Benedetto XVI e i martiri di Otranto

Dal mondo

L’ESEMPIO EROICO DEI MARTIRI DI OTRANTO

Un valido aiuto per la Chiesa

che sale la montagna del martirio

profetizzata a Fatima…

Il Santo Padre, Benedetto XVI, ha approvato ieri mattina il decreto che sancisce il martirio di Antonio Primaldo e dei suoi concittadini (in tutto ottocento) uccisi «in odio alla fede» dai turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto. Offrendo così a tutta la Chiesa un esempio valido e attuale di vita cristiana eroica. Nella bimillenaria storia della Chiesa non sono mai mancate testimonianze eroiche di vera fede: dalla nascita delle prime comunità cristiane fino ai nostri giorni, schiere di martiri in tutto il mondo hanno sacrificato la loro vita per amore di Cristo, e nessun’epoca può lamentarne l’assenza. Eppure in nessun tempo, forse, si è verificato un episodio di martirio di così vaste proporzioni come quello offerto da Otranto cinque secoli fa

1) «Martiri» gli 800 cristiani uccisi a Otranto


2)Gli Ottocento Martiri di Otranto di Alfredo Mantovano

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«Martiri» gli 800 cristiani uccisi a Otranto

di Andrea Tornelli


Benedetto XVI ha approvato ieri mattina il decreto che sancisce il martirio di Antonio Primaldo e dei suoi concittadini (in tutto ottocento) uccisi «in odio alla fede» dai turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto. E in un futuro prossimo gli ottocento martiri potrebbero essere anche canonizzati, se sarà riconosciuto un miracolo attribuibile alla loro intercessione.

In realtà i «martiri» di Otranto erano già definiti tali perché al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto degli ottocento uomini uccisi. Con l’entrata in vigore delle nuove norme, in vista di una possibile canonizzazione, il processo è stato interamente rifatto con un’accurata e approfondita inchiesta storica. Che ha finalmente confermato in pieno il risultato della precedente. Va precisato che la Congregazione delle cause dei santi ha condotto questa «ricognizione canonica» su richiesta della diocesi di Otranto.

Qual è dunque la storia di questi martiri, le cui ossa sono esposte in alcune teche conservate in una delle cappelle laterali della cattedrale della città salentina? È una vicenda terribile. Dopo aver raggiunto il suo massimo splendore nei secoli X-XV, Otranto rimase vittima della conquista di Gedik Ahmed Pascià, inviato da Maometto II. I cittadini resistono all’assedio dopo aver visto arrivare via mare l’armata turca composta da 90 galee e 18mila soldati. Per giorni le bombarde degli assedianti rovesciano sulla città centinaia di palle di pietra, e all’alba del 12 agosto 1480 riescono a sfondare aprendo una breccia sulle mura: «I cittadini resistendo ritiravansi strada per strada combattendo, talché le strade erano tutte piene d’homini morti così de’ turchi come de’ cristiani er il sangue scorreva per le strade come fusse fiume, di modo che correndo i turchi per la città perseguitando quelli che resistevano e quelli che si ritiravano e fuggivano la furia non trovavano da camminare se non sopra li corpi d’homini morti».
Uomini, donne e bambini cercano rifugio nella cattedrale, ma anche qui i turchi sfondano il portale e si ritrovano davanti il vescovo Stefano Pendinelli, che brandisce la croce: «Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo», dice. Gli invasori, dopo avergli invano intimato di non nominare più Gesù, lo decapitano con un solo colpo di scimitarra. Il giorno successivo, il pascià chiede la lista di tutti gli abitanti fatti schiavi, ad esclusione delle donne e dei bambini sotto i 15 anni. Sono circa ottocento. Un prete apostata, per volere del comandante turco, invita a tutti ad abbandonare la fede cristiana per abbracciare quella islamica. Se non lo faranno, verranno trucidati. Uno dei prigionieri, Antonio Primaldo, un vecchio sarto, risponde: «Crediamo tutti in Gesù, figlio di Dio, siamo pronti a morire mille volte per lui». E aggiunge: «Fin qui ci siamo battuti per la patria e per salvare i nostri beni e la vita: ora bisogna battersi per Gesù Cristo e per salvare le nostre anime». Il pascià chiede anche agli altri che cosa intendono fare, e questi, dandosi l’un l’altro coraggio, gridano di essere pronti a subire qualsiasi morte pur di non rinnegare Cristo. Vengono tutti condannati a morte, a cominciare proprio dal sarto che per primo aveva parlato.

Il 14 agosto ha inizio la tremenda carneficina delle decapitazioni: il colle della Minerva rimane rosso di sangue, coperto quasi del tutto dagli ottocento corpi. Tra i vari eventi prodigiosi che raccontano le cronache, c’è il fatto che nonostante la decapitazione, il tronco di Primaldo sarebbe rimasto fermo in piedi, al suo posto. Un fenomeno che provocherà la conversione di uno degli esecutori della strage, a sua volta impalato dai commilitoni.
L’effetto psicologico dell’eccidio è devastante: il Papa Sisto IV, appresa la notizia, inizia i preparativi per fuggire ad Avignone. Ma il destino dell’Europa non è segnato. Otranto viene infatti riconquistata dagli Aragonesi un anno dopo, i corpi dei martiri sono ritrovati, sempre stando alle cronache antiche, incorrotti, con il volti sorridenti e gli occhi rivolti al cielo, e il 13 ottobre 1481 vengono trasportati all’interno della cattedrale cittadina e della chiesa di Santa Caterina a Formiello, a Napoli.

I fedeli cominciano quasi subito a invocare gli ottocento come santi martiri. Che secondo la tradizione si sarebbero impegnati per evitare alla città nuovi sbarchi di turchi.


Il Giornale n. 159 del 2007-07-07

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Gli Ottocento Martiri di Otranto


A cinquecento anni dalla loro testimonianza. Un episodio unico nella storia della Chiesa. Mentre la Rivoluzione insidia il corpo della Cristianità, un’intera città affronta il martirio per non rinnegare la fede. L’indifferenza e i contrasti tra i principi e i re cristiani favoriscono l’avanzata turca. La risposta eroica di una popolazione vissuta per secoli nutrendosi di civiltà e di cultura cristiane. L’attualità della lezione di Otranto

di ALFREDO MANTOVANO

Nel 1980 ricorre l’anniversario di due eventi di non lieve importanza nella storia della Chiesa e della Cristianità: il quindicesimo centenario della nascita di san Benedetto, patrono d’Europa, e il quinto centenario dell’eroica resistenza opposta da Otranto ai turchi e del martirio dei suoi abitanti. Sono due episodi che sembrano tracciare storicamente i confini di quel lungo periodo correntemente definito Medioevo, quasi a indicare il termine iniziale e quello finale di un’epoca che «è stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana» (1).

La connessione che si può agevolmente stabilire tra le due date non appare forzata: infatti, l’organizzazione e la struttura date all’Europa dall’opera di san Benedetto, che hanno permeato di sé lo sviluppo della seguente civiltà cristiana, sopravvivono e trovano mirabile espressione nella estrema testimonianza di fede offerta dagli otrantini mille anni dopo la nascita del fondatore di Montecassino, quasi a suggellare, con un gesto significativo un’epoca che tramontava.
Però, per meglio comprendere il martirio di Otranto è opportuno inquadrarlo nel tempo in cui è avvenuto e nella tradizione e nella civiltà che lo precedono, la cui conoscenza appare utile a spiegare il motivo per cui l’intera popolazione di una città ricca e fiorente preferisce la morte piuttosto che rinnegare la propria fede.

Quali sono, dunque, gli eventi che precedono l’episodio considerato? Come si giunge a esso? E’ indispensabile esporre, sia pure sinteticamente, gli avvenimenti degli anni a esso antecedenti, per inquadrare come merita ciò che accadrà sul colle della Minerva, a poche centinaia di metri da Otranto, la mattina del 14 agosto 1480.

IL TRAMONTO DEL MEDIOEVO

Gli anni che seguono la metà del secolo XV, come già quelli immediatamente precedenti, non sono anni felici per la Cristianità, che appare dilaniata da lotte e rivalità intestine, da scontri tra fazioni, da incrinature all’interno della stessa Curia pontificia, in definitiva, da una crisi che, prima ancora di essere politica, è di valori che si vanno spegnendo.

La civiltà cristiana, maturata per lunghi secoli, aveva trovato il suo apogeo nel Duecento, in quegli anni durante i quali «giammai forse la Sposa di Cristo aveva regnato con un impero così assoluto sul pensiero e sul cuore dei popoli» (2). Leone XIII ha descritto con toni magistrali i caratteri del periodo: «Fu già tempo che la filosofia del Vangelo governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato; quando la Religione di Gesù Cristo posta solidamente in quell’onorevole grado, che le conveniva, traeva su fiorente all’ombra del favore dei Prìncipi e della dovuta protezione dei magistrati; quando procedevano concordi il Sacerdozio e l’Impero, stretti avventurosamente tra loro per amichevole reciprocanza di servigi. Ordinata in tal guisa la società, recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà la memoria, affidata ad innumerevoli monumenti storici, die niuno artifizio dei nemici potrà falsare od oscurare» (3).

La Cristianità, dunque, non era «soltanto l’appartenenza alla religione cristiana», né «soltanto il territorio occupato dai battezzati», ma era «la comunità, vivente, organicamente costituita, di tutti coloro che, dividendo le stesse certezze spirituali, vogliono che tutta la società umana si ordini secondo la loro fede» (4).

Varie furono le cause che determinarono il venir meno dell’unità spirituale di questo mondo: il progressivo affermarsi della monarchia sulla nobiltà, preludio di quella tendenza che sfocerà nell’assolutismo; il sorgere delle nazioni e, quindi, la perdita di prestigio del simbolo dell’unità politica rappresentato dall’imperatore; le divisioni all’interno della stessa gerarchia ecclesiastica e la decadenza del clero (5). Ma, al fondo di tutto ciò, vi è un elemento comune, che fa da filo conduttore delle vicende di quei decenni, un elemento che ha le radici all’interno dell’animo umano, e della cui presenza sono chiari segni rivelatori la comparsa delle prime eresie «protestanti» (Wiclef, Huss) e soprattutto la diffusione nelle corti e nei circoli accademici del pensiero sedicente umanista: l’insinuarsi, progressivo ma costante, dei primi germi rivoluzionari.

«I cuori si distaccano a poco a poco dall’amore al sacrificio, dalla vera devozione alla Croce e dalle aspirazioni alla santità e alla vita eterna. […] Questo clima morale, penetrando nelle sfere intellettuali, produsse chiare manifestazioni di orgoglio, come per esempio il gusto per le dispute pompose e vuote, per i ragionamenti sofistici e inconsistenti, per le esibizioni fatue di erudizione, e adulò vecchie tendenze filosofiche, delle quali la Scolastica aveva trionfato, e che ormai, essendosi rilassato l’antico zelo per l’integrità della fede, rinascevano sotto nuove forme» (6).

Leon Battista Alberti, e altri insieme a lui, arriveranno a proclamare «il divorzio della società civile dalla società religiosa» (7); tra i principi e i nobili lo spirito pagano di quello che viene definito Rinascimento sostituisce quello cristiano: al concetto religioso del «meritare», che informava di sé la vita dell’uomo medievale, si sostituisce quello pagano del «godere» (8).
La Guerra dei Cent’anni e lo Scisma d’occidente contribuiscono, poi, alla rovina dell’unità politica e spirituale costruita nel Medioevo. La prevalenza dell’elemento mondano non lascia immune neanche la Curia pontificia: «la vita spirituale, che doveva informare ogni attività ecclesiastica, veniva meno negli uomini e negli istituti. I pontefici sono sovrani temporali abilissimi, protettori della scienza e dell’arte, splendidi anche nelle manifestazioni esteriori del culto, maestri nell’arte della politica e della guerra, ma non sempre alcuni di essi furono buoni pastori delle anime e personalmente santi, come il loro nome e la loro dignità dovevano pretendere» (9).

IL LEGAME CON LA CIVILTÀ CRISTIANA PERMANE NELLA GENTE UMILE

Tuttavia, se i valori del Medioevo sono traditi e disprezzati nelle corti, nella gente semplice, pur avvertendosi il mutato clima e la pesantezza e la gravità della nuova situazione (10), permane la fedeltà a quegli stessi valori, che si esprime, sul piano religioso, con manifestazioni di grande pietà e devozione, e sul piano sociale con la sopravvivenza di un fervido spirito di crociata, restio a scomparire.

Nel 1450 viene celebrato a Roma l’Anno Santo: in contrapposizione ai disordini dell’assemblea di Basilea, all’orgoglio dei docenti universitari e all’avarizia dei politicanti […], il popolo cristiano mostrò in occasione di quell’Anno Santo 1450 lo spettacolo di uno straordinario rinnovamento di fede e di pietà» (11). Ma già prima si era sviluppata nella gente umile, in misura sempre maggiore, la pratica delle processioni e soprattutto del culto di Gesù-Ostia; i pellegrinaggi si erano moltiplicati e i grandi santi che illuminano quegli anni sono, al tempo stesso, causa ed espressione di questa rinnovata religiosità popolare: san Vincenzo Ferreri e san Bernardino da Siena incantano le folle con la loro predicazione, i francescani e i domenicani percorrono senza sosta le strade d’Europa, santa Caterina da Siena scuote i principi e il Papa, san Francesco di Paola ammonisce l’Occidente a non abbandonare la difesa della fede, il beato Alain de la Roche predica e diffonde il santo Rosario, santa Giovanna d’Arco testimonia eroicamente lo spirito di un’epoca.

«Uno dei segni più espressivi della sopravvivenza dell’idea di Cristianità negli spiriti è fornito dalla permanenza del desiderio della Crociata. Nei bei giorni in cui la Cristianità era ancora in pieno vigore, la Crociata era stata la manifestazione politica più evidente della sua grandezza: i battezzati, lanciandosi alla riconquista del Santo Sepolcro, avevano preso coscienza dell’unità profonda che esisteva tra loro, al di là delle loro vane contese di peccatori, e ne avevano fornito la prova». In quel periodo, «per “alzare il gonfalone della Santa Croce” […] si videro più volte arrivare ad Avignone vere folle, sul tipo delle prime bande di Pietro l’Eremita, che supplicavano il Papa di mettersi a capo della santa avventura» (12).

IL PERICOLO TURCO

Ma il pericolo maggiore per l’Europa proviene da Oriente; alla fine del secolo XIII dal mosaico degli emirati islamici era emersa, e si era imposta, la tribù turca degli Ottomani, raccolta da Osman (Othman), la quale, nei primi anni del secolo XIV, inizia quell’espansione nell’Asia Minore che la porterà in breve tempo a elevarsi al rango di temibile potenza.

Nel 1451 sale sul trono il giovane sultano Maometto II, «di soli ventun anni, esile e pallido, dal naso curvo e dalla barba nera» (13), il cui principale assillo è la conquista di Bisanzio; l’impresa sarà portata a termine il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio condotto da un esercito di 260 mila turchi contro poco più di cinquemila difensori asserragliati nella capitale dell’impero, assedio nel quale perde la vita combattendo sugli spalti l’ultimo imperatore d’oriente, Costantino XI Dragoses.

«In tutta la Cristianità, la caduta di Costantinopoli produsse un’immensa emozione. Sfuggito per miracolo alla catastrofe, il cardinale legato Isidoro […] tornò a Roma e raccontò i fatti orribili di cui era stato testimone. I suoi presagi circa l’avvenire del mondo cristiano erano neri: i Turchi, che niente più ormai poteva fermare, avrebbero continuato la loro avanzata verso l’Ovest: domani sarebbero comparsi in Italia» (14). Le responsabilità dei principi e dei sovrani occidentali per la caduta di Costantinopoli erano notevoli; già Urbano V (1362-1370), di fronte al pericolo turco, quasi un secolo prima aveva chiamato la Cristianità alla crociata, ma inutilmente, e altrettanto vani furono gli appelli e le richieste di aiuto fatte dai vari imperatori di Bisanzio (15). Ad analogo risultato furono destinati, dopo la caduta di Costantinopoli, gli sforzi di Callisto III (1455-1458), il quale «vide la sua vocazione quasi esclusivamente nel salvare il mondo cristiano e la civiltà occidentale dall’inondazione dell’Islam», ma «il fuoco di quel nobile entusiasmo che una volta aveva armato tutto l’occidente per la liberazione del S. Sepolcro, sembrò spento negli stati d’Europa divisi da intestine discordie» (16).

Il suo successore, Pio II, convoca a Mantova, nel 1459, un congresso al quale invita tutti gli Stati cristiani e nel discorso inaugurale delinea lucidamente le loro colpe di fronte all’avanzata turca (17), ma benché sia decisa la guerra, questa non segue, tra l’inerzia generale, per l’opposizione di Venezia e per l’indifferenza della Francia e della Germania. A tale cecità e indolenza per le sorti della Cristianità contribuisce, e non poco, il diffondersi del paganesimo rinascimentale, e, mentre il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, trasforma la chiesa gotica riminese di San Francesco in un tempio pagano, adornandolo con le statue degli dei dell’Olimpo e con simboli certamente poco cristiani, l’individualismo e l’egoismo sfrenati, risultati ovvii della diffusione del «pensiero moderno», trasformano l’Italia in un terreno di scontro tra principi, duchi e fazioni. Ciò mentre i musulmani continuano a conquistare terre cristiane, occupando nel 1470 anche l’isola di Negroponte, che apparteneva a Venezia; una nuova alleanza contro i Turchi, proposta da Paolo II (1464-1471), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, i quali pensano a tutt’altro, intenti come sono ad approfittare della situazione critica in cui versa la Serenissima, per ingrandirsi a sue spese.

LA DISCORDIA TRA I PRINCIPI CRISTIANI FAVORISCE IL NEMICO

Nel 1471 sale al soglio di Pietro il cardinale Francesco della Rovere, che prende il nome di Sisto IV; il suo pontificato, certamente uno dei più agitati della storia della Chiesa, fu segnato dall’omicidio del duca di Milano, Galeazzo Sforza, e dai rapporti sempre più tesi con i Medici di Firenze, che culminano in un’alleanza in funzione antiromana stipulata nel 1474 tra Milano, Venezia e Firenze, e nella sanguinosa Congiura dei Pazzi: nel 1478 l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, il nipote di Sisto IV Girolamo Riario e altri congiurati attentano alla vita di Lorenzo de’ Medici, il quale però rimane soltanto ferito. Ma l’episodio, per il favore dimostrato dal Pontefice, verso i congiurati, provoca una vera e propria guerra tra gli Stati italiani, guerra che vede schierate da un lato le forze papali, insieme a quelle di Ferrante d’Aragona, re di Napoli, dall’altro Firenze, aiutata da Milano, Venezia e dalla Francia.

Osserva von Pastor che «una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizione più favorevole per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della Cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della Cristianità» (l8).

In questi frangenti accadde qualcosa di molto grave: «Lorenzo il Magnifico, che aveva ammonito Ferrante di non prestarsi al gioco ed alle aspirazioni degli stranieri, fu proprio lui a sollecitare Venezia perché si accordasse con i Turchi e li spingesse ad assalire le sponde adriatiche del Regno di Napoli, ai fine di turbare i disegni di Ferdinando e del figlio. […] La Serenissima, firmata da poco la pace con i Turchi (1479), aderì al disegno del Magnifico nella speranza di riversare sulla Puglia l’onda musulmana che da un momento all’altro poteva abbattersi sulla Dalmazia, ove sventolava il vessillo di S. Marco. Lo stesso storico di Venezia il Navagero non respinge l’accusa, anzi narra candidamente i fatti […]. E gli uomini di Lorenzo il Magnifico non esitarono neppure […] a sollecitare Maometto II ad invadere le terre del re di Napoli, ricordandogli i vari torti ricevuti da questi. Ma il Sultano non aveva bisogno di questi consigli: da 21 anni attendeva il momento buono per sbarcare in Italia, e sin allora era stata proprio Venezia, la diretta avversaria sul mare, ad impedirglielo. Ora, invece, firmata la pace con Venezia, anzi da questa incoraggiato, poteva senz’altro realizzare l’impresa» (19).

Nel giugno 1480 Maometto II toglie l’assedio a Rodi, difesa strenuamente dai suoi cavalieri, e punta decisamente la sua flotta verso l’Adriatico, senza più timore di ostacoli. La mattina di venerdì 29 luglio 1480 dagli spalti delle mura di Otranto si scorge all’orizzonte, sempre più visibile, la terribile armata della Mezzaluna, forte di 90 galee, 15 maone, 48 galeotte, con 18 mila soldati a bordo (20).
OTRANTO, CITTÀ DI FEDE E DI CULTURA CRISTIANA

La città più orientale d’Italia, posta su una baia incantevole di fronte a un mare limpido e azzurro, ha un passato antichissimo e ricco di storia, che è necessario conoscere, perché contribuisce anch’esso a chiarire i motivi che spinsero, cinque secoli fa, la popolazione idruntina alla eroica resistenza contro gli infedeli. Se infatti, da un lato, questa è il risultato di secoli di fede vissuti da tutta la Cristianità durante il Medioevo, d’altro lato è frutto anche del patrimonio profondamente cristiano accumulato per oltre un millennio da Otranto, con peculiarità sue proprie.

Posta su una zona abitata forse già dal Paleolitico, certamente a partire dal Neolitico (21), Otranto fu popolata dai messapi, stirpe antichissima precedente i greci, e poi conquistata dapprima dagli stessi greci, entrando a far parte della Magna Grecia, e poi dai romani. Divenuta ben presto municipio romano, la città, per l’importanza crescente del suo porto, assunse il ruolo di ponte tra l’Oriente e l’Occidente, ruolo che sarà ancor più valorizzato dopo la cristianizzazione dell’impero.
Otranto fu una delle prime città, in Puglia, a convertirsi al cristianesimo; ciò è confermato anche da sant’Atanasio, il quale probabilmente vi passò, diretto a Roma, verso la metà del secolo IV. La città salentina meritò il soprannome di «Bisanzio delle Puglie» sia per la sua fedeltà all’impero d’oriente (fedeltà difesa strenuamente anche contro le scorrerie dei saraceni, i quali, a partire dal secolo IX infestarono per lunghi anni le coste dell’Italia meridionale), sia per la cultura che in essa si sviluppò, dietro l’impulso, soprattutto, dei religiosi presenti nella zona.

I primi gruppi di monaci nacquero a Otranto subendo forse l’influenza di sant’Atanasio, e seguendo i canoni del monachesimo orientale, di san Basilio in particolare: vivevano, cercando di realizzare il loro ideale di ascesi, in grotte scavate nella pietra, chiamate «laure». Ben presto, però, compresero l’importanza che aveva la conservazione e la trasmissione del sapere e già alla fine del secolo X crearono una scuola in Otranto; se la cultura greca è sopravvissuta nella zona, giungendo fin quasi ai nostri giorni (22), lo si deve soprattutto alla presenza, a partire dal secolo XI, a poche centinaia di metri dalla città, del Monastero di San Nicola in Casole: i suoi codici sono conservati attualmente nelle principali biblioteche europee e i suoi monaci divennero in breve veri e propri benefattori della cultura del tempo, consultati spesso come interpreti o come esperti da Pontefici e cardinali. Presso il monastero funzionava una fornitissima biblioteca, i cui volumi, raccolti e catalogati dai monaci, potevano essere prestati a chi li richiedesse; chiunque poi volesse erudirsi nel greco o nel latino, poteva rimanere nell’abbazia, e in tal caso aveva a sua disposizione, e senza alcuna spesa, vitto, alloggio e un maestro: una vera e propria «casa dello studente»!

La cultura e la fede coltivate e conservate nell’abbazia di Casole non rimanevano, comunque, patrimonio di un circolo ristretto, ma venivano ampiamente diffuse, e i primi a trarne beneficio dovevano essere, con tutta evidenza, gli stessi idruntini, la cui vita, serena, vissuta nell’obbedienza alla natura e al Creatore, al Papa e all’imperatore, trascorreva non dissimile da quella di un qualsiasi altro borgo medievale (23), permeata, forse più incisivamente, dei valori e della cultura cristiani. Valori e cultura che trovarono significativa espressione in due capolavori dell’arte cristiana: la cattedrale di Otranto e, all’interno della stessa, il grandioso mosaico pavimentale: per la prima, costruita dal 1080 al 1088 in stile romanico-bizantino con elementi paleo-cristiani, così come per il secondo (24), vale senz’altro quanto è stato scritto: «E’ accaduto talvolta nella storia […] che una società umana si esprimesse tutta intera in monumenti perfetti e privilegiati, che sapesse contenere in certe opere affidate alle generazioni future tutto ciò che portava in sé di vigore creativo, di spiritualità profonda, di possibilità tecniche e di genio. Simili fiori -in cui si esprime un’epoca- non sbocciano e non maturano che quando la linfa è pura e abbondante […]. Opere simili non nascono per caso […] attraverso di esse si lascia comprendere tutta la civiltà che le ha create» (25).

Ogni pietra della cattedrale parla di fede, perché la Chiesa fu realizzata nel breve tempo di otto anni grazie agli sforzi, materiali e finanziari, di tutti i fedeli idruntini; non credo di forzare la storia immaginando l’intera popolazione, vescovo in testa, intenta a contribuire, ciascuno secondo le proprie funzioni e capacità, alla edificazione del tempio di Dio, nel quale e intorno al quale doveva ruotare la vita cittadina, le cui campane avrebbero scandito, con l’angelus, le ore di lavoro e di riposo, con il suono a stormo avrebbero annunciato i giorni di festa, chiamato al soccorso in caso di allarme, convocato il popolo in assemblea generale, accompagnato, infine, con il rintocco funebre, il fedele all’ultima dimora.

E possiamo pensare alla festa che dovette esservi nel 1088, il giorno dell’inaugurazione, quando tutto il popolo si trovò riunito in cattedrale, o, qualche anno più tardi, nel 1095, quando, proprio dalla cattedrale, il vescovo impartì la benedizione ai 12 mila crociati che da Otranto, al comando di Boemondo, partivano per liberare dagli infedeli il santo Sepolcro; dovette essere una vera gioia per gli idruntini, che accolsero festosi i cavalieri con la Croce, se è vero che «per gli umili, per la povera gente, la Crociata fu un fatto mistico, la manifestazione di uno slancio spirituale dal fondo più nobile delle anime, l’espressione eroica di una fede che si soddisfaceva solo nel sacrificio, una risposta all’appello di Dio» (26). Identica festa, espressione di autentica «letizia», fu celebrata anche quando, poco più di un secolo dopo, nel 1219, il poverello di Assisi, di ritorno dalla Palestina, sbarcò a Otranto, dove già da quattro anni esisteva un convento di Frati Minori: san Francesco fu accolto con grandi onori dall’arcivescovo del tempo, Tancredi degli Annibaldi, che lo volle suo ospite (27).

Le campane della cattedrale dovettero, invece, suonare i rintocchi funebri l’11 settembre 1227, giorno in cui, in seguito a malaria, chiuse la sua giovane esistenza terrena il langravio di Turingia, «cavaliere senza macchia e crociato senza scopi terreni», sposo di santa Elisabetta d’Ungheria, pianto dagli otrantini come loro concittadino, tanto che a Elisabetta. in segno di gratitudine, donò il manto reale [del marito] alla Città» (28).

Questa stessa città, la mattina del 29 luglio 1480 è posta in stato d’assedio, tra l’inerzia dei principi e dei re cristiani, dall’armata turca di Maometto II.

LA PROFEZIA DI SAN FRANCESCO DI PAOLA E L’ASSEDIO DI OTRANTO

Qualche mese prima, dall’eremo di Paternò dove viveva con i suoi confratelli, un grande santo del tempo, Francesco di Paola, aveva preannunciato una grave sciagura. «I musulmani -aveva detto- avrebbero assalito Otranto e, distruggendo dalle fondamenta, ne avrebbero massacrati i cittadini. Scrisse al Re Ferdinando, predicendo l’imminente uragano, ma non fu creduto» (29). Egli allora, volgendo il viso verso la parte meridionale della Puglia, esclamava piangendo: «Ah infelice città, di quanti cadaveri ti veggo piena! quanto sangue cristiano s’ha da spargere sopra di te» (30). Il santo, tuttavia, non cessò di sollecitare il re all’impresa contro i turchi, tanto che Ferrante, accusando Francesco di disfattismo, gli impose il silenzio per mezzo di alcuni soldati; il santo apostrofò questi dicendo loro: «Tornate al vostro Re e ditegli che ormai è tempo di calmare lo sdegno del Signore con pronto ravvedimento; che Dio tiene alzata la sua destra per colpirlo; che si valesse del tempo concessogli per evitare il castigo. L’armata dei Turchi minaccia l’Italia ma più da vicino il suo regno: ritirasse le soldatesche dalla Toscana, non curasse l’altrui mentre trattavasi di difendere il proprio» (31). Ma purtroppo non fu ascoltato.

L’orda musulmana, comandata dal pascià Agomaht (39), in realtà aveva intenzione di approdare a Brindisi, il cui porto era più ampio e più comodo; da Brindisi poi, secondo i piani di Maometto II, avrebbe dovuto risalire l’Italia fino a Roma, sede del Papato, principale e naturale nemico dell’Islam: il sultano, dopo avere espugnato Bisanzio ventisette anni prima, sognava di coronare la sua opera trasformando san Pietro in una stalla per i suoi cavalli (33). Tuttavia, un forte vento contrario costringe la flotta, partita da Valona, a toccare terra 50 miglia più a Sud, e a sbarcare a qualche chilometro da Otranto, vicino a Roca; i capitani del presidio di Otranto, appresa la notizia, inviano subito una coraggiosa missiva al re, chiedendo un suo sollecito aiuto (34): in città vi era, infatti, solo una guarnigione di 400 uomini, ben poco per contrastare migliaia di turchi. «Il Re Ferdinando, conosciuta che ebbe la cosa, si diede subito da fare per riunire un esercito da mandare in aiuto; purtroppo però, anche se i soccorsi fossero stati già pronti, non sarebbero giunti in tempo nel luogo della lotta» (35).

Intanto i turchi, del tutto indisturbati, cingono d’assedio il castello, nel quale si erano rifugiati tutti gli abitanti del borgo; il pascià, dopo aver assestato il campo, invia a Otranto un interprete, proponendo una resa a condizioni vantaggiose: se non resisteranno alla Mezzaluna, uomini e donne saranno lasciati liberi e potranno rimanere senza alcun danno in città, ovvero andare dove ritengano più opportuno.

La risposta al legato musulmano viene data da uno dei maggiorenti della città, il vecchio Ladislao De Marco: «Se il Pascià vuole Otranto, venga a prenderla con le armi, perché dietro le mura ci sono i petti dei cittadini» (36). I capitani, inoltre, «ordinarono al messaggero di non tornare una seconda volta e minacciarono la morte a quei cittadini che avessero fatto parola di resa. Quando arrivò un secondo messaggero che riferiva le stesse proposte, lo trafissero con le frecce» (37); poi, «per levare ogni sospetto, pigliarono le chiavi della città, cioè delle porte di essa e quelle presente tutto il popolo che le vedesse di sopra d’una torre le buttarono in mare» (38).

La maggior parte dei soldati della guarnigione idruntina, intanto, vinta dalla paura, durante la notte si cala con le funi dalle mura della città e se la dà a gambe: a difendere Otranto rimangono solo i suoi abitanti.

IL MARTIRIO DEGLI OTTOCENTO

L’assedio che segue è martellante: le bombarde turche rovesciano per giorni sulla città centinaia di grosse palle di pietra. «che quando dette palle sparavano, era tanto il terremoto che pareva che il cielo e la terra si volessero abbissare, e le case et ogni edificio per il gran terrore pareva che allora cascassero» (39). Dopo quindici giorni, all’alba del 12 agosto, i musulmani concentrarono il loro fuoco contro uno dei punti più deboli delle mura: non fanno fatica ad aprire una breccia e, da lì, irrompono in città. A contrastarli accorre il capitano Zurlo con il figlio e con altri armati, ma il nemico è preponderante: cadono tutti eroicamente con la sciabola in pugno. Nulla può arrestare più l’avanzata dell’orda: «era tanta la calca della gente Turchesca che veniva spinta da dietro dal Bassà e da loro Capitani con bastoni e scimitarre nude per farli entrare per forza e con gridi et urli, che non si posseva più resistere. […] I Cittadini resistendo ritiravansi strada per strada combattendo, talché le strade erano tutte piene d’homini morti così de’ Turchi come de’ Cristiani et il sangue scorreva per le strade come fusse fiume, di modo che correndo i Turchi per la città perseguitando quelli che resistevano e quelli che si ritiravano e fuggivano la furia non trovavano da camminare se non sopra li corpi d’homini morti» (40).

Per le strade di Otranto gli infedeli massacrano chiunque capiti loro a tiro, senza distinzione; uomini, donne e bambini cercano rifugio nella cattedrale, la cui porta è difesa strenuamente come ultimo baluardo, ma presto è vinta anche quest’estrema valorosa resistenza: dopo aver abbattuto la porta della chiesa, gli invasori dilagano nel tempio.

«Durante la notte precedente quello sventurato giorno, l’arcivescovo Stefano […] aveva confortato tutto il popolo col divino sacramento dell’Eucarestia per la battaglia del mattino seguente, che lui aveva previsto» (41). I turchi, «raggiunto l’arcivescovo che sedeva sul suo trono vestito con abiti pontificali e con in mano la croce, lo interrogarono chi fosse; ed egli intrepidamente rispose: Sono il rettore di questo popolo e indegnamente preposto alle pecore del gregge di Cristo. E dicendogli uno di loro: “Smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna, non Cristo”, egli rispose indirizzandosi a tutti: “O miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell’inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo cruciati con lui, in eterno.”

«Aveva appena terminato di proferire queste parole quando uno di loro, impugnata la scimitarra, con un sol colpo gli recise la testa; e, così decollato sulla propria sedia, divenne martire di Cristo nell’anno del Signore 1480, l’11 di agosto» (49).

Il 13 agosto, compiuto il saccheggio, il pascià chiede che gli sia presentata la lista di tutti gli abitanti fatti schiavi, escludendo le donne e i ragazzi al di sotto dei 15 anni: «In numero di circa ottocento furono presentati al Pascià che aveva al suo fianco un miserrimo prete, nativo di Calabria, di nome Giovanni, apostata della fede. Costui impiegò la satannica sua eloquenza a fin di persuadere a’ nostri santi che, abbandonato Cristo, abbracciassero il maomettismo sicuri della buona grazia d’Acmet, il quale accordava loro vita, sostanze e tutti quei beni che godevano nella patria; in contrario sarebbero stati tutti trucidati. Tra quegli eroi ve n’ebbe uno di nome Antonio Primaldo, sarto di professione, d’età provetto, ma pieno di religione e di fervore. Questi a nome di tutti rispose: “Credere tutti in Gesù Cristo, figlio di Dio, ed essere pronti a morire mille volte per lui” (43). E voltatosi ai Cristiani disse queste parole: “Fratelli miei, sino oggi abbiamo combattuto per defensione della Patria e per salvar la vita e per li Signori nostri temporali, ora è tempo che combattiamo per salvar l’anime nostre per il nostro Signore, quale essendo morto per noi in Croce conviene che noi moriamo per esso, stando saldi e costanti nella Fede e con questa morte temporale guadagneremo la vita eterna e la corona del martirio”. A queste parole incominciarono a gridare tutti a una voce con molto fervore che più tosto volevano mille volte morire con qual si voglia sorta di morte che di rinnegar Cristo» (44).

A queste parole Agomaht, infuriato, condanna tutti a morte. La mattina seguente «quei prodi campioni della santa fede con la fune al collo e con le mani legate dietro le spalle, furono menati al vicino colle della Minerva. Con l’umile portamento, con l’aria divota e serena e col frequente invocare i nomi di Gesù e di Maria, facevano di sé spettacolo glorioso a Dio e gradito agli Angeli. Tutto quel tratto di strada, che corre dalla porta antica di mare fino al colle, risonò di sante preci, colle quali quelle anime grandi imploravano la grazia di consumare il sacrifizio delle loro vite» (45). Si confortavano l’un altro a «pigliar pazientemente il martirio e questo faceva il padre al figlio, e il figlio al padre, il fratello al fratello, l’amico all’amico, il compagno al compagno, con molto fervore e con molta allegrezza» (46).

«Girava intorno ai cristiani un turco importuno con alla mano una tabella vergata in carattere arabo. L’apostata interprete la presentava a ciascuno e ne faceva la spiegazione, dicendo: Chi vuol credere a questa avrà salva la vita; altrimenti sarà ucciso. Ratificarono tutti la professione di fede e la generosa risposta data innanzi: onde il tiranno comandò che si venisse alla decapitazione, e, prima che agli altri, fosse reciso il capo a quel vecchio Primaldo, a lui odiosissimo, perché non rifiniva di far da apostolo co’ suoi. Anzi in questi ultimi momenti, prima di chinare la testa sul sasso, aggiungeva a’ commilitoni che vedeva il cielo aperto e gli angeli confortatori; che stessero saldi nella fede e mirassero il cielo già aperto a riceverli. Piegò la fronte, gli fu spiccata la testa, ma il busto si rizzò in piedi: e ad onta degli sforzi de’ carnefici, restò immobile, finché tutti non furono decollati. Il portento evidente ed oltremodo strepitoso sarebbe stata lezione di salute a quegl’infedeli, se non fossero stati ribelli a quel lume che illumina ognuno che vive nel mondo. Un solo carnefice, di nome Berlabei profittò avventurosamente del miracolo, e, protestandosi ad alta voce cristiano, fu condannato alla pena del palo» (47).

L’orrendo massacro lascia il colle della Minerva rosso di sangue, coperto quasi interamente dai corpi degli Ottocento: è il 14 agosto, vigilia dell’Assunzione di Maria SS..

LA RICONQUISTA DI OTRANTO

La notizia della caduta di Otranto produce un «vero sbalordimento» nelle terre cristiane. «In Roma -narra Sigismondo de’ Conti- la costernazione non sarebbe stata maggiore se i nemici avessero già posto il campo sotto le mura della città. L’ansia e il terrore avevano invaso talmente tutti gli animi, che ormai anche il papa pensava alla fuga». Il «Cardinal legato Giuliano […] ricevette il mandato di approntare in Avignone tutto il necessario poiché Sisto aveva risoluto di rifugiarsi in Francia, qualora lo stato delle cose in Italia avesse ancora a peggiorare» (48). La resistenza di Otranto ottiene però subito un importante risultato politico e strategico; infatti «la resistenza, opposta dai cittadini di Otranto per tredici giorni, aveva permesso all’esercito del Re di Napoli di avvicinarsi a quei luoghi. E Agomaht, che aveva sperato di piombare improvvisamente su Brindisi e Lecce, comprese che il suo disegno era stato frustrato da un pugno di eroi» (49). Non si esagera perciò affermando che la salvezza dell’Italia meridionale, e forse quella di Roma stessa, fu garantita proprio da Otranto, anche se a un prezzo tanto elevato.

La costernazione di Ferrante d’Aragona è davvero grande: egli, riunito il consiglio di guerra, richiama subito in patria il figlio Alfonso, duca di Calabria, il quale, con il grosso delle truppe, combatteva in Toscana contro i Medici, e lo invia in Puglia, affidandogli il preciso compito di riprendere Otranto; Sisto IV, dal canto suo, si prodiga per organizzare una spedizione che coinvolga tutte le potenze europee al fine di liberare l’Adriatico dagli infedeli: ancora una volta, con esiti scarsamente positivi.

Due eventi contribuiscono a far ritornare Otranto in mano ai cristiani: il richiamo in patria di Agomaht, e la morte di Maometto II, comunicata con qualche mese di ritardo ai turchi che occupano la città, e che vale ad accelerare la loro resa, avvenuta il 10 settembre 1481. L’Aragonese fa il suo ingresso in Otranto il 13 dello stesso mese.

I PRODIGI

Il martirio degli Ottocento fu seguito da numerosi prodigi, che si sono poi ripetuti nei secoli: non potendo, per ovvii motivi, riportare tutti quelli che conosciamo, ricordo solo i più famosi; anzitutto, durante il martirio, il già raccontato miracolo di Primaldo, rimasto in piedi, nonostante gli fosse stata tagliata la testa, fin quando non cadde l’ultimo idruntino. Racconta poi il Galatino che, dopo la riconquista di Otranto da parte del duca Alfonso, sul colle della Minerva furono trovati dai cristiani i corpi di essi, talmente illesi ed integri (come io vidi), che neppure un capello era in essi diminuito; e così freschi, da sembrare che da un’ora appena fossero stati uccisi. Ond’è che un cane riconobbe il suo padrone giacente tra quelli e cominciò a scodinzolargli vicino; e, ciò che è più mirabile, furono trovati tutti con gli occhi rivolti al cielo; nessuno di essi accennava tristezza di sorta; anzi mostravano un così lieto ed ilare volto, che sembrava ridessero» (9). Ma, prima ancora, avvenuto da poco il martirio, di notte fu spesso osservata, sul colle della Minerva, la presenza costante di luci e di bagliori: «Si sa da tutti -riferisce il canonico Francesco Perez- per pubblica voce e fama, della quale ci è restata la tradizione, che, dopo il loro glorioso martirio, su quei santi corpi si vedevano faci lucidissime; e per la prima volta, quando furono portati in chiesa, essendo comparso di notte per tutta la chiesa uno splendore molto grande, tutti dalla città concorsero, supposto che la chiesa si era incendiata. Nell’anno poi 1739 a’ 14 agosto, terminata la loro festa a tre di notte, si fecero vedere processionalmente andare nel luogo, ove patirono il martirio. Qual visione fu veduta da infinità di popolo, concorso per la loro festività» (59).

Otranto fu per ben due volte, grazie ai beati Martiri, liberata da una nuova invasione turca, «nel 1537, imperando Solimano, e nel 1644, regnando Ibraimo. L’una e l’altra volta comparvero sulle mura e per la spiaggia numerose schiere d’armati, alla vista de’ quali quelli, sbigottiti, subito s’allontanarono. […] Nell’anno 1741 la processione divota che si fece per la città con le loro reliquie, pose termine ad una epidemia: e così il loro potente patrocinio liberò la […] città dall’orribile terremoto che rovinò Nardò, Ostuni, Brindisi, Francavilla, Foggia e altre minori terre» (52).
LA LEZIONE DI OTRANTO

Nella bimillenaria storia della Chiesa non sono mai mancate testimonianze eroiche di vera fede: dalla nascita delle prime comunità cristiane fino ai nostri giorni, schiere di martiri in tutto il mondo hanno sacrificato la loro vita per amore di Cristo, e nessun’epoca può lamentarne l’assenza. Eppure in nessun tempo, forse, si è verificato un episodio di martirio di così vaste proporzioni come quello offerto da Otranto cinque secoli fa: è successo sempre che il singolo, o un gruppo ristretto di fedeli abbiano affrontato con coraggio l’estrema prova, ma si è trattato di poche individualità, o di grandi figure, mai, come è accaduto a Otranto, di un’intera città.

Quel 14 agosto 1480 nessuno degli otrantini accolse le allettanti proposte del pascià: la loro risposta fu ferma, unanime, concorde; gli unici a scegliere la via della fuga erano stati, qualche giorno prima, i soldati della guarnigione di re Ferrante, che non erano della città; è indicativo, poi, il fatto che nessuna individualità emerge durante il martirio al di fuori del vecchio Primaldo: degli altri non si conosce neanche il nome, quasi a conferma che è una popolazione che affronta la prova, non pochi eroi. Diventa a questo punto lecito cercare una spiegazione plausibile di un episodio così singolare nella storia della Chiesa.

Gli ultimi anni del secolo XV, come già ricordato, sono quelli che segnano il tramonto di un’epoca: un’epoca che aveva visto il sorgere delle cattedrali e il susseguirsi delle Crociate; Carlo Magno imperatore e Ildebrando Pontefice; l’epoca che aveva espresso san Tommaso e Dante Alighieri; l’epoca delle corporazioni e di san Francesco; tramonta, come si è visto, per il tradimento e per le cadute dei principi e dei re, per i germi di paganesimo già presenti nei circoli degli studiosi e dei filosofi, tramonta perché non si sa affrontare con la dovuta fermezza il demone rivoluzionario che avanza, mascherandosi di falso umanesimo e proclamante il libero esame.

Tramonta la civiltà cristiana, e gli umili, i fedeli, ne hanno sentore, ma non assecondano il vento del pensiero moderno, legati profondamente a quei valori che avevano fatto grande l’età che sta scomparendo; cedere, allentando i sacri vincoli della propria fede, sarebbe come cancellare la ragione della propria esistenza, equivarrebbe a rifiutare l’aria che si è respirata finora. Questo spirito, in quel momento presente in tutti gli autentici fedeli della Cristianità, si fonde a Otranto con la tradizione ricchissima e peculiare della città, terra da sempre devota e punto di riferimento della vera cultura, e incide profondamente sul carattere degli otrantini, i quali hanno trascorso i giorni e l’esistenza respirando un’aria pregna di religiosita e di sincero amore per Cristo.

Certo, sarebbe stato facile per essi dare ascolto al prete rinnegato inviato da Agomaht: avrebbero avuto salva la vita, la moglie, i figli, e avrebbero continuato a godere dei loro beni senza alcun danno. Ma che vita sarebbe stata quella seguente al rinnegamento, senza la linfa vitale della fede? E sarebbe poi continuata come prima l’esistenza cittadina, densa di feste, di serenità, di gioia, senza quel Cristo che è la fonte della letizia e della gioia?

No, mille volte meglio morire sotto la spada del turco, non essendo pensabile una vita che non abbia come costante punto di riferimento Dio, il suo amore e la sua legge. Non atto eroico, perciò, il martirio degli otrantini, ma comportamento normale: di fronte a chi vuol far sì che si neghi la ragione stessa della vita, meglio «nostra morte corporale», che poi porta alla vita eterna.
Cinque secoli sono trascorsi dal martirio di Otranto, e in cinque secoli la Rivoluzione, allora ai primi passi, ha fatto, purtroppo, molta strada; eppure, a distanza di tanti anni, la lezione di Otranto rimane valida e più che mai attuale: Cristo non si rinnega, a nessuno costo. «Gesù disse ai suoi seguaci prima di salire al cielo: “Voi mi renderete testimonianza, cominciando da Gerusalemme fino ai confini del mondo”. Stefano e Giacomo gli resero testimonianza a Gerusalemme; Pietro e Paolo, Lorenzo, Agnese e Cecilia a Roma; Lucia a Siracusa; Agata a Catania; Tommaso a Calamina; Matteo in Etiopia; e milioni dì uomini e donne, giovani e ragazze, sacerdoti e laici in tutto il mondo resero testimonianza a Gesù con il loro martirio. Anche Otranto ebbe la sua ora di passione: si è resa immortale per la costanza dei suoi 800 figli che preferirono la morte per Cristo, anziché vivere nella vergogna di aver tradito Gesù, l’incanto di nostra vita.

Cristiano […] preparati anche tu a concludere così: Renderò anch’io testimonianza a Gesù con la vita di ogni giorno, e, se sarà necessario, con il sacrificio della mia esistenza a somiglianza dei beati Martiri”» (53).

Si degni la Regina dei Martiri di infondere negli uomini del nostro tempo la stessa fede e lo stesso cristiano ardore degli Ottocento di Otranto; ella sola può ottenerci questa grazia: che, sotto la sua protezione, dopo aver combattuto per il suo Nome dolcissimo, possiamo giungere al trionfo promesso del Regno del suo Cuore Immacolato, così come, novant’anni dopo il martirio di Otranto, il 7 ottobre 1571 giunse, atteso dalla Cristianità, il trionfo di Lepanto, dopo il quale la si è invocata, e con maggior fede, col nome di Regina delle Vittorie.

NOTE
(1) Plinio CORREA DE OLIVEIRA, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3 ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977, p. 94.

(2) Enrico DE LASSUS, Il problema dell’ora presente, trad. it.,

(3) LEONE XIII, Enciclica “Immortale Dei”, dell’1.11.1885, in ASS, vol. XVIII, p. 169.

(4) Henri DANIEL-ROPS, Storia della Chiesa del Cristo, trad. it., vol. IV: La Chiesa del Rinascimento e della Riforma, tomo I, Marietti, Torino 1957, p. 60.

(5) Il cardinale Enca Silvio Piccolomini, futuro Papa Pio II, affermava, verso la meta del secolo XV, che “La Cristianità non ha più capo; né il Papa né l’Imperatore sono più rispettati e obbediti; li trattano come miti […]. Ogni Stato vuole il suo principe, ogni principe difende i suoi interessi. Qual voce potrebbe essere tanto potente da riunire sotto una sola bandiera tante forze antagoniste?” (H. DANIEL-ROPS, op. cit., p. 65).
(6) Plinio CORREA DE OLIVEIRA, Op. Cit., p. 72.

(7) E. DELASSUS, Op. cit., p. 61.

(8) “Lorenzo Valla affermava nel suo trattato De voluptate, che il piacere è il vero bene, e che ci sono altri beni che il piacere”.

(9) Agostino SABA, Storia della Chiesa, vol. III, tomo I, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1943, p. 226.

(10) H. DANIEL-ROPS, Op. cit., p. 118.

(11) Regine PERNOUD, Il Processo di Giovanna d’Arco, trad. it., Edizioni Paoline, Roma 1973, p. 28.

(12) H. DANIEL-ROPS, Op. cit., pp. 74-75.

(13) Grazio GIANFREDA, Otranto nella Storia, Ed. Salentina, Galatina 1976, p. 242. Mons. Grazio Gianfreda, attualmente parroco della cattedrale di Otranto, oltre ad essere uno dei più autorevoli storici di Otranto, ha dedicato pregevoli pagine all’episodio degli Ottocento Martiri.

(14) H. DANIEL-ROPS, Op. cit., p. 97.

(15) «Un solo principe prese la croce, Amedeo VI di Savoia, il Conte Verde, che, partito da Venezia nel giugno 1366, riuscì a compiere, in agosto, un felice colpo di mano su Gallipoli, riprendendo ai Turchi la chiave dei Dardanelli, andò a scorazzare per il Mar Nero, si batté ancora parecchie volte contro i Mussulmani, e alla fine tornò a casa, dopo aver adempiuto al suo voto, sentendo che la sua bravata non poteva certo bastare ad arrestare l’invasione ottomana». (DANIEL-ROPS, Op. cit., p. 85).

(16) Ludovico PASTOR, Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo, trad. it., vol. 11, Desclée, Roma 1911, p. 3.

(17) Riporto alcuni brani significativi del discorso di Pio II: “[…] Non i nostri padri, ma noi abbiamo lasciato prendere dai Turchi Costantinopoli, la capitale dell’Orienfe, e mentre indolenti ce ne stiamo nelle nostre case, le armi di questi barbari penetrano fino al Danubio e alla Sava […] Tutto questo è accaduto sotto i nostri occhi, ma noi dormiamo profondamente. Eppure no, noi possiamo combattere fra noi, soli i Turchi lasciamo che spadroneggino liberamente. Per tenui motivi i cristiani prendono le armi e combattono sanguinose battaglie; contro i Turchi invece, che oltraggiano il nostro Dio, atterrano le nostre chiese e cercano sradicare il nome cristiano, nessuno vuol levare la mano” (L. PASTOR, Op. cit., p. 60).

(18) L. PASTOR, Op. cit., p. 530.

(19) G. GIANFREDA, Op. cit., pp. 250-251; il particolare è confermato, tra gli altri, anche da GIANNONE, nella sua Storia civile del Regno di Napoli, libro VIII, Milano 1823, pp. 322-323. “In quell’occasione la Serenissima […] non solo non oppose alcuna resistenza all’avanzata del Turco nel mare Adriatico, ma giunse al punto di offrire a quei soldati vettovagliamenti, al solo patto che se li fossero andati a prendere» (G. GIANFREDA, Gli 800 Martiri di Otranto, Ed. Salentina, Galatina 1975, p. 19).

(20) Cfr. G. GIANFREDA, op. cit., p. 25.

(21) Ne sono conferma i reperti scoperti da qualche anno nelle vicine Grotte di Porto Badisco e Romanelli. Cfr. in proposito G. GIANFREDA, Otranto nella Storia, cit., pp. 16 ss.

(22) Il rito greco permarrà nel Salento fino al secolo XVI: ancora oggi in molti paesi della provincia di Lecce si parla il greco: mons. G. Gianfreda, testimonia che, nella zona, “fino al 1940 […] alcune vecchiette sapevano confessarsi solo in greco; e, durante la settimana santa, si cantava in greco tutta la passione del Signore” (G. GIANFREDA, Il monachesimo italo-greco in Otranto, Ed. Salentina, Galatina 1977, p. 73).

(23) Per avere un quadro esauriente della “vita vissuta” nei borghi durante il Medioevo, cfr. R. PERNOUD, Luce del Medioevo, trad. it., Volpe, Roma 1978, specialmente le pp. 211-251.

(24) Una chiara presentazione della cattedrale e del mosaico di Otranto si può leggere nelle seguenti opere di mons. G. GIANFREDA, tutte edite dall’Ed. Salentina di Galatina: Mosaico di Otranto, 1974; Suggestioni e analogie tra il mosaico pavimentale della Basilica Cattedrale di Otranto e la Divina Commedia, 1974; Basilica e Cattedrale di Otranto: architettura e mosaico, 1978.

(23) H. DANIEL-ROPS, Storia della Chiesa del Cristo, trad. it., vol. III: La Chiesa delle Cattedrali e delle Crociate, Marietti, Torino, 1954, p. 107.

(26) G..GIANFREDA, Otranto nella Storia, cit., p. 163.

(27) Ibid., p. 192.

(28) Ibid., p. 198.

(29) Ibid., Gli 800 Martiri di Otranto, cit., p. 20.

(30) Saverio DE MARCO, Compendiosa istoria degli Ottocento Martiri Otrantini, Tipografia Cooperativa, Lecce 1905, p. 17.

(31) G. GIANFREDA, Gli 800 Martiri di Otranto, Ed. Salentina, Galatina 1975, p. 21.

(32) Questi viene descritto come un “homo di statura picciola, di color bruno, nasuto, con poca barba, mezzo spano, brutto di volto, d’animo crudelissimo e molto avaro, povero e vile, fatto Bassà da Maumeth per beffeggiamento, perché avanti era stato staffiero” (Giovanni Michele LAGGETTO, Historia della guerra di Otranto del 1480, trascritta da un antico manoscritto e pubblicata dal Can. Luigi Muscari, Tip. Messapica, Maglie 1924, p. 26).

(33) Per i particolari dell’assedio e del martirio mi riferisco a varie cronache del tempo, e principalmente a G. M. LAGGETTO.

“A Giovan Michele Laggetto gli eroismi degli Otrantini furono narrati da suo padre, che fu testimone oculare e non ucciso perché contava 16 anni. Condotto schiavo a Valona, dopo tre mesi ritornò in patria e raccontò i fatti di Otranto al figlio che nel 1537 stese una Storia della presa di Otranto nel 1480 e della sua liberazione”. La notizia bio-bibliografica è contenuta in G. GIANFREDA, Otranto nella Storia, cit., p. 9, nota I.

(34) Riporto alcuni brani della lettera, che rivelano quale fosse il carattere degli abitanti della città: “Serenissima e catolica Maestà […] se la M.V. non fa subito quella provvisione che s’usi in breve tempo et è possibile a farsi, portamo gran pericolo di perderci et essere pigliati. Noi dal canto nostro non mancaremo di pensarci a quanto che sarà possibile a fare il debito nostro; ma il manco sarebbe a perder noi la vita nostra e dei nostri figli: ma quel che più importa sarà il diservizio di Dio e di M. V. che ne potrà nascere. La supplichiamo pertanto per amor di Dio che ne voglia soccorrere presto contro questo cane nostro Nemico […]” (S. M. LAGGETTO, op. cit., p. 27).

(35) G. GIANFREDA, Gli 800 Martiri di Otranto, op. cit., p. 26.

(36) Antonio ANTONACI, Otranto, Ed. Salentina, Galatina 1976, p. 286.

(37) Antonio DE FERRARIS GALATEO, La Iapigia, Messapica Ed., Galatina 1975, p. 55; si tratta della traduzione italiana del De Situ Japigiae, la cui prima edizione fu pubblicata a Basilea nel 1558. L’autore era parente dell’allora arcivescovo di Otranto. (38) G. M. LAGGETTO, op. cit., p. 29.

(39) Ibid., p. 30; ancora oggi a Otranto si conservano le grosse palle di pietra viva sparate dai Turchi.

(40) Ibid., p. 34.

(41) A. DE FERRARIS GALATEO, op.cit., p. 56.

(42) Pietro COLONNA, detto il GALATINO (1460-1540), nei Commentaria in Apocalypsin, manoscritto conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Cod. Lat. 5567, foll. 147-48), in A. ANTONACI, op. cit., pp. 306-307. Di fronte ai delitti che si perpetrano in quel sacro luogo, annota il cronista: «gli occhi abbondano talmente in lagrime che s’offusca il vedere e bagnano la carta che vi si può scrivere; le dita mi diventano stecche sulla penna che non la ponno muovere» (G. M. LAGGETTO, op. cit., p. 36).

(43) S. DE MARCO, op. cit., pp. 11-12.

(44) G. M. LAGGETTO, op. cit., pp. 37-38.

(45) S. DE MARCO, op. cit., p. 13.

(46) G. M. LAGGETTO, op. cit., p. 38.

(47) S. DE MARCO, op. cit., pp. 13-14; il prodigio della conversione e del martirio del turco è testimoniata, nel processo di beatificazione degli Ottocento otrantini celebrato per la prima volta nel 1539, da quattro testi oculari; riporto quanto affermò in tale occasione uno dei quattro (le deposizioni degli altri tre sono pressoché identiche), Francesco Cerra, di 72 anni: “[…] Antonio Primaldo fu il primo trucidato e senza testa stette immobile, né tutti gli sforzi dei nemici lo poter gettare, finché tutti furono uccisi. Il carnefice, stupefatto del miracolo, confessò la fede Cattolica essere vera, e insisteva di farsi Cristiano, e questa fu la causa, perché per comando del Bassà fu dato alla morte del palo” (G. M. LAGGETTO, op. cit., p. 41).

(49) Ettore ROTA, Rivista Historia, n. 76, marzo 1954, in G. GIANFREDA, Gli 800 Martiri di Otranto, cit., p. 36.

(50) P. COLONNA, cit. in A. ANTONACI, cit., pp. 307-308.

(51) Testimonianza resa al processo di beatificazione del 1771, cit. in S. DE MARCO, op. cit., p. 25.

(52) Ibid., p. 28-29.

(53) G. GIANFREDA, Gli 800 Martiri di Otranto, cit., p. 5.


Cristianità, maggio 1980, n. 61, p. 14-19.

Per approfondire leggi anche:

L’avamposto dei martiri: Otranto di RINO CAMMILLERI
http://www.storialibera.it/epoca_moderna/turchi_ed_europa/martiri_di_otranto_1480/l_avamposto_dei_martiri_otranto.html