Benedetto XVI al convegno di Verona

Dal mondo

Bacchettata a Tettamanzi. E non soltanto a lui


Con un altro splendido intervento il Pontefice ha riportato la Barca di Pietro sulla rotta giusta…


di Antonio Socci

Benedetto XVI giganteggia su un ceto clericale che fa letteralmente cadere le braccia (e non solo). Ieri, al convegno della Chiesa italiana che si svolge a Verona, con un altro splendido intervento il Pontefice ha riportato la Barca di Pietro sulla rotta giusta. Da buon padre non ha attaccato nessuno, ma le “correzioni” che ha fatto sono tante e poderose. Allora i nomi li faremo noi. La prima salutare correzione è verso l’incredibile cardinale Tettamanzi. Inaugurando il convegno di Verona, il prelato milanese ha fatto un intervento che il Corriere della Sera ha titolato così: “Tettamanzi ai teocon: basta con la fede a parole””. La sua frase centrale è questa: «È meglio essere cristiano senza dirlo che proclamarlo senza esserlo». Era, nelle sue intenzioni, una sciabolata contro tutti quei laici – da Giuliano Ferrara a Marcello Pera – che hanno il grave torto di stimare e difendere la Chiesa. I “cattoprogressisti” evocano ogni due per tre l’apertura al mondo laico voluta dal Concilio, ma poi sparano a zero quando appaiono dei laici che sono interessati alla Chiesa. La frase di Tettamanzi («Meglio essere cristiani senza dirlo»), pronunciata in un momento in cui si rischia il licenziamento se si porta un crocifisso al collo, sarà considerata da certi cattolici come un elogio della propria viltà e del proprio opportunismo. L’incredibile gaffe di Tettamanzi conferma che il drammatico grido di don Giussani nella sua ultima intervista («La Chiesa si è vergognata di Cristo!») è l’istantanea di questo momento storico. Veniamo al “caso Ferrara”. Sant’ Agostino nel De Civitate Dei ha spiegato che Cristo ha suoi amici-alleati nella città degli uomini e ha suoi nemici dentro la città di Dio. Il Papa, che conosce bene Agostino, ha spiegato alla Chiesa italiana quale grande grazia sia il trovarci oggi un mondo laico che non ha più il volto anticattolico di Eugenio Scalfari e Paolo Flores d’Arcais, ma anche quello pieno di stima e interesse di Ferrara, Pera e tanti altri (non sempre teocon, come Ernesto Galli Della Loggia). Ecco le sue parole testuali: «Si avverte la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà. Questa sensazione, che è diffusa nel popolo italiano, viene formulata espressamente e con forza da parte di molti e importanti uomini di cultura, anche tra coloro che non condividono o almeno non praticano la nostra fede. La Chiesa e i cattolici italiani sono dunque chiamati a cogliere questa grande opportunità, e anzitutto ad esserne consapevoli. Il nostro atteggiamento non dovrà mai essere, pertanto, quello di un rinunciatario ripiegamento su noi stessi: occorre invece mantenere vivo e se possibile incrementare il nostro dinamismo, occorre aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia». Naturalmente il Papa – non essendone culturalmente subalterno (come qualche cattolico) – invita anche loro, questi provvidenziali alleati della Chiesa, a guardare in faccia Gesù. Li invita a riconoscere con la ragione l’evidente Intelligenza che ha fatto e regolato il cosmo. E li invita a riconoscere – con il loro connaturato «bisogno di amore» – la risposta totale a questo desiderio di felicità che è Cristo stesso. Ma qui non ho spazio per farvi gustare tutte le perle di questo intervento. Posso solo enucleare le altre “correzioni”. A chi riduce la fede a crociata moralistica o ideologica il Papa spiega che «all’origine della nostra testimonianza di credenti non c’è una decisione etica o una grande idea, ma l’incontro con la Persona di Gesù Cristo». A chi trasforma la Chiesa in agenzia umanitaria ideologizzata dice che occorre «testimoniare la carità mantenendosi liberi da suggestioni ideologiche e simpatie partitiche» e «soprattutto misurando il proprio sguardo sullo sguardo di Cristo». Alla Civiltà Cattolica, che il mese scorso sparava sull’apologetica, spiega: «Dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza». A quei laicisti che, in nome del dialogo, lo hanno attaccato per il discorso di Ratisbona risponde che la moderna e laicista «riduzione dell’uomo», che viene «trattato come ogni altro animale» (ovvero «relativismo e utilitarismo»), rende impossibile dialogare «con le altre culture nelle quali la dimensione religiosa è fortemente presente». Infine il Papa proclama che la novità cristiana nasce dalla «Resurrezione di Cristo che è un fatto avvenuto nella storia». E con queste parole chiare liquida le tendenze dominanti nella teologia attuale secondo le quali bisognerebbe distinguere la «fattualità storica» della Resurrezione dalla sua «realtà». Sofismi heideggeriani con i quali certi teologi hanno fatto anche grandi carriere ecclesiastiche. Già Paolo VI sottolineava «il fatto empirico e sensibile» delle apparizioni di Gesù dopo la Resurrezione: «Se non manteniamo la fede in questo fatto empirico e sensibile», disse, «trasformiamo il cristianesimo in una gnosi». Che è il rischio di tanta teologia moderna.


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LIBERO 20 ottobre 06