore». L’allusione agli ustaša e a quei sacerdoti (pochi in verità) che collaborarono con loro é chiara. Nel 1942 denunciò apertamente le leggi e le violenze dettate dall’odio razziale: « Ogni popolo e ogni razza provengono da Dio […] questa differenziazione non deve essere motivo di sterminio vicendevole […] ogni popolo e ogni razza, quale oggi esiste sulla terra, ha diritto a una vita degna dell’uomo e a un trattamento degno dell’uomo. Tutti, siano zingari o di altra razza […] hanno il diritto di dire: Padre nostro che sei nei cieli! […] Per questa ragione la Chiesa cattolica ha condannato e condanna anche oggi, ogni ingiustizia e violenza a nome della classe, della razza o della nazione». L’omelia non fu pubblicata, ma circolò clandestinamente, come altre di cui i partigiani diffondevano il testo e Radio Londra ne trasmetteva interi brani. Gli ustaša e i tedeschi iniziarono una campagna diffamatoria contro l’arcivescovo, accusandolo di essere un collaboratore dei comunisti. Nell’omelia in occasione della festa di Cristo Re, Stepinac dichiarò: «Ora risponderemo a coloro che ci accusano di filo-comunismo […] anche coloro che ci fanno un tale rimprovero, farebbero meglio, forse, a battere alla porta della propria coscienza e porsi una domanda come questa: non é grande il numero di coloro che si sono rifugiati nelle foreste, senza essere convinti della verità del comunismo, spinti invece molto spesso dalla disperazione, a causa dei metodi brutali di qualche individuo, che crede di poter fare ciò che vuole, come se non ci fosse per lui legge né umana, né divina?». La reazione delle autorità ustaša furono immediate: si vietò la pubblicazione dell’omelia e il ministro della cultura, Makanec, scrisse un articolo su Il popolo croato, nel quale attaccò l’arcivescovo «che recentemente, nelle sue prediche, ha oltrepassato i limiti della sua vocazione per immischiarsi in affari in cui non é competente».


Un giudizio obiettivo


L’immagine di uno Stepinac collaboratore dei regime di Pavelich o testimone inerte della pulizia etnica degli ustaša, che certa storiografia poco obiettiva ha voluto propinarci, non sembra quindi corrispondere a verità. Un interessante libro di uno storico americano (13) ci riporta la testimonianza di un emissario del governo jugoslavo in esilio, il tenente Rapotec, che nella prima metà dei 1942 compì una missione segreta in terra croata per stabilire contatti tra 1’opposizione in patria e quella all’estero. Arrivando a Zagabria, rimase stupito nel rendersi conto subito che l’arcivescovo era persona non grata al regime; le organizzazioni clandestine dei serbi e degli ebrei insistettero con lui affinché chiedesse al governo jugoslavo in esilio di fermare la compagna propagandistica contro Stepinac, perché l’arcivescovo li proteggeva. Alla domanda di Rapotec, perché non avesse rotto cor il regime ustaša, l’arcivescovo rispose che se lo avesse fatto non avrebbe potuto piú aiutare nessuno (i serbi, gli ebrei e gli oppositori che si trovavano nei campi di concentramento). La cosa piú importante era salvare quello che poteva essere ancora salvato. I suoi contatti con le autorità erano esclusivamente formali. Esse avrebbero voluto liberarsi di lui, ma al tempo stesso volevano far vedere a tutti che le loro relazioni erano eccellenti. Lo spiavano e sapevano sempre dove andava, cosi che Pavelich, quasi per caso, appariva alla stessa cerimonia o gli capitava di passare nei pressi quando Stepinac stava per partire. Si salutavano e un’intera batteria di fotografo riprendeva il loro incontro per fini propagandistici.


L’opposizione a Tito


Alla fine della guerra, dopo la fuga di Pavelich e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa: nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una prima lista di sacerdoti uccisi, che comprendeva 149 nomi. Una volta preso il potere, Tito cercò di convincere 1’arcivescovo a staccarsi da Roma e a fondare una Chiesa cattolica independente. Ma Stepinac si oppose con forza: « Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico». La persecuzione si fece allora ancora piú dura: nella lettera pastorale dei vescovi cattolici jugoslavi del 21 settembre 1945, si riferiva che 243 sacerdoti erano stati uccisi, 89 erano scomparsi e 169 erano in prigione o in campi di concentramento. Il regime inscenò un processo farsa contro Stepinac, con l’accusa di aver collaborato con il regime ustaša. L’ 11 ottobre 1946 venne condannato a 16 anni di lavori forzati. Nel 1951 fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la sua parrocchia di origine di Krasich, dove morì il 10 febbraio 1960. Sembra ormai accertato che venne ucciso con un veleno che gli veniva somministrato poco alla volta, come testimoniato da uno dei suoi carcerieri nel corso della causa di beatificazione.
Nella difesa di fronte al tribunale jugoslavo, Stepinac disse: «Io dico questo: quando la situazione si normalizzerà e quando potranno essere pubblicati tutti i documenti, quando gli stessi potranno estere studiati in pace, quando tutti potranno esprimere liberamente la loro parola, senza paura, pienamente liberi, alla luce della pura verità, dal punto di vista sia politico sia morale, allora non si troverà nessuno che punterà il dito contro 1’arcivescovo di Zagabria». È finalmente arrivato questo momento?


Note:
1)
Sul cardinale Stepinac sono reperibili, cor una certa difficoltà, le seguenti opere:
F. Cavalli, Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria, Roma 1947;
R. Pattee, The case of cardinal Aloysius Stepinac, Milwaukee 1953;
N. Istranin, Stepinac. Un innocente condannato, Vicenza 1982.
Piú recente: H. Barbour J. Batelja, Luce lungo il sentiero della vita. Una biografia spirituale dei Beato Luigi cardinale Stepinac, Zagabria 1998.
2) Si può vedere l’articolo di Gad Lerner dal titolo Martire o protettore degli ustascia?, apparso su la Repubblica del 19 novembre 1999 che, nel suo apparente equilibrio, fornisce i contenuti di questa polemica.
3) I brani delle lettere, del Diario e delle omelie di Stepinac citati in questo articolo, sono estratti dalla Positio della Causa di beatificazione.
4) Durante gli anni Trenta, Pavelich e gli ustaša godettero della protezione e dell’appoggio del regime fascista. Mussolini pensò di utilizzare soprattutto all’inizio degli anni Trenta, l’organizzazione clandestina croata per destabilizzare il regno jugoslavo e poter estendere la sua influenza sull’altra sponda dell’Adriatico. Quando fu proclamato lo Stato indipendente croato, Pavelich si trovava in Italia.
5) Afferma Ernst Noite: «L’organizzazione ustaša […] appartiene fondamentalmente alle organizzazioni terroristico-segrete nazionalrivoluzionarie dei Balcani sul tipo della Mano Nera serba o della Imro macedone […]. Essendo organizzazioni segrete, esse non hanno ancora dimestichezza con l’elemento opinione pubblica, che viceversa ha costituito dovunque una radice vitale dei movimenti fascisti» (E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Bologna 1970, p. 234).
6) Alcuni esempi: di 127 funzionari dei ministero degli interni, 113 erano ortodossi serbi; di 117 generali dell’esercito, 115 erano ortodossi serbi e uno solo cattolico.
7) Per esempio, delle terre comprese nella riforma agraria della Slavonia, il 96% venne attribuito a ortodossi e il 4% a cattolici.
8) Questo Diario non é un giornale dell’anima, ma é piuttosto uno scritto di carattere ufficiale dove sono registrati tutti gli avvenimenti e le attività di Stepinac: dalle udienze alle visite, dalle cerimonie religiose a quelle civili, eccetera. È stato scritto da diverse persone: da Stepinac stesso ma anche dai suoi segretari Salich e Lackovich, che scrivevano in base alle direttive e talvolta sotto dettatura dell’arcivescovo. Viene ampiamente citato nella Positio della Causa di beatificazione.
9) Alcuni studi piú recenti sia serbi sia croati, hanno cercato di definire cor maggiore obiettività l’entità delle perdite umane avvenute nel territorio jugoslavo durante la seconda guerra mondiale. Si possono citare qui i lavori di V Žerjavich, Population Losses in Yugoslavia, Zagreb 1997 e di B. Kocovich, Žrtve drugog svetskog rata u Jugoslaviji (Le vittime della seconda guerra mondiale in Jugoslavia), London 1985.
10) La legislazione antiebraica e lo sterminio degli ebrei in Croazia furono realizzati soprattutto per la pressione tedesca sul governo di Pavelich. Molti ebrei riuscirono a salvarsi fuggendo nella zona sotto controllo italiano.
11) Cfr Actes et documents du Saint Siege relatifs à la seconde guerre mondiale, 9, n. 226, p. 337.
12) Ivi, 8, n. 441, p. 611.
13) S. K. Pavlowitch, Unconventional perceptions of Yugoslavia 1940-1945, New York 1985.


di Enrico Miscia


Studi Cattolici, n. 531, Maggio 2005, pp 364-369