Cancellate dall’anagrafe le vittime dei partigiani

Socialismo

Cernaieto (RE): eliminano le prove per cancellare la vergogna


Svaniti nel nulla nomi, referti e documenti relativi all’uccisione di
24 soldati della GNR avvenuta nell’aprile ’45.

Era il 23 aprile 1945. A Montecchio, un paese situato nella piccola valle che si distende fra Reggio Emilia e Parma, un gruppo di militari della Guardia Nazionale Repubblicana combatteva ormai da due giorni contro una brigata di partigiani. I soldati erano rimasti soli, ed erano provati:
decisero di trattare la resa. A fare da tramite fu il parroco, don Caraffi. I militari decisero di arrendersi, riportano le testimonianze, «a patto di avere salva la vita e a condizione di non subire maltrattamenti e percosse».
Vennero uccisi tutti, qualche giorno dopo, in un paese poco distante:Cernaieto. Si dice che fu un’esecuzione sommaria, un colpo di pistola e via. Ma probabilmente il decesso fu causato dalle torture e dalle percosse. Non si saprà mai, visto che in questi giorni si è scoperto che i referti necroscopici effettuati sui corpi sono spariti dagli archivi del Comune di Casina, a cui fa riferimento Cernaieto, da quelli del Comune di Canossa, poco distante, e pure dai registri della parrocchia, andati misteriosamente distrutti anni fa.


LA DENUNCIA Una vicenda sospetta, venuta a galla grazie a Fabio Filippi, consigliere regionale di Forza Italia dell’Emilia Romagna, che indagando sul caso assieme allo storico Paolo Gregori si è accorto che dei documenti che rivelano i particolari della morte dei militari si sono perse le
tracce.
Quel 23 aprile, i soldati si consegnarono, tutti e ventiquattro quanti erano, disarmati e inermi, ai comunisti. Il vicecomandante della brigata partigiana decise di fucilarli immediatamente. A fermarlo fu solo l’ordine di un superiore. Così, due giorni prima della fine della guerra, i partigiani scortarono i militari nei boschi, in alto, fino alle montagne di Cernaieto. I soldati furono trascinati per la strada con le mani legate dietro la schiena e tenuti in riga da una lunga corda, che ciascuno portava attorcigliata al collo. Una volta giunti a destinazione, dopo due giorni di marcia necessari a percorrere una quindicina di chilometri, furono processati da un improvvisato tribunale della Polizia mobile partigiana. Vennero ritenuti prigionieri di guerra. Era il 25 aprile del 1945.
Qualche giorno dopo, nonostante la guerra fosse già finita, i soldati vennero trucidati tutti. La data esatta non si conosce: un giorno imprecisato fra il 26 aprile e il primo maggio. Tra di loro c’era un padre quarantenne con il figlio di 16 anni e altri due ragazzi che avevano più o meno la stessa età. Una donna, pure, probabilmente la fidanzata di qualcuno. Le salme vennero riesumate nel 1946 per ordine del prefetto di Reggio Emilia e portate nel cimitero di Casina, dove vennero effettuati i referti necroscopici. Il medico del luogo, il dottor Giovanni Gabbi, inorridì al vedere i cadaveri.
Erano stati picchiati e seviziati e probabilmente erano già morti prima che i partigiani piantassero loro una pallottola in testa per finirli.


PROVE OCCULTATE I documenti che attestano l’accaduto, però, sono scomparsi.
«Sono certo che siano stati fatti sparire dagli amministratori comunisti, sia da gli archivi comunali che da quelli parrocchiali. Hanno eliminato le prove nel tentativo di nascondere la vergogna» dice Filippi. «La guerra era già finita, ma vennero uccisi lo stesso. In sessantuno anni nessuno ha ricordato questo massacro, l’Associazione nazionale partigiani italiani lo ha sempre ignorato. In questa zona c’e un conflitto ancora aperto. Io stesso ho ricevuto lettere anonime di minaccia, che mi intimavano di smettere di “infangare la memoria della Resistenza”. Abbiamo eretto delle croci in legno per ricordare l’eccidio: sono gia state divelte cinque volte da ignoti».

LIBERO 06/03/2007