CI VUOLE BUSH PER DIFENDERE IL MATRIMONIO

Dal mondo


di Riccardo Cascioli. “Se vogliamo impedire che il significato del matrimonio cambi per sempre, il nostro Paese deve adottare un emendamento costituzionale per proteggere il matrimonio in America. Oggi chiedo al Congresso di approvare subito, e di inviarlo agli stati per la ratifica, un emendamento alla nostra Costituzione che definisca e protegga il matrimonio come unione di un uomo e di una donna quali marito e moglie”. E’ il passo decisivo del solenne discorso pronunciato dal presidente americano George W. Bush il 24 febbraio dalla sala Roosevelt della Casa Bianca.


E’ un messaggio certamente non inaspettato: da mesi Bush insiste sulla sacralità del matrimonio e dell’ipotesi di un emendamento costituzionale ad hoc aveva parlato anche in gennaio nel Discorso sullo Stato dell’Unione, il messaggio più importante dei presidenti degli USA che viene proclamato al’inizio di ogni anno davanti al Congresso unito.


Eppure la decisione di Bush è dirompente, e non solo perché viene nell’anno delle elezioni presidenziali, ma perché entra nel vivo di una battaglia decisiva per il futuro degli Stati Uniti e dell’Occidente. Affermare – come alcuni hanno fatto – che si tratta di una mossa elettorale per guadagnare il consenso della “destra religiosa” è perciò un giudizio estremamente riduttivo che non rende ragione alla verità. E detto per inciso, il riferimento malizioso alla “destra religiosa” (sinonimo ovviamente di aggregazione negativa e nemica della “vera fede”), sembra fatto apposta per mettere in pace la coscienza di tanti cattolici – parlo dell’Italia – che sono imbarazzati da questo Bush così vicino alle posizioni cattoliche quando invece preferiscono dipingerlo come il “diavolo” che vuole la guerra e minaccia l’ambiente. “Bush ostaggio della destra religiosa”, insomma, è un modo per parlare male di Bush anche quando si trova su posizioni che i cattolici dovrebbero condividere.


Oltretutto le lobby più potenti e ricche sono ben altre, a cominciare da gay e lesbiche, che infatti hanno scatenato una vera e propria guerra contro il presidente. E’ importante far notare infatti che il motivo per cui Bush chiede un emendamento costituzionale è il fatto che queste lobby stanno cercando di scardinare la legislazione americana – che già afferma chiaramente che il matrimonio è solo tra uomo e donna – per via giudiziaria. Lo ha detto chiaramente il presidente stesso già nel Discorso sullo Stato dell’Unione, dove ha ricordato anzitutto che esiste una legge federale – il Defense of Marriage Act – approvata dal Congresso durante la presidenza Clinton, che difende il matrimonio “come unione di un uomo e di una donna” e che fa esplicito divieto ai singoli stati di ridefinire il matrimonio. “Però – ha detto Bush davanti al Congresso – ci sono giudici attivisti che hanno cominciato a ridefinire il matrimonio a colpi di sentenze, con disprezzo della volontà del popolo e dei suoi legittimi rappresentanti. Su una questione dalle conseguenze così gravi la voce del popolo deve essere ascoltata. Se i giudici insistono nell’imporre la loro arbitraria volontà al di sopra di quella del popolo, la sola alternativa che resta al popolo è quella di ricorrere al processo costituzionale”. Il riferimento, chiaro, è alla situazione venutasi a creare in Massachusetts (lo stato del suo probabile sfidante John Kerry) e in California.


C’è dunque in questa battaglia un evidente risvolto istituzionale, con le solite minoranze che si sentono “illuminate” e perciò in dovere di imporre a tutti la società che ritengono giusta.


Che si possa arrivare ad approvare un emendamento costituzionale è tutt’altro che scontato, data la complessità del processo e i numeri necessari (i 2/3 del Congresso e i 4/5 degli stati), ma il segnale politico è comunque importantissimo. Anche perché Bush sta combattendo la battaglia per la famiglia (e per il diritto alla vita) sin dal primo momento della sua presidenza. E le sue motivazioni sono le più laiche che si possa immaginare, anche se nel Discorso sullo Stato dell’Unione ha chiaramente parlato di “santità del matrimonio” che “la nostra nazione deve difendere”. Bush ritiene infatti che il permanere della grandezza dell’America dipenda da quanto forte sarà l’istituzione familiare. Per questo ha varato un programma per favorire la crescita di “famiglie sane”. Ha già provveduto a operare tagli fiscali, ma soprattutto ha messo a punto un piano da 1.500 miliardi di dollari per aiutare le coppie a costruire “matrimoni solidi”. Consapevole che non è solo una questione economica, ma anche e soprattutto culturale, Bush già nel 2003 aveva istituito una “Settimana per la protezione del matrimonio” dal 12 al 18 ottobre, con lo scopo di “sostenere l’istituzione del matrimonio aiutando le coppie a costruire matrimoni duraturi e a essere nuoni genitori”. Nella proclamazione solenne della “Settimana”, il presidente americano ricorda anche come le ricerche dimostrino che, “in media i bambini cresciuti in famiglie stabili guidate da genitori sposati crescono molto meglio che non quelli cresciuti in altre situazioni familiari”. Vale a dire: hanno migliori risultati a scuola, e quindi nella vita (e in questo modo aiutano il progresso e lo sviluppo del Paese); sono meno soggetti a devianze sociali (il che vuol dire meno criminalità e meno spese per l’assistenza sociale). In poche parole, con famiglie stabili tutta la società ne guadagna. E anche i singoli individui: “Sostenendo famiglie solide e una educazione responsabile, la mia Amministrazione è certa di assicurare che ogni bambino possa crescere in una casa sicura e accogliente”.


Non deve perciò stupire che in America i gruppi pro-life e pro-family si siano già schierati a favore della rielezione di Bush. Ricordiamo, per inciso, che tutti i candidati democratici hanno iniziato la loro campagna visitando e dando sostegno aperto ai movimenti gay e alle associazioni abortiste. Gli Stati Uniti non sono un Paese qualsiasi, il prevalere dell’una o dell’altra corrente significa cambiamenti importanti in tutto il mondo. Per questo la battaglia di Bush interessa anche noi: in gioco ci sono le basi stesse della nostra società.


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