Bosnia, discriminazioni e povertà

Libertà religiosa


Il grido del cardinale Vinko Puljic: «I cattolici sono ancora senza diritti»



DAYTON 10 ANNI DOPO

L’arcivescovo di Sarajevo ha puntato il dito contro l’Unione europea e la comunità internazionale: non garantiscono la medesima tutela di cui gode la maggioranza dei cittadini islamici


Dall’Inviato A Sarajevo Paolo Lambruschi


Da Roma a Sarajevo ieri due grida d’allarme hanno ricordato all’Unione europea e al governo bosniaco che a dieci anni dalla pace di Dayton rimangono pericolosamente aperte numerose ferite in Bosnia Erzegovina. Dal Sinodo il cardinale di Sarajevo Vinko Puljic ha denunciato la discriminazione sofferta dalla Chiesa cattolica nella Repubblica balcanica.

«I cattolici sono senza diritti, anche linguistici – ha affermato il primate, considerato uomo del dialogo che durante la guerra si distinse per il coraggio – e faticano a professare la loro fede mentre assistiamo impotenti alla loro progressiva emarginazione». L’arcivescovo di Sarajevo ha puntato il dito sull’Ue e la comunità internazionale, ree a suo dire di non garantire i medesimi diritti della maggioranza dei cittadini musulmani. «Viviamo in una para repubblica che ostacola il processo di avvicinamento all’Europa.
Purtroppo il silenzio dell’Ue non fa altro che favorire l’arroganza dei musulmani – ha ribadito nel suo intervento davanti al Papa e ai Padri Sinodali – la Bosnia è un protettorato della comunità internazionale, ma molte famiglie sono costrette ad emigrare alla ricerca di un futuro migliore».

Le condizioni economiche e sociali sempre più drammatiche in cui versa il Paese a dieci anni esatti dal cessate il fuoco sono state descritte ieri nella capitale bosniaca, in un convegno organizzato da Caritas Europa, dalle organizzazioni umanitarie che fanno capo alle quattro confessioni religiose: la Caritas bosniaca, l’islamica Merhamet, l’ebraica Benevolencia e l’ortodossa Dobrovor. Per la prima volta le quattro istituzioni hanno collaborato redigendo un testo sulla povertà in Bosnia che esprime anche la comune insoddisfazione contro i vari livelli di governo locale spesso assenti. Per le quattro istituzioni la popolazione vive peggio oggi di 16 anni fa quando la vecchia Jugoslavia agonizzava e si stava preparando la guerra civile. E, tra le emergenze, hanno sottolineato il dramma degli anziani profug hi che tornano nella loro terra soli e malati è spesso vivono di carità senza alcuna forma di assistenza sanitaria, che lo Stato non può permettersi di erogare.
Non stanno meglio i bambini: tre su quattro non possono permettersi di studiare oltre l’obbligo scolastico e sette giovani su dieci tra quelli che si laureano cercano di scappare dalla disoccupazione. Il documento, che viene presentato stamane al governo federale, chiede alla politica due interventi concreti: bloccare l’introduzione dell’Iva, che porterebbe letteralmente alla fame numerosi nuclei familiari, e incentivi per fermare la fuga di manodopera qualificata e di cervelli. La principale causa del sottosviluppo è ritenuta la paralisi amministrativa generata proprio dal trattato di Dayton, il quale ha creato una repubblica federale divisa in due entità, quella serba e quella croato-musulmana, amministrata in cantoni e municipi e priva ancora di Costituzione.

«Ma il quadro – ha commentato Loize Peterle, primo ministro sloveno ai tempi dell’indipendenza e oggi parlamentare europeo – è complicato dal potere di veto dell’Alto rappresentante nominato dall’Onu (oggi il britannico Paddy Ashdown). Insomma, abbiamo instabilità politica e deresponsabilizzazione delle élite. Ma se la società e la politica esprimessero volontà di cambiamenti pacifici e democratici non credo che verrebbero fermati dall’Ue o da Washington».
«La Bosnia è la Repubblica balcanica con la peggiore performance di sviluppo secondo l’Onu – ha dichiarato Marius Wanders, segretario generale di Caritas Europa – agli stessi livelli di Ucraina e Armenia. L’Europa non deve lasciare solo il Paese per prevenire l’esplosione di gravi emergenze sociali e sanitarie. Noi appoggeremo la lotta per ridurre la povertà e garantire i diritti umani senza distinzioni».

«Questo documento è un segnale del risveglio della società civile – gli fa eco il direttore della Caritas italiana monsignor Vittorio Nozza – ed è un importante momento di dialogo che ha sus citato interesse in Bosnia. Bisogna lavorare sodo per una pace vera e giusta».

Da Sarajevo si ascoltano infatti con inquietudine i discorsi dei nazionalisti belgradesi sull’area. Dicono che, se il Kosovo diventasse indipendente, nessuno potrebbe fermare il ritorno dei serbo bosniaci a casa. E allora il fragile mosaico balcanico franerebbe e con esso la pace. A pochi giorni dalla conferenza di Ginevra sulla Bosnia, va ricordato, come ha detto l’arcivescovo Puljic, «che gli accordi di Dayton non sono intoccabili come le Sacre scritture».

Da Avvenire On Line del 12 ottobre 2005