CINA: gigante addormentato o tigre in agguato?

Socialismo

La Cina è già ora la prima potenza

Non ce ne siamo accorti: il Celeste Impero è ormai egemone nel mondo

La Cina è già la prima potenza mondiale, solo che non ce ne siamo accorti. Non siamo ancora stati invasi da film, libri, fumetti, cartoni animati, arte e lingua made in China, e per questo la potenza del Celeste Impero è ancora poco percepita dai più.
L’opinione pubblica mondiale capirà qualcosa di più nel 2008, con le Olimpiadi di Pechino. La Cina compie progressi da gigante anche in tutti gli sport. L’obiettivo è superare nel medagliere gli Stati uniti, come stava già avvenendo ad Atene.
D’altra parte i cinesi sono tre volte gli europei, due volte gli americani. Più che un sub continente, sono un “nuovo” pianeta il cui vero cruccio si chiama energia. Lo sviluppo del Celeste Impero è difatti frenato dalla quantità insufficiente di energia e di centrali atte a produrla. Per arricchire un miliardo e mezzo di persone, non basta tutto il petrolio del pianeta. Laghi artificiali grandi come intere province italiane alimentano dighe faraoniche, centrali elettriche e fitte reti di canali irrigui, ma non bastano. Le servono centrali nucleari in serie. Le serve, soprattutto, arrivare a controllare ogni fonte energetica del globo.
La sua politica è già di fatto disorganica rispetto agli Usa e all’Occidente. L’enorme numero delle bocche da sfamare le impone una veduta indipendente, autonoma e contrastante. I dati ufficiali dicono che all’attuale tasso di crescita solo nel 2050 la Cina sarà la prima potenza mondiale, ma nei fatti lo è già perché i suoi tassi di sviluppo la mettono in grado di condizionare pesantemente il mondo.
Un esempio? Il Celeste Impero è il secondo consumatore mondiale di petrolio dopo gli Usa, con circa 6 milioni barili al giorno. L’Ente statale dell’energia si chiama Sinopec. È pronto a sborsare qualsiasi cifra, anche 50 dollari il barile, pur di animare l’industria in pieno sviluppo ed evitare black out, che nelle metropoli si succedono in modo preoccupante.
In dicembre, Pechino ha concluso un accordo con l’Iran, lo “stato canaglia”. Prevede la fornitura di 10 milioni di tonnellate di gas naturale liquido all’anno per 25 anni. Il valore complessivo è impressionante: 100 miliardi di dollari, ma presto vi sarà un accordo analogo in campo petrolifero, con la compagnia di stato cinese direttamente impegnata nello sviluppo del gigantesco giacimento iraniano di Yad Avaran.
NUOVA VIA DELLA SETA
Altro che sanzioni nei confronti degli stati islamici. È in progetto la costruzione di una fitta rete di oleodotti, gasdotti e corridoi di trasporti con tutta l’area asiatica, che include anche Russia e Pakistan. Pechino sostiene anche l’economia russa, di cui è peraltro la prima acquirente di armi. Germania e Francia guardano all’accordo con interesse. Gli esperti internazionali concordano nel ritenere che è in atto un nuovo asse Pechino-Teheran-Mosca per il controllo dell’area eurasiatica in opposizione agli Stati Uniti.
Non c’è nulla da stupirsi. Secondo le ricerche storiche dell’Ocse, la Cina è stata la massima potenza mondiale per circa 18 degli ultimi 20 secoli. Aveva inventato la carta 300 anni prima di Cristo; seguirono l’inchiostro, la stampa, la bussola, la polvere da sparo. E che dire della produzione e della lavorazione della seta? Risalgono a cinquemila anni or sono, vicino a Shanghai. Il cashmere è prodotto originale della Mongolia interna. Perfino i mandarini sono un frutto di quelle parti.
All’Occidente occorsero parecchi secoli prima di cominciare a usare tali invenzioni e prodotti, lo stesso Islam non sarebbe mai diventato una potenza se non avesse appreso le tecnologie più avanzate proprio dalla Cina. Il crollo economico avvenne durante la prima metà dell’800, ad opera di un’Europa dedita alle conquiste d’oltre oceano e alla rivoluzione industriale, che l’aristocrazia imperiale dei mandarini non seppe cogliere (come invece i giapponesi, forse proprio perché la civiltà era già “troppo” avanzata così com’era). La situazione odierna è cambiata a un punto tale che tra qualche anno capitali cinesi saranno in grado di comprarseli tutti i marchi più noti del made in Italy. In pratica, si legalizza la loro estesa contraffazione. Durante la primavera scorsa, Giorgio Armani, nell’aprire un grande negozio a Shanghai, è stato accolto in tutto il Paese come una specie di imperatore dello stile.
Ufficialmente, i cinesi sono un miliardo e trecento milioni, nella realtà sono un miliardo e mezzo. Infatti, se la nascita del secondo o del terzo figlio non è consentita, siccome nelle campagne arretrate è assurdo pensare di sbarcare il lunario con un solo figlio per famiglia, semplicemente i secondo e i terzogenito spesso non sono registrati.
UNA SERIE DI PRIMATI
Le autorità locali chiudono uno, due occhi. E non solo sull’esplosione demografica. Parlare di economia sommersa è un eufemismo, Shanghai e Canton non sono Napoli e Palermo. Già oggi, includendo Hong Kong e Taiwan (con cui si sta riconciliando), la Cina è ormai il terzo esportatore e importatore mondiale dopo Usa e Germania; ha superato lo stesso Giappone. Il porto di Shenzhen è il sesto al mondo per traffico di navi container, più di Rotterdam e Los Angeles. Con i bassi salari, l’elevata produttività, la straordinaria vitalità nell’imitare il nuovo, l’organizzazione commerciale strategica, la produzione cinese ha modificato il modello mondiale di sviluppo, prima trainato dalle tigri asiatiche, Giappone, Singapore, Corea, Malaysia, Thailandia, Indonesia, Filippine, nonché dall’Europa e dagli Usa.
Ha scritto di recente il Wall Street Journal: “Il Paese è diventato il capannone industriale del mondo, con una produzione così massiccia e diversificata da esercitare una pressione disinflazionistica a livello globale praticamente su tutto”. La Cina cioè, anche grazie alle contraffazioni di cui è maestra, comprando o producendo contribuisce paradossalmente a tenere più bassi i prezzi sul tessile, sull’abbigliamento, sulle calzature, sui giocattoli, su rilevanti comparti tecnologici come la componentistica elettronica, i motori e le attrezzature meccaniche. E ancora televisori, elettronica di consumo, elettrodomestici, telefonia. Perfino sulla frutta, sulla verdura, su funghi coltivati. Si producono più del 50% delle macchine fotografiche vendute nel mondo, il 30% dei condizionatori e dei televisori, il 25% delle lavatrici, il 40% dei forni a microonde. Economia stracciona? Entro il 2020 saranno messi in orbita più 100 loro satelliti. Al Genomics Institute di Pechino hanno già decodificato il genoma del riso, e chissà quanti altri segreti nasconde questo, come molti altri l’istituti.
Mentre l’India scoraggia in mille modi gli investitori stranieri, negli ultimi dieci anni la Cina ha battuto ogni record, ricevendo 600 miliardi di dollari di investimenti dall’estero, superando gli stessi Usa. Le multinazionali operanti in Cina hanno creato 23 milioni di posti di lavoro. Ancora nel 1985 quasi tutti i cinesi avevano un reddito pro capite pari a meno di un dollaro al giorno. Oggi, la classe media, con tenore di vita paragonabile a quello occidentale, è composta da 270 milioni di persone, quasi quanto la popolazione dell’Unione europea. Decine di migliaia di giovani studiano nelle università europee o americane. Il numero dei laureati ha forse già superato quello degli Usa. Certo, non è una società democratica e non sono rari gli episodi di vasta corruzione di funzionari pubblici, condannati magari a pene esagerate, compresa la pena di morte. Ma come governare 350 milioni di contadini indotti ad abbandonare le campagne e a popolare le metropoli, una forza lavoro totale di 720 milioni di persone, destinata a perdere le protezioni e i sussidi della società comunista? Come comprimere la peraltro diffusa disoccupazione urbana? Altro che società di massa: la Cina deve creare ogni anno 21 milioni di posti di lavoro.
COME LA GERMANIA
È di ieri il rapporto del National Intelligence Council (Nic), ovvero il centro studi della Cia. Riferisce che Cina e India emergeranno sulla scena globale dei prossimi 15 anni “in modo simile all’avvento della Germania unita nel XIX secolo e degli Stati Uniti all’ inizio del XX secolo”. Accompagnati dall’ascesa di Indonesia e Brasile, i due paesi asiatici “trasformeranno il panorama geopolitico”. La modifica del panorama mondiale e dello scenario quotidiano è già in atto.

di Roberto Schena

La Padania [Data pubblicazione: 16/01/2005]