Card. Bertone: alcune perplessità sulla fiction dedicata a Giovanni Paolo I

Dal mondo

«Anche questo film cade nella logica per cui alla figura del buono si deve contrapporre quella dei cattivi». «Sono stato colpito dall’immagine negativa che emerge su Villot, Siri e Marcinkus»


Tra gli oltre dieci milioni di persone che hanno visto la fiction dedicata da Rai Uno ad Albino Luciani c’è stato anche uno spettatore di eccezione: il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. Il porporato infatti, pur non abbandonando del tutto il tavolo da lavoro, ha avuto modo di lanciare più di uno sguardo allo sceneggiato che racconta la storia di “Papa Luciani: il sorriso di Dio”. Quanto basta per poter fornire ai lettori di Avvenire qualche elemento di giudizio sull’opera.

Eminenza, qual è il suo giudizio sulla fiction?
Innanzitutto voglio ricordare che il Santo Padre vedendo in anteprima una versione, a dir il vero ridotta, della fiction l’ha giudicato un “bel film”, “un interessante lungometraggio” e ha voluto dedicare una “menzione speciale” all’interprete principale. Indubbiamente poi è un fatto positivo che tanta gente si sia messa davanti allo schermo per vedersi raccontata la storia di Albino Luciani. Questo significa che nel popolo italiano c’è molto interesse per le vicende che riguardano la storia religiosa, compresa la vita della Chiesa e dei Papi.


Anche quando sono stati sul soglio di Pietro per solo trentatré giorni…
In effetti questo è veramente straordinario, un pontificato così breve eppure rimasto così impresso nel cuore dei fedeli, praticanti e no, in Italia ma anche fuori della Penisola. E questo perché, come ha ricordato sempre Benedetto XVI alla presentazione della fiction, Papa Luciani è stato una “figura dolce e mite… forte nella fede, fermo nei principi, ma sempre disponibile all’accoglienza e al sorriso”, è stato “fedele alla tradizione e aperto al rinnovamento”, è stato un “maestro di carità e catecheta appassionato”. Particolarmente felice poi nella fiction è l’aspetto riguardante la grande devozione che Luciani nutriva verso la Beata Vergine Maria. E che lo stesso Papa Benedetto XVI ha ricordato citando questa bella frase di Luciani del periodo in cui era patriarca di Venezia: “È impossibile concepire la nostra vita, la vita della Chiesa, senza il Rosario, le feste mariane, i santuari mariani e le immagini della Madonna”.


Tutto positivo quindi…
Non proprio. Anzitutto mi sembra che nella fiction in questione non sia stato messo bene in evidenza il fatto che Papa Luciani pur essendo dolce e mite era anche “forte nella fede”, “fermo nei principi” e “fedele alla tradizione”. Per questo mi è sembrato sovrabbondante il tempo dedicato a sue presunte aperture su delicate questioni di morale sessuale che comunque sarebbero da datare prima dell’enciclica Humanae Vitae che lui, a quanto mi risulta, appoggiò senza riserve. A questo proposito poi già altri hanno ricordato che il patriarca Luciani sciolse la Fuci veneziana perché si era mostrata favorevole al sì al referendum sul divorzio del 1974, contravvenendo alle indicazioni autoritative della Curia. L’episodio invece non è presente nella fiction.


Tutta la trama della fiction è giocata sull’incontro – a Coimbra – tra Luciani e suor Lucia, in cui l’ultima delle veggenti di Fatima avrebbe profetizzato al patriarca che sarebbe diventato Papa e che il suo pontificato sarebbe stato brevissimo.
È una tesi vecchia ma priva di fondamento. Ricordo benissimo che il 9 dicembre 2003 mi recai a Coimbra dove celebrai messa per la comunità di Carmelitane, ed ebbi modo di parlare alcune ore con suor Lucia. In quella occasione esaminai con lei i rapporti avuti con Giovanni Paolo I. L’ho già detto e lo ripeto: suor Lucia, facendomi vedere la panca dove erano seduti e si era svolta la lunga conversazione, mi disse che da parte sua non c’era stata alcuna previsione o preveggenza riguardo ad Albino Luciani. Solo, dopo la partenza del Patriarca, in comunità aveva esclamato: “Se diventasse Papa, non mi dispiacerebbe”. D’altra parte anche in una relazione scritta dallo stesso Luciani su quell’incontro non viene fatto alcun cenno a profezie di questo genere.


La seconda puntata della fiction ha raccontato il Conclave che elesse Luciani e i trentatré giorni del pontificato. Che impressioni ne ha avuto?
Paradossalmente la parte forse più fedele della fiction alla pubblicistica sulla figura di Luciani è proprio quella del Conclave. Solo che in questo caso è la stessa pubblicistica a traballare in sé, visto che su quel Conclave notizie certe e documentate non ci sono né ci potrebbero essere.


E la parte dedicata al pontificato?
Capisco che in ogni buon film alla figura del buono si debba sempre contrapporre quella del cattivo o dei cattivi. Ricordo che nella fiction dedicata a Giovanni XXIII questo ruolo ingrato – e non corrispondente alla verità! – era toccato al cardinale Alfredo Ottaviani. E purtroppo anche questa fiction non è sfuggita a tale legge non scritta. E così tra i cattivi abbiamo ritrovato l’immancabile arcivescovo Paul Marcinkus, vari cardinali e un po’ tutta la Curia. Personalmente mi ha colpito il ritratto negativo – e ingiusto!- che è stato fatto del Segretario di Stato dell’epoca, il cardinal Jean Villot, e del mio grande predecessore a Genova, il cardinale Giuseppe Siri. Raccontare la Curia romana all’epoca di Papa Luciani come una congrega di ecclesiastici che non avrebbero avuto null’altro da fare che mettere i bastoni tra le ruote al nuovo Papa mi è sembrato ingiusto nei confronti della Curia, della Chiesa cattolica tutta e anche dello stesso Papa Luciani.


Dulcis in fundo l’inquadratura della tazzina di caffè quasi ad adombrare il sospetto che lì si celasse il segreto della morte prematura del Papa.
Questa francamente mi è sembrata una caduta di stile, che, pur nella libertà di espressione artistica che è e deve essere garantita a tutti, ci poteva essere risparmiata. Lanciare una allusione così pesante, quasi fosse un obbligo di cronaca farlo, mi è sembrato sgradevole. Anche perché non c’è alcun elemento serio e certo che potrebbe portare a quel tipo di conclusione, come peraltro ha ribadito il fratello Edoardo.


Eminenza, lei ha conosciuto personalmente Papa Luciani?
L’ho conosciuto in occasione di un incontro per i formatori di Seminario da lui promosso e affidato ai professori dell’Università Pontificia Salesiana. Ho letto inoltre con avidità il suo libro «Illustrissimi» con le curiose lettere a personaggi famosi. L’ho poi ascoltato, come Papa, nelle semplici e penetranti catechesi del mercoledì e poi l’ho visto ormai defunto il mattino presto del 29 settembre 1978. Essendo giunto assai presto in Vaticano per una successiva riunione, ed avendo avuto notizia dell’improvvisa morte, sono salito alla seconda e poi alla terza loggia, ed ho visto il cardinale Villot affranto e smarrito, mentre il cardinale Giovanni Benelli giunse da Firenze come un fulmine. Aldilà delle invenzioni e delle leggende, ricordo la sua figura dolce e accattivante di “catechista del mondo”.


di Gianni Cardinale – (C) AVVENIRE – 26 ottobre