Benedetto XVI negli Stati Uniti. Colloquio con Mary Ann Glendon

Dal mondo
La legge naturale è la vera Carta del mondo

Si è conclusa la visita di Benedetto XVI negli Stati Uniti. Mary Ann Glendon, l’ambasciatore fresco di nomina degli Stati Uniti presso la Santa Sede – già professore ordinario di Diritto comparato alla facoltà di Legge di Harvard, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e capo della delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulla donna nel ’95 – compie un’analisi interessante dell’intervento del Papa nella sede delle Nazioni Uniti e dei vari eventi che hanno caratterizzato questo 8º Viaggio Apostolico di Benedetto XVI…

 

Il Papa ha parlato all’Onu. Ad ascoltarlo anche lei, Mary Ann Glendon, l’ambasciatore fresco di nomina degli Stati Uniti presso la Santa Sede e dal mandato più breve che si ricordi – sei mesi – fortemente voluta da George W. Bush.  Nata a Dalton, in Massachusetts, tre figlie, già professore ordinario di Diritto comparato alla facoltà di Legge di Harvard, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e capo della delegazione vaticana alla conferenza di Pechino sulla donna nel ’95. Non una diplomatica pura, dunque, ma soprattutto una delle intellettuali cattoliche più solide e conosciute in ambito internazionale. Sua la definizione dell’interpretazione iper-individualistica dei diritti umani, un tema centrale nel discorso pronunciato ieri da Benedetto XVI in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. La Glendon immaginava che «l’universalità ma soprattutto l’indivisibilità dei diritti umani e l’interdipendenza di essi» in quanto basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo sarebbero stati passaggi fondamentali del messaggio del Pontefice. «Perché la sua visione è molto simile a quella affermata dalla Carta universale del 1948, dove il principio di interdipendenza sancisce che non si può aiutare qualcuno e lasciare indietro gli altri, ma si deve salvaguardare e tendere all’insieme».
Qual è la visione di Benedetto XVI?
Per il Papa il corpo integrato e unificato dei diritti umani è radicato nelle leggi naturali e inscritto nell’essere umano. Non si può considerare o favorire qualcuno a discapito degli altri. E ancora, nella Carta si chiede di proteggere la maternità e l’infanzia, la famiglia nella società, l’uguaglianza. Quest’ultimo un principio ovvio per il pontefice, anche quando si parla di uomini e donne. Dopo tutto, molto prima che esistessero le nazioni Unite ci fu San Paolo che disse: «Vi battezzo tutti in nome di Gesù Cristo, sia che siate uomini, donne, greci, ebrei, schiavi, liberi».
Il Papa è arrivato al Palazzo di Vetro dopo tre giorni trascorsi a Washington. A gennaio del 2009 si celebreranno i 25 anni di relazioni diplomatiche formali fra Vaticano e Usa e i media, sia italiani che internazionali, hanno evidenziato i buoni rapporti fra George W. Bush e Benedetto XVI. Esiste un’amicizia personale fra il pontefice e il presidente?
Non solo esiste, ma la loro relazione non è mai stata così forte. Bush è andato ad accoglierlo personalmente all’aeroporto proprio per rimarcare questo punto, non lo ha fatto con nessun altro capo di Stato. Io c’ero. E  ho sentito le parole del presidente quando, rivolgendosi al suo seguito, ha detto: «Qualcuno mi chiede perché sono venuto in aeroporto, ma la riposta è semplice: è la personalità religiosa più importante del mondo».
La risposta non ha tuttavia messo a tacere le critiche mosse per una visita organizzata nel pieno di una campagna elettorale…
Il Papa è venuto a New York su invito delle Nazioni Unite, e a Washington per celebrare l’anniversario della fondazione della prima diocesi americana negli Stati Uniti. L’incontro con Bush è figlio dell’ottima conversazione che i due ebbero a Roma nel corso dell’ultima visita del presidente e poggia senza meno sull’amicizia che si è sviluppata fra i due uomini. Non ci sono retropensieri di carattere politico, ma solo dei solidi legami fra i due Stati.
Cosa costruiranno insieme?
Da questo vertice si esce con una lettera di intenti che riguarda soprattutto il Medio Oriente. Posso dire con certezza che i due lavoreranno assieme nel corso del prossimo anno per far fare un passo avanti al processo di pace. So che sembra impossibile viste le frizioni in atto, ma il presidente nutre molte speranze di poter arrivare a una soluzione prima della fine del suo mandato, nel gennaio 2009. E si impegnerà affinché la Santa Sede intervenga in merito, soprattutto sulle questioni che attengono a Gerusalemme.
Questa forte alleanza è relativa anche all’Iraq? Possiamo dire superate le divergenze che proprio cinque anni fa, al momento dell’invasione, si crearono fra Vaticano e Casa Bianca?
Nessuno dei due è andato a rivangare o a ridiscutere il passato e ciò che li aveva divisi. Oggi, entrambi, sono concentrati sul presente. Questo significa medesima tensione a rafforzare la morale globale contro il terrorismo, specialmente quello che usa e manipola la religione, facendosene scudo. Sull’Iraq sono entrambi preoccupati, soprattutto per garantire un futuro al Paese in cui i cittadini di ogni confessione possano convivere pacificamente.
Il cattolicesimo americano è senz’altro uno dei più vitali al mondo, purtuttavia negli ultimi 40anni questo fervore è decisamente scemato. Recentemente un rapporto del Pew Forum on Religion & Public Life ha sottolineato che almeno un terzo della popolazione cattolica si è allontanata dalla Chiesa, che le suore sono passate da 180mila a 63mila e che migliaia di preti hanno abbandonato il loro ministero. La visita di Benedetto XVI era tesa anche a dare una sferzata al mondo cattolico?
Ho letto il rapporto Pew e non sono sicura che le cifre fossero queste. Ma ho seguito questo Papa ed ero al National Stadium di Washington assieme ad altre 48mila persone. Mai visto tanto entusiasmo, mai vista una folla così rapita. Continuavano ad interromperlo con applausi e cori: «Ti amiamo Benedetto XVI, ti amiamo». Il Papa sta chiamando i cattolici americani a riscoprire le proprie radici, e li sta chiamando come il pastore chiama il suo gregge. Il suo messaggio è chiaro: «Quando avete la speranza, significa che vivete diversamente».
Dal rapporto emerge che sono due le critiche principali che i cattolici americani muovono al mondo cattolico Usa: un basso livello di leadership fra i loro vescovi e la scarsa preparazione di molti preti che si evidenzia in sermoni, come dire, di scarsa qualità.
In termini di qualità dell’istruzione e preparazione religiosa, forse occorre ricordare a questi educatori, ai parroci in generale, che hanno una missione molto importante da compiere. Una su tutte: spronare le persone a recuperare la tradizione e cominciare a vivere seguendola e attenendosi al messaggio di Gesù:  pensate diversamente, siate voi stessi. 
Lei crede che i recenti scandali sulla pedofilia abbiano provocato delle conseguenze fra i fedeli?
Credo innanzitutto che sia indispensabile usare una terminologia molto chiara. Non c’è stato alcuno scandalo di pedofilia negli Stati Uniti. La definizione di pedofilia è l’abuso sessuale di bambini. Quello che è successo negli Stati Uniti è stata una rivoluzione sessuale negli anni Settanta e Ottanta e l’intera società sia americana che non è stata coinvolta in questa rivoluzione sessuale, compresi i teenager e i preti. Ci sono stati incidenti, abusi sui minori, compiuti da persone che esercitavano una certa influenza sui bambini, ad esempio gli insegnanti e i religiosi. Tuttavia i preti cattolici sono stati molto meno coinvolti in questi episodi rispetto agli insegnanti delle scuole pubbliche o agli stessi genitori. L’unica ragione per cui è emerso uno scandalo ai danni della chiesa cattolica è che gli avvocati hanno fatto causa solo a questa; non alle scuole pubbliche, non a dei singoli individui. La Chiesa era facile da identificare. Ecco perché rifiuto e mi oppongo all’idea che questo scandalo riguardi la Chiesa.
Domani il Papa tornerà in Vaticano. Che impressione ne hanno avuto gli americani? Quali differenze hanno notato fra lui e Giovanni Paolo II?
Ne parlavo proprio oggi. Prima della sua visita molte persone ritenevano che non potesse prendere il posto che aveva Giovanni Paolo II nel loro cuore. Ma le cose sono cambiate. Benedetto XVI li ha conquistati, cattolici e non. Lo rispettano, ne apprezzano il suo impegno pastorale. Un protestante mi ha detto di considerarlo il capo spirituale di tutti i cristiani.

di Luisa Arezzo
Liberal 19 aprile 2008