CINA: alle porte una nuova Rivoluzione Culturale…?

Socialismo

Cina, il partito prepara il colpo di coda?


Il Partito si muove coi vecchi metodi, e il suo bersaglio è chiaro: il governo pericolosamente liberista. Come durante la Rivoluzione Culturale, quando contro i governi ritenuti poco marxisti, Mao lanciò le Guardie Rosse…..

Molti credevano che Liu Guoguang, economista maoista un tempo onnipotente ma da lunghi anni a riposo, fosse addirittura morto. Invece il novantenne personaggio è riapparso, per lanciare uno sferzante avvertimento al governo cinese: se il Partito non mette le redini alle riforme di mercato, ha gridato il compagno Liu Guoguang, la Cina finirà per “cambiare colore”. Nel gergo cifrato, vuol dire che il “rosso” comunista sta stingendo. In chiaro, che il Partito sta perdendo potere, il che allarma davvero l’apparato.
Poteva sembrare lo sfogo rabbioso di un dinosauro del passato; grida del genere si sono già udite qua e là levarsi dai ranghi della nomenklatura nostalgica, fatta di senili reduci dalla lunga marcia di Mao.
Invece stavolta è diverso. Come d’incanto, in tutto l’enorme Paese si organizzano conferenze per “studiare il pensiero economico del compagno Liu”. Sembra una replica delle “spontanee” sessioni di massa della Rivoluzione Culturale, quando lavoratori e dirigenti venivano radunati per “studiare il libretto rosso” di Mao, o per “criticare Confucio, criticare Lin Piao”.
Il Partito si muove coi vecchi metodi, e il suo bersaglio è chiaro: il governo. Il presidente Hu Jintao e il primo ministro Wen Jabao: entrambi membri dell’apparato, ma ormai giudicati pericolosamente liberisti.
Partito contro governo: fu proprio questo il senso della Rivoluzione Culturale. Contro governi ritenuti poco marxisti, Mao lanciò le Guardie Rosse. I riformisti dovettero fare umilianti autocritiche, davanti a torme di studenti che li processavano, li picchiavano, gli calzavano in testa orecchie d’asino di carta.
Sta per accadere di nuovo? I segnali si moltiplicano. Due economisti troppo liberali, Mao Yushi a Pechino e Wu Jinglian a Shanghai, si sono visti chiudere d’autorità i loro due istituti di analisi economica.
L’economista Zhang Weiying dell’Università di Pechino è stato…tolto dalla cattedra perché “troppo vicino agli imprenditori”. Ma ancora più preoccupante l’attacco che sta subendo il capo della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan.
Il dottor Zhou è stato un infaticabile promotore degli investimenti stranieri in Cina; ha aperto la Borsa, ha avviato una modesta rivalutazione della moneta nazionale come gli chiedeva la Casa Bianca, ha cominciato a liberalizzare i tassi d’interesse e sottratto l’emissione di obbligazioni al controllo dell’ente di pianificazione socialista, e tiene discorsi publici a favore del mercato: tutte cose per cui è lodato in Occidente. Ma un articolo anonimo apparso su un oscuro giornaletto che si stampa ad Hong Kong, Chengbao, lo ha accusato, per il fatto che sostiene l’entrata in Cina di fondi d’investimento speculativi esteri, di aprire il Paese “ai lupi stranieri”. Anche questo pare un ritorno ai vecchi metodi: spesso l’apparato comunista ha fatto dire a qualche foglio di Hong Kong ciò che non si può dire a Pechino, e spesso attacchi del genere hanno dato il segnale di purghe feroci contro i nemici interni del Partito.
Peggio: “Quanto più Zhou tiene discorsi, tanto meno il pubblico capisce se il governatore della Banca Centrale parla a nome del Paese o solo per sé”, scrive il giornale. Sembra il preludio a un’accusa di deviazionismo e di interesse privato, che può anche portarlo dritto davanti a un plotone d’esecuzione. In ogni caso, troncare la sua carriera: si diceva che il capo della banca centrale sarebbe stato promosso a vice-premier al Congresso del Partito che si terrà l’anno prossimo (si tiene ogni cinque anni) e che assegnerà i posti di governo per il 2007-2012. Ora la sua nomination sembra allontanarsi.
È nel Congresso che il vecchio apparato si prepara a vincere: mettendo i suoi delfini ideologici nelle posizioni-chiave del Politburo e garantendosi non solo le linee di successione, ma la mano di ferro sull’economia. L’argomento che userà l’ha espresso uno di loro, un vecchio alto dirigente della pianificazione socialista, Liu Rixin: “Lo Stato ha perso il controllo di numerosi settori economici, e delle aziende statali rimaste, non facciamo altro che offrirle in vendita a stranieri e a chiunque”. Insomma il Partito unico vuole mantenere il ruolo dominante nell’economia, perché capisce che è la condizione della sua sopravvivenza.
In Occidente si tende a credere che il colpo di coda ideologico fallirà, perché il settore privato è ormai troppo forte, grosso e vivace, e che i monopoli di Stato su cui il Partito appoggia il suo residuo potere – alluminio, petrolio, lotterie – sono serbatoi di debiti, inefficienza e corruzione sull’orlo del fallimento. Ma questo ottimismo sottovaluta gli umori profondi della società cinese.
Il Financial Times dà la parola a un economista cinese (“che ha chiesto di non essere nominato”) il quale racconta la reazione del pubblico durante una sua conferenza in una facoltà di Economia a Pechino. Se le banche cinesi sono piene di crediti inesigibili, diceva l’economista, non è colpa degli investitori stranieri – allusione al fatto che il Partito le ha obbligate a concedere prestiti a loro favoriti corrotti e incapaci. L’intero Consiglio di facoltà è insorto. Un professore, tra gli applausi del pubblico (tutti economisti apparentemente “aperti” e “liberali”), gli ha gridato: “Non dobbiamo mai dimenticare i nostri nemici, gli stranieri capitalisti. Siamo ancora un paese socialista”.
Il Partito può mobilitare la sua forza d’urto proprio nel ceto sociale che ha più devastato e maltrattato: i 300 milioni e passa di contadini. Dal mercato e dalle privatizzazioni, le campagne non hanno visto alcun vantaggio. Il vecchio sistema almeno dava ai contadini sanità e casa gratis, pensioni di vecchiaia, istruzione gratuita per i figli: tutto questo è stato tagliato brutalmente in nome dell’efficienza capitalista. Nelle scuole rurali, gli insegnanti mettono al lavoro gli alunni, facendo fabbricare loro piccoli oggetti da esportare, per pagarsi gli stipendi che non ricevono più. Nel boom economico, gli scolari nelle campagne abbandonano quelle scuole-lager a tassi del 40 per cento.
Peggio: proprietà privata di terra e immobili esiste nelle città – chi ha una casa può venderla a chi vuole – ma non nelle campagne. La terra resta proprietà collettiva, e i contadini i suoi servi della gleba. Così, mentre in città chiunque abbia un’area fa miliardi con il boom edilizio, in campagna il prezzo dei suoli rurali è del 2% di quelli urbani. E poiché non è di nessuno, questo differenziale è una tentazione per i capetti locali del partito. Riclassificano come “edificabili” i campi ai margini delle metropoli e li vendono a chi vuole costruire case o capannoni industriali; i contadini vengono cacciati senza indennizzo, e i capetti lucrano tangenti milionarie.
Perciò, non è casuale che la nomenklatura proclami oggi di voler dare priorità a “combattere le disparità sociali” e a “ridurre il divario fra ricchi e poveri” provocato dal “mercato”. Dei poveri, loro, se ne infischiano. Ma sanno che questo appello non resta inascoltato nei villaggi e nelle risaie.
È anche questo un ritorno ai metodi di Mao: scatenare “la campagna” contro “la città” è stata una classica strategia con cui il Partito riprendeva periodicamente il suo controllo totalitario, contro deviazionisti e pragmatisti moderati, per riavviare ogni volta la rivoluzione permanente. Se il gioco riesce anche stavolta, per qualche tempo non sentiremo pù parlare della Cina come competitore globale e grande successo economico, ma l’epicentro di un’altra sanguinosa, rivoluzione “culturale”.


di Maurizio Blondet
La Padania [Data pubblicazione: 05/03/2006]