Barack Obama e il vescovo pellerossa…

Dal mondo

Il battagliero vescovo pellerossa
all’assalto del “protestante da caffetteria"

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L\’arcivescovo Chaput, prima e dopo le elezioni presidenziali, è stato uno dei più decisi nel criticare il cedimento pro aborto di tanti cattolici e cristiani americani. E i primi passi della nuova amministrazione hanno confermato i suoi timori. In un\’intervista al settimanale italiano "Tempi", alla domanda se Obama sia "un protestante da caffetteria", lui che "dice di essere cristiano ma è considerato il presidente più favorevole all\’aborto di sempre", Chaput ha risposto: "Nessuno può giustificare l\’aborto e al tempo stesso proclamarsi cristiano fedele, ortodosso, protestante o cattolico che sia. […] Penso però che il cristianesimo protestante, vista la sua grande enfasi sulla coscienza individuale, è più portato ad essere una \’caffetteria\’ di credenze". E infatti Obama, “il protestante da caffetteria”, che ha autorizzato i finanziamenti federali alle organizzazioni che promuovono l\’aborto ed ha annunciato il suo sostegno al Freedom of Choice Act, che toglierà i limiti all\’aborto, e il finanziamento all\’utilizzo delle cellule staminali embrionali, ha annunciato in questi giorni l’istituzione di un «Consiglio per la fede» che lo affiancherà alla Casa Bianca per consigliarlo in materia religiosa. Dando questa notizia ha detto: «Qualunque siano le nostre differenze, c’è una sola legge che tiene unite tutte le grandi religioni. È il precetto che si fonda sull’amore».
È un vero e proprio “cristianesimo da caffetteria”

 

Non tutto è di Cesare
Per il battagliero vescovo pellerossa di Denver, tra i molti problemi che ha l’America il più intollerabile è la strage dei non nati. Proprio quello da cui ha iniziato (male) Obama
 
È l’astro nascente dell’episcopato yankee. Il suo ultimo libro, Render Unto Caesar (Date a Cesare), è stato recensito con favore dall’Osservatore Romano. E in questi giorni è tornato agli onori delle cronache perché ha scelto di non unirsi al coro dei benpensanti e ha lanciato, nel suo Colorado, una petizione popolare contro il cosiddetto Foca, la legge iperabortista che Obama vuole approvare in fretta. Charles J. Chaput, arcivescovo francescano di Denver, è l’unico presule di origine pellerossa negli States. All’indomani del giuramento del presidente democratico, spiega a Tempi perché per lui la lotta all’aborto resta la questione centrale di ogni politica, anche e soprattutto con Obama alla Casa Bianca.
Monsignor Chaput, in Render Unto Caesar lei scrive: «La fede cattolica non prevede che il rispetto della coscienza significhi che gli individui hanno l’assoluta sovranità nel determinare la propria verità». Quali gli esempi più eclatanti, oggi, di questa autodeterminazione?
I cattolici americani (o meglio, molti che si autopresentano come cattolici) divorziano, evadono le tasse, ignorano i poveri e abortiscono con i medesimi indici di frequenza di qualsiasi altro gruppo. Questa è autoillusione. Se parliamo in un modo e ci comportiamo in un altro, prima o poi le contraddizioni saltano fuori e fanno deragliare la nostra vita. Per troppi americani essere cattolici è semplicemente un “brand”, un marchio esteriore o di nostalgia etnica. Troppi cattolici americani sono protestanti che vanno a Messa, e nemmeno molto devoti.
Dietro a questo atteggiamento vede una qualche posizione “filosofica”?
Dobbiamo chiederci chi è responsabile di questo problema. Noi vescovi americani abbiamo una parte di responsabilità, perché se i vescovi hanno il dovere di insegnare e guidare, è anche una loro responsabilità questo “lasciar andare”. Penso che gli intellettuali, i docenti universitari e i giornalisti cattolici d’America sono stati propensi ad essere ingenui nei confronti della natura della società americana, troppo ansiosi di assimilarla, troppo irenici verso il mondo laico. Ovviamente, posso anche dimostrare molte eccezioni a quanto appena detto; ma in termini generali, i leader cattolici americani, sia laici che esponenti della gerarchia, hanno troppo presto abdicato alla loro identità cattolica e missionaria nella vita pubblica statunitense.
Lei scrive: «La Chiesa ha ogni diritto di sfidare l’autorità laica in modo che chi la detiene pratichi la giustizia. La Chiesa cattolica non può stare, non è mai stata e non starà mai “fuori dalla politica”». In Italia, quando i vescovi parlano di dignità della vita umana, legame tra scienza ed etica eccetera, piovono sempre sulla Chiesa accuse di “ingerenza”. C’è del «vetero-comunismo» in queste critiche?
I nemici della Chiesa le hanno sempre detto di starsene fuori dalla vita pubblica, da venti secoli a questa parte. Ma il Vangelo non ci permette di avere una fede puramente privata. Il cristianesimo ha sempre conseguenze pubbliche, altrimenti sarebbe solo una parola vuota. La “guerra culturale” è una questione permanente della vita umana perché il Verbo si è fatto carne e ha iniziato una rivoluzione che andrà avanti fino alla fine dei tempi. Il comunismo è stato solo un’altra tappa di questa guerra, un’altra variante dell’idolatria della ragione umana. E siccome il Dio vero (il Dio di Israele e Gesù) è una fonte concorrente di significato per l’uomo, gli idolatri devono gettarlo al di fuori della vita pubblica, in modo da assicurarsi la propria autorità.
Negli Stati Uniti l’intervento pubblico delle religioni fa meno scalpore che in Europa.
L’America è stata fondata e costruita in larga misura da persone profondamente cristiane, ma gli Stati Uniti non hanno mai costruito una chiesa nazionale o combattuto guerre di religione. E le nostre strutture politiche derivano dall’Illuminismo scozzese, non da quello francese. Per questo gli americani non hanno una storia di sanguinosi conflitti religiosi.
Colpisce la sua critica al “cattolicesimo da caffetteria”, che si serve della dottrina della Chiesa come un “self-service”. Obama dice di essere cristiano, ma è considerato il presidente più favorevole all’aborto di sempre. Un “protestante da caffetteria”?
Nessuno può giustificare l’aborto e al tempo stesso proclamarsi cristiano fedele, ortodosso, protestante o cattolico che sia. L’aborto uccide una vita umana innocente che si sta sviluppando. Non c’è nessun modo di “contestualizzare” questo errore senza prostituire il linguaggio. Penso però che il cristianesimo protestante, vista la sua grande enfasi sulla coscienza individuale, è più portato ad essere una “caffetteria di credenze”: è più logico un “self-service” protestante di uno cattolico, dal momento che non si può essere cattolici e radicalmente individualisti perché la fede cattolica è un fatto comunitario.
Lei denuncia che «l’anticattolicesimo è una specie di sottofondo della nostra vita quotidiana creato dalla leadership dell’America laica». Al suo giuramento Obama ha invitato nove leader religiosi, nessun cattolico. È anticattolico anche lui?
Se il mancato invito avesse avuto il significato di uno sgarbo ai cattolici, ciò avrebbe voluto dire qualcosa di abbastanza sgradevole sulla piccolezza dello spirito del presidente. Ma io dubito che il presidente Obama abbia avuto, nel selezionare i leader religiosi per il suo giuramento, un criterio diverso dal trovare persone con cui si sentisse bene. Negli Stati Uniti esiste di certo l’anticattolicesimo. È molto più raffinato di un secolo fa, ma è ancora abbastanza forte. Lo si può trovare ogni giorno nelle notizie e nei programmi di svago. Ma non ne ho trovato traccia al momento dell’inaugurazione.
«La fede cattolica è un modo di vivere totalmente nuovo. La gente deve vedere che viene vissuta una vita nuova». Cosa significa questa sua affermazione per un politico cattolico?
Negli Stati Uniti abbiamo molte questioni vitali che richiedono la nostra attenzione, dalla guerra in Iraq all’immigrazione fino all’economia in crisi. Ma nessuna nazione può tollerare l’uccisione di un milione di bambini non nati ogni anno. È fuori discussione la centralità della lotta sull’aborto e sui temi legati alla sacralità della vita. Semplicemente, non esiste che la questione aborto venga svicolata o coperta con alibi “pietosi”. Il movimento pro-life è la causa sociale più importante e più genuinamente progressista negli ultimi 36 anni della storia degli Stati Uniti.
Secondo lei «il pluralismo è solo un fatto demografico. Non è una filosofia. Non implica che ogni idea o credo religioso sia ugualmente valido, perché non è così». Vale anche per l’islam in Occidente?
Il pensiero politico americano, inclusa l’idea di “pluralismo”, ha le sue radici nel cristianesimo, nell’ebraismo, nell’illuminismo e nell’età classica. L’islam, invece, non ha alcun ruolo nella fondazione dell’America. La comprensione di Dio di cristiani e musulmani, ma anche della persona e della società, è abbastanza diversa. Questo ha conseguenze politiche. La sharia è estranea all’esperienza americana e faccio davvero fatica a immaginare come la giurisprudenza americana potrebbe coesistere con essa. Gli Stati Uniti sono sempre stati una grande tenda e hanno sempre avuto spazio per credenti, non credenti e “credenti differenti”. Cristiani, ebrei e musulmani sono americani tutti uguali, hanno esattamente gli stessi diritti e doveri. Nonostante i nostri errori, questo è il motivo per cui “l’esperimento americano” ha sempre funzionato bene. E, grazie a Dio, funzionerà ancora a lungo.
di Lorenzo Fazzini
Tempi.it 03 Febbraio 2009